DI GIANDOMENICO: GRIDO D’AMORE PER L’AQUILA, ”CULTURA MORTIFICATA, I TALENTI FUGGONO VIA”

Autore dell'articolo: Pierluigi Biondi

16 Agosto 2013 08:47

L’AQUILA – “In ambito culturale L’Aquila è una provinciale che non valorizza i suoi talenti migliori”.

Detto così può sembrare un atto di accusa nei confronti della città in cui è nato 47 anni fa e dove tuttora vive, in realtà è un grido d’amore quello di Luciano Di Giandomenico, compositore e direttore d’orchestra dal curriculum internazionale.

Di Giandomenico, tra le altre cose, è l’autore della canzone Manet Immota, scelta come inno dell’Aquila.

“Io ci credo alla mia città, mi batto per questa terra, anche per assicurare un futuro ai miei tre figli – sottolinea – ma la situazione è davvero disastrosa: da tempo la politica ha messo le mani sulle istituzioni culturali, diventate ormai strutture elefantiache, e non ha saputo mettere in campo un’idea organica di rilancio di tutte quelle vocazioni che pure il capoluogo potrebbe esprimere”.

“Pensiamo solo al messaggio spirituale di papa Celestino V di 700 anni fa – aggiunge Di Giandomenico – la Perdonanza è ridotta a una sagra, il corteo storico in realtà è un teatrino”.

E pure sulle iniziative post-sisma è tranchant: “si è a lungo parlato di rilancio dopo la tragedia del 6 aprile 2009, invece da quattro anni e mezzo si naviga a vista, basta pensare ai ‘Cantieri dell’immaginario’, una kermesse improvvisata, con una serie di eventi messi insieme alla rinfusa”.






“Ed è un peccato – continua amareggiato – perché in questa città si respira cultura, le potenzialità sono tante, questo è sempre stato un luogo di scambi, di idee, di contaminazioni, ora invece i talenti per crescere devono andare fuori. Io ho provato a fare delle proposte, tutte cadute nel vuoto”.

Le responsabilità, per Di Giandomenico, sono in primis della politica: “le nomine negli organismi che dovrebbero produrre musica, arte, teatro sono appannaggio dei partiti e spesso sono indicate persone che vengono da fuori, io non mi sono mai mischiato a queste logiche perché trovo volgare dover andare sempre alla ricerca dell’amicizia dell’assessore di turno per poter fare qualcosa”.

“Non è un caso – continua – che tantissimi aquilani, per potersi esprimere, sono dovuti andare via, è un frutto del provincialismo in cui siamo rinchiusi, che nega le opportunità ai figli della propria storia e privilegia gli estranei”.

“La situazione non è migliore in altri campi – dice ancora Di Giandomenico – ne è un esempio l’Auditorium di Renzo Piano: io non sono nessuno per giudicare, ma da cittadino trovo che mettere quel simbolo di fronte al Castello Cinquecentesco è stato un affronto contro la tradizione culturale aquilana. Un’ennesima ‘cosa’ fatta tanto per fare dopo il terremoto”.

“Con queste premesse – conclude – parlare dell’Aquila quale Capitale europea della cultura 2019 è una chimera, se qualcuno ci riesce è un genio”.

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