“EMERGENZE USATE PER ABBATTERE LAVORO E STATO SOCIALE”. BALZANO, “NO A DAD E SMART WORKING”

25 Marzo 2022 08:08

Italia - Cultura, Economia, Lavoro, Politica, Sanità, Scuola e Università

L’AQUILA – “Il mondo del lavoro, dei diritti sociali, degli studenti, dei pensionati, delle famiglie, dei più deboli in generale, cioè della maggioranza della popolazione, continua a subire colpi durissimi anche grazie all’uso politico delle emergenze”.

Ne è convinto Savino Balzano, sindacalista classe 1987 che si occupa di diritto del lavoro, autore, tra l’altro, di libri come Contro lo Smart Working (Laterza, 2021) e Pretendi il Lavoro! L’alienazione ai tempi degli algoritmi (Gog, 2019).

Una visione, quella di Balzano, che parte dal recupero “assolutamente necessario” della consapevolezza che la lotta di classe esiste e che a vincerla è, da tempo, il capitale, in una società “divorata” dal liberismo economico che viene imposto con strumenti coercitivi di varia natura tipici dello Stato totalitario, da quello giuridica a quello che ha trovato spazio nelle scuole, nelle università, nei media. Una società in cui il sindacato è stato sconfitto, oppure si è addirittura reso complice di quelle riforme che da oltre trent’anni “feriscono la società a totale vantaggio di chi comanda”.

“Emergenzialismo e ricorso allo stato di emergenza sono diventati ‘fisiologici’ all’esercizio del potere in Italia per attaccare il mondo del lavoro e in generale il welfare – afferma Balzano, che tra le altre cose conosce molto bene il dramma del terremoto aquilano del 2009, ad AbruzzoWeb –. Dal terrorismo alle crisi economiche, allo spread, all’emergenza Covid-19, per cui, non dimentichiamolo, abbiamo scontato pesantemente i tagli alla sanità pubblica e allo stato sociale. Fino all’ultima emergenza scaturita dal conflitto tra Russia e Ucraina. Cambia l’emergenza, ma non cambiano gli strumenti usati per colpire i diritti sociali”.

“Nell’ambito dell’emergenzialismo – prosegue Balzano – nel tentativo di subordinare le esigenze della gente a questioni superiori, penso alle riforme imposte con il ‘ce lo chiede l’Europa’, si impongono sacrifici spoliticizzando il dibattito. Un vulnus gravissimo. Una qualsiasi riforma che peggiori le condizioni dei lavoratori, va discussa in maniera articolata, va posta seriamente all’attenzione dell’opinione pubblica. Invece, per evitare che la riforma non passi, si fa tutto senza una vera discussione politica”.

Esistono, però, le “narrazioni” del capitale che sostengono certe riforme.

È così. Guardiamo a cosa è accaduto dal 1997, anno dell’introduzione del Pacchetto Treu, che arrivava in concomitanza con i parametri di Maastricht. Da allora, si è passati alla legge Biagi, al Decreto Sacconi, al Jobs Act, alla modifica dell’Articolo 18, alla riforma Fornero, alla lettera della Bce a Silvio Berlusconi firmata anche dal nostro attuale premier, Mario Draghi. Una vera e propria escalation per fronteggiare l’emergenza del momento, compresa quella dello spread. In un’Italia in cui tutte le peggiori riforme sono state firmate quasi sempre dal centrosinistra, con il Pd che è diventato il partito più pericoloso in assoluto per i lavoratori. In mezzo a tutto questo, un solo, minuscolo momento di rottura: il governo gialloverde, cioè Lega-5 Stelle, ha tentato di mettere una pezza al disastro con il Decreto Dignità, ma, con una nuova emergenza di mezzo, anche questo minuscolo momento di rottura viene vanificato.

C’è chi dice, oggi, che certe scelte sono state fatte con lo scopo di migliorare le cose ma che purtroppo, alla fine, le cose sono addirittura peggiorate. Insomma, si è trattato di un errore di valutazione.

Falso. Se vai a precarizzare la posizione dei lavoratori nelle fabbriche, lo fai perché vuoi distruggere e precarizzare i lavoratori. Non per altro. Stai di fatto riformando il potere, distruggendo il lavoro a favore del capitale. Quindi, anche se fossero state scelte fatte con le migliori intenzioni, ci si sarebbe dovuti quantomeno fermare; invece, si è proseguito su una strada che si sapeva da tempo essere fallimentare. Ormai la realtà è fatta di morti sul lavoro, oltre mille solo nel 2021, di lavoratori che rinunciano a diversi diritti per paura di perdere il lavoro, precarizzandosi ancora di più e restando “nudi” di fronte ad un condizionamento esterno. E chi è disoccupato, magari li vede pure come privilegiati se prendono uno stipendio, da precari, da mille euro al mese. Come nel dopoguerra, chi ha un tozzo di pane viene visto come un privilegiato. Purtroppo, la coscienza di classe è stata smantellata negli anni. E i sindacati hanno grandi responsabilità, purtroppo in negativo. Ma non c’è solo questo. Per capire in che situazione siamo finiti, pensiamo a Fantozzi, personaggio tirato fuori dal genio di quel grande intellettuale che è stato Paolo Villaggio: Fantozzi era il ragioniere più sfigato del mondo, costretto a stare nello stesso posto di lavoro, garantito, con una casa di proprietà, la macchina e tutto il resto. Oggi, quello stesso Fantozzi sarebbe considerato ricco.

Lei conosce bene il dramma dell’Aquila terremotata.

Quella notte ero a Perugia. Con altri amici, ho fatto la mia parte per aiutare chi era in difficoltà. Ho pianto quando ho saputo dei morti nella casa dello studente. Andai a vedere di persona quella “voragine” e credo sia la metafora a suo modo più rappresentativa dell’assenza di uno Stato che avrebbe dovuto esserci e che dovrebbe ancor di più essere presente oggi.

