FASE FATTURE E LEGAMI CON CAMORRA, ARRESTI A BOLOGNA, SEQUESTRI IMMOBILI ANCHE A L’AQUILA

22 Luglio 2021 14:47

L'Aquila: Cronaca

L’AQUILA – Tre arresti, di cui due coniugi domiciliati in provincia di Salerno, e il sequestro preventivo di undici società più altri beni per un valore complessivo di oltre 50 milioni di euro, comprese macchine di lusso e uno yacht di 16 metri. E proprietà anche a L’Aquila.

È il maxi-bilancio di una vasta operazione, denominata ‘Speed’, al termine della quale la guardia di finanza di Bologna ha eseguito un’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa del giudice per le indagini preliminari Francesca Zavaglia.

Durante le indagini sono stati anche ricostruiti i collegamenti degli indagati con un gruppo imprenditoriale salernitano che si occupa dei trasporti e dello smaltimento dei rifiuti, riconducibile a una famiglia sospettata di legami stretti con la criminalità organizzata campana e calabrese: in particolare, il 49enne nel 2007 è stato sottoposto a un provvedimento restrittivo della libertà personale nel corso di un’operazione che ha portato alla cattura di un camorrista latitante della ‘Nuova Famiglia’, attiva nel Salernitano.

Gli indagati sono accusati di associazione per delinquere finalizzato al trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, bancarotta fraudolenta e semplice.

Il valore delle 11 società sequestrate, stimato in 25,5 milioni di euro circa, comprende 90 immobili, nelle province di Salerno, Napoli, Bari, L’Aquila e Reggio Emilia, e 634 veicoli e natanti, tra cui una Ferrari F430 e una Porsche Macan, nonché uno Yacht di 16 metri.

Il Gip ha inoltre disposto il sequestro finalizzato alla confisca diretta del profitto del reato di risorse finanziarie rinvenute sui conti delle società coinvolte e degli amministratori di fatto delle stesse per 19 milioni di euro, di una villa con piscina del valore di 500mila euro e di un impianto di recupero rifiuti a Nocera Inferiore (Salerno): secondo i finanzieri i due coniugi avrebbero attribuito fittiziamente la titolarità dell’impianto ad un prestanome incensurato, in modo da poter ottenere le autorizzazioni necessarie per operare nel settore.

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