FOCOLAIO COVID DON ORIONE AVEZZANO: PARENTI VITTIMA, “NESSUNO SAPEVA COSA STAVA ACCADENDO, ZERO NOTIZIE DA STRUTTURA”

26 Ottobre 2020 18:41

AVEZZANO – “In una missiva del 13 ottobre prontamente ha voluto aggiornare i familiari sulla situazione viste le ‘corbellerie’ riportate su alcune testate giornalistiche per fare, dice Lei, ‘terrorismo psicologico’ e ‘mistificare la realtà’. Bene, quelle ‘corbellerie’ purtroppo sono state confermate dai fatti, dai tamponi effettuati il 12 ottobre sono risultati oltre 100 positivi al Covid fra ospiti, operatori, volontari e religiosi, forse non era proprio una mistificazione, forse qualcuno ha avuto poca consapevolezza di quello che stava accadendo”.

Inizia così la lettera che i figli di un anziano ospitato nella Rsa Don Orione di Avezzano (L’Aquila), deceduto nei giorni scorsi nella struttura dove si sono registrati oltre 100 casi di Coronavirus e 12 morti, hanno inviato nei giorni scorsi al direttore Don Vittorio Quaranta: “Scriviamo in merito alla triste vicenda che ha interessato l’Istituto, divenuto sede di focolaio di diffusione Covid, della quale Lei ha tenuto ad informare tutti i familiari degli ospiti con una comunicazione in data 12 ottobre, quando la notizia dei primi contagi era già circolata sui mezzi di comunicazione di massa”, si legge nella lettera.

“Ce lo auguriamo davvero che si avrà la serietà di andare fino in fondo perché è stato un fatto troppo grave. Troppo grave per accettare il comportamento di alcune operatrici che, invece, ci tenevano a comunicare attraverso i propri social media la loro positività al virus, quasi come un motivo di orgoglio, e a rassicurare sul fatto che il loro stato di salute era buono e così quello degli ospiti, quasi a voler minimizzare l’accaduto”.

“Eh no, nostro padre non sta bene, nostro padre non c’è più a causa del contagio, per noi non è andato tutto bene, e se la perdita di una sola vita sembra un prezzo accettabile da pagare qui c’è una famiglia che non si rassegna – sottolineano – Lui era affetto da una grave patologia e non era assolutamente in coma da anni come pure erroneamente è stato riportato da qualcuno, ma era comunque nel suo equilibrio, in condizioni stabili e non in pericolo di vita, a parte le conseguenze legate alla patologia, e solo un evento esterno così potente è riuscito a romperlo”.

“Alcuni operatori hanno avuto l’onestà intellettuale di pubblicare post in cui si rappresentava l’effettiva drammaticità di quanto stava accadendo. Il giorno in cui si è diffusa la notizia, martedì 12 ottobre, avevamo appuntamento per una delle visite concesse nel mese, considerato il giusto contingentamento, ma nessuno ha avvisato mia madre che l’Istituto invece era stato chiuso agli accessi esterni, lo abbiamo appreso da notizie presenti sui giornali on-line. Nei giorni immediatamente successivi abbiamo cercato più e più volte di avere notizie sullo stato di salute di nostro padre, e, quando si riusciva ad avere risposta, ci veniva detto che stava bene e non aveva sintomi, tanti sono stati i messaggi lasciati in segreteria per essere richiamati, ma senza esito”.




“Nel giorno di giovedì 15 ottobre – aggiungono -, in cui sono arrivati i risultati dei tamponi, abbiamo chiesto di conoscere l’esito ma ci è stato risposto che non era possibile comunicare la notizia ai familiari. Francamente ci è sembrata una cosa assurda, considerato anche che nostro padre aveva un amministratore di sostegno, la moglie, e pertanto qualsiasi comunicazione andava fatta a lei… a chi è stato comunicato l’esito??? A lui ??? Non ha diritto l’interessato, e chi per lui, a conoscere il suo stato di salute????”.

“E per i familiari che fino al giorno 11 ottobre hanno visitato un ospite risultato poi positivo, ugualmente è stato omesso di comunicare l’esito? Con rischio per la salute di tutti visto che hanno continuato svolgere le normali attività quotidiane. Il tutto mentre la situazione era talmente grave da richiedere un intervento ispettivo dei Nas dei Carabinieri di Pescara e un Commissariamento della struttura da parte del Sindaco, e ai familiari continuava ad essere negato di conoscere le condizioni di salute del proprio caro, quando nella terza missiva del 15 ottobre si comunicavano i numeri accertati di tamponi positivi in 102 totali fra ospiti, dipendenti, volontari e sacerdoti, come si poteva solo pretendere di chiedere di stare tranquilli”.

“Comprendiamo lo stato di caos di quei giorni, ma diciamo anche che c’è stata una certa reticenza nell’informare i familiari su come effettivamente stavano andando le cose e un vago
ingiustificato tentativo di minimizzare il tutto. Per non parlare, a livello umano, del fatto che, a parte la comunicazione data nel giorno dell’evento, nessun messaggio di cordoglio è arrivato dalla struttura”.

“Non avrebbe cambiato nulla, ma dà l’idea della considerazione data a quanto accaduto. Noi come Lei, ci auguriamo davvero che si arriverà a comprendere come il virus possa essere
entrato nella struttura, perché per nostro padre questo ha fatto la differenza e la conseguenza è stata estremamente dolorosa”, concludono.

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