Le colpe per questa situazione sono molte. Anche una parte dell’opinione pubblica ha “spinto” affinché si desse una lezione a questo o quel settore, fin quando il settore era, almeno in apparenza, lontano dal proprio.

C’è un concorso di cause, a mio modo di vedere. Sicuramente molti di questi interventi hanno avuto il sostegno della opinione pubblica, oltre alla concussione politica. Purtroppo, da tempo in Parlamento sono rare le realtà politiche o partitiche, ma comunque minoritarie, che si oppongono alla deriva.

Lei ha parlato di responsabilità negative del sindacato. 

È così. A un certo punto, anche se in buona fede, una parte del sindacato si è affidata all’ideologia del vincolo esterno, definendo come antistoriche le proprie rivendicazioni. E, sostanzialmente, si è arreso. Un’altra parte del sindacato è invece totalmente complice.

L’informazione che ruolo ha giocato?

Un ruolo fondamentale. Dire che siamo in una dittatura dell’informazione non è probabilmente una forzatura: l’assenza di pluralismo c’è. Ciò che il grande capitale ha fatto almeno in questi ultimi trent’anni è stato, negativamente, incredibile, riuscendo ad utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per dividere il lavoro dipendente da quello autonomo, il lavoro pubblico da quello privato e a dividere addirittura i lavoratori di una stessa categoria, scatenando una guerra tra poveri che spinge ad odiare il “colpevole” che sta più in alto.

Dal punto di vista sostanziale, tutto questo a cosa ha portato?

A fare carne da macello, cioè a un precariato spinto, oltre che alla piaga della disoccupazione. Il mondo dei lavoratori è schiacciato tra cooperative sociali, contratti di somministrazione, stage, apprendistato, contratti di collaborazione, appalti e subappalti sia nel pubblico che nel privato, lavoratori pre e post Jobs Act. Grazie a questa frammentazione, è venuta meno la generalità della rivendicazione. Un tempo lo sciopero era generale. La logica era quella di rivendicare più efficacemente, insieme, per difendersi insieme. Poi, anche lo sciopero ha perso tutta la sua “sostanza”, ostacolato da leggi che sono servite ogni volta a disinnescarne gli effetti.

Nella sua analisi, è impossibile non chiamare in causa il mondo universitario.

Quello delle università è un mondo “variegato”. Al suo interno ci sono tanti pensieri e tante idee contrapposti. Però, a prescindere dai contenuti, vedo una università gravemente indebolita. Svuotata ulteriormente grazie alla didattica a distanza. Nessun ateneo, purtroppo, ha il coraggio di rimuovere la dad, altrimenti si esce dal mercato. Sempre grazie alla dad, sono state pure raddoppiate le immatricolazioni e dunque i finanziamenti. Così, lo studio in presenza è venuto meno. E, soprattutto chi ha fatto l’università da studente fuori sede, sa benissimo quanto sia importante la presenza fisica. Del resto, l’occupazione fisica di uno spazio ha un significato politico, perché la dematerializzazione delle dinamiche collettive è semplicemente una buffonata. In un universo, quello universitario, fatto di idee contrapposte, ma anche di un forte conformismo, lo abbiamo visto, con sullo sfondo la guerra tra Russia e Ucraina, con il tentativo di censurare delle lezioni su Dostoevskij perché russo. Ritengo che da questo punto di vista, sia essenziale fare delle scelte coraggiose.

Nel frattempo, le cose continuano a peggiorare.

Sì. Anche perché le “controparti”, pure in questo campo, sono state abili ad imporre una certa narrazione. Che è quella per cui c’è da sentirsi in qualche modo colpevole perché ti opponi alla dad, che, secondo “loro”, dà l’opportunità a uno studente calabrese di frequentare l’università “La Sapienza” di Roma, ma io sono stato uno studente del sud Italia, della provincia di Foggia, ed ho potuto studiare perché ho vinto una borsa di studio ogni anno, e perché in parte sostenuto dai miei genitori. La differenza, quindi, non la fa la dad, ma lo Stato che sostiene studenti e famiglie. È lo Stato che deve favorire lo studio e non grottesche scorciatoie, per cui si finisce per stare in casa da soli anziché in aula. E questo vale per tutti gli ambiti dello studio, così come per il lavoro che viene smantellato anche dall’introduzione dello smart-working.  È tutto fatto di solitudine e subalternità, ma comunità significa innanzitutto occupare uno spazio e crescere dialetticamente. La soluzione non può essere fare tutto a distanza e da soli, tipica logica neoliberale. Non è così che si cura la “malattia”.

Se ne uscirà, secondo lei, in un modo o nell’altro?

Secondo me, tutto è risolvibile. Perché ci può essere un momento di rottura. Si può pensare a un mondo migliore, un mondo in cui non si muore a diciotto anni per l’alternanza scuola-lavoro resa obbligatoria da chi ha firmato il Jobs Act. Dobbiamo guardare ai nostri interessi e guardare lontano. Quello che vediamo oggi era nella testa dei padroni qualche decennio fa. Loro hanno guardato lontano. Noi no. È necessario, allora, ridare una forma e una sostanza politiche allo scontro. Far emergere chiaramente che ci sono degli elementi contrapposti. Per un equo compromesso. Il trentennio glorioso del compromesso tra capitale e lavoro era questo, in estrema sintesi. Noi non abbiamo bisogno di inventare nulla. È tutto scritto nella Costituzione. Che non andava “manomessa” con l’inserimento del Pareggio di Bilancio, un’altra “invenzione” di chi è contro lo stato sociale e la piena occupazione. (red.)

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