LEGGE REGIONALE 2016 E DECRETO MINISTERIALE 2019 PREVEDONO A COMUNI CHE DIVENTANO UNICA ENTITA' FINANZIAMENTI PER DIECI ANNI, MA IN ABRUZZO NESSUN ACCORPAMENTO

FUSIONE COMUNI, RIVOLUZIONE MANCATA: MILIONI DI INCENTIVI ALLE ORTICHE

di Filippo Tronca

2 Settembre 2020 07:00

L’AQUILA – Nello scorrere l’elenco dei comuni abruzzesi al voto il 20 e 21 settembre prossimi, balzano agli occhi elezioni che riguarderanno anche meno di cento abitanti,  un numero inferiore agli inquilini di un grosso condomino di città. Micro-comuni dove è risultato difficile trovare candidati per comporre le liste, dove è impossibile garantire un ricambio generazionale degli amministratori e una vera dialettica democratica, anche perché il voto di opinione, quintessenza della democrazia, è marginale per non dire assente. A vincere è di solito il candidato sindaco che può contare sul numero maggiore di parenti e cerchie amicali. Con livori e recriminazioni che poi talvolta avvelenano il clima per anni.

Torna così anche in Abruzzo alla ribalta la rivoluzione mancata della fusione dei  Comuni, che pure garantirebbe, grazie ad una legge regionale e ad una nazionale, una pioggia di denaro sonante per un buon decennio, riduzioni fiscali per i cittadini, a cui si aggiungono economie di scala e maggiore efficienza, a tutto vantaggio di chi ancora vive  in comunità in via di inesorabile spopolamento e declino, ma nonostante ciò fieramente arroccate alla loro torre e al loro campanile.

In Italia le fusioni hanno interessato già ben 135 comuni, in particolare in Piemonte, in Lombardia e in Trentino alto Adige.

In Abruzzo invece lo zero assoluto, se si fa eccezione della “Grande Pescara”, ovvero della fusione in itinere di Pescara, Montesilvano e Spoltore, che a seguito del referendum e della legge istitutiva del 2018, dovrà arrivare a compimento, con nuove elezioni,  nel gennaio del 2023.

Per il resto non si è mossa foglia.

Un paradosso, a ben vedere, perché proprio in Abruