D’ERCOLE: ”ARCHEOLOGIA DALLA RICOSTRUZIONE” IN ATTESA DI L’AQUILA 2019

Autore dell'articolo: Vincenzo Calvisi

10 Giugno 2013 08:04

L’AQUILA – Vincenzo D’Ercole è stato per lunghi anni funzionario di zona della soprintendenza archeologica abruzzese e ora è alle dipendenze della direzione generale antichità a Roma.

Ha scavato i siti archeologici dell’Aquilano palmo a palmo, e mantiene forte il legame con l’Abruzzo.

Di recente è proprio lui che ha curato la mostra di reperti nella frazione di Onna in occasione della visita del ministro della Cultura Massimo Bray, e nei giorni scorsi è stato il coordinatore scientifico del convegno sulla necropoli di Fossa, da lui scavata venti anni fa.

Professore, come va l’archeologia dalle nostre parti?

L’Abruzzo cresce se esalta le originalità archeologiche; c’è un mondo pre-Roma su cui non cade l’interesse che meriterebbe. C’è paradossalmente interesse solo per gli scavi di città romane, tipo Alba Fucens, Peltuinum o come potrebbe essere per Aveja. Ma è chiaro che, di fronte a questi siti, il turismo e gli investimenti prediligono la via di Pompei. L’originalità abruzzese invece è altra, è l’Abruzzo pre-romano: i Vestini sono gli Etruschi di questa regione; vi sono potenzialità immense. La Toscana ci è riuscita, perché l’Abruzzo no?

Vittorio Sgarbi, in una recente intervista, ha parlato di “situazione immorale per la ricostruzione ferma a L’Aquila”, lei cosa pensa?

Non bisognava puntellare tutto, occorreva fare una selezione a monte. Ma questa fase può essere un‘occasione: c’è una “L’Aquila archeologica” sotto la città medioevale.
Ora, con l’occasione dei sottoservizi da rifare, potrebbero farsi degli scavi che mai sarebbe possibile fare; e si vedrebbe che la città non risale a Federico II, ma a molto prima. Bisogna solo guardare “sotto”. E quando se non ora!?.

Lei parla di “scavare sotto”, ma qui non c’è nemmeno un museo..

Sì un museo manca, e mancava anche prima per la parte archeologica. Si era fatta l’ipotesi anni fà del progetto in Santa Maria dei Raccomandati, ma senza risultati. Peccato.
La tattica, ora come ora, in attesa magari di un grande polo mussale adatto ad un capoluogo di regione, potrebbe essere quella di fare un museo “diffuso” tra i borghi del comprensorio. Esperimenti ci sono ad Onna ed a Santo Spirito di Ocre; sarebbe anche un impulso a ricreare il tessuto sociale nella città territorio.





Lei immagina dunque una strategia che riparta dal contado per poi arrivare al centro della città, come mille anni fa?

Sì, e spiego perché: in una grande città ci sono molti passati, ma nei piccoli borghi in genere la traccia è unica. Facciamo l’esempio di Fossa: prima c’era la Necropoli vestina, poi nacque Aveja romana, poi si arriva nel borgo del medioevo. Il filo conduttore è visibile, è facile riconoscere la storia dei luoghi. E così è in genere nei piccoli centri italiani. Il recupero della memoria è un indubbio fattore guida nella ricostruzione.

Il premier Enrico Letta, tra le sue dichiarazioni di esordio, ha parlato di dimissioni se si tagliavano i fondi alla cultura… Gli crede?

Le premesse sembrano buone, aspettiamo i fatti. Ho sentito con il ministro Bray in occasione della venuta ad Onna, sembra ci sia attenzione alla cultura. Ripeto, basta giudicare i fatti che verranno.

L’Aquila candidata a Capitale europea della cultura 2019, si farà?

Più che L’Aquila dovrebbe forse provarci l’intero Abruzzo, con la sua storia pre-romana… Ma siamo davvero sicuri che L’Aquila lo meriti? Dovremmo avere qualcosa da mostrare, che oggi non c’è. Il momento emotivo legato alla tragedia del sisma va scisso dalla realtà dei fatti, a mio avviso. Non ci sono solo chiese e castelli in Italia, che rappresentano gli ultimi mille anni di storia. C’è altro da recuperare e mostrare.

Come spiega questo sbilanciamento prevalente verso gli ultimi mille anni?

È un problema generale, ripeto, per l’archeologia in Italia. Mi rendo conto che gli ultimi mille anni sono più accessibili: se vedo una chiesa la capisco più o meno, un reperto invece se non mi viene spiegato non so cosa sia. Ma questo aspetto non può giustificare una mancata strategia di rilancio dell’archeologia “del prima”. Occorre, per quella che è la nostra storia, una inversione di tendenza. In Abruzzo ci sono tutte le condizioni, a partire, non mi stanco di ripeterlo, dal mondo pre-romano sotto terra.

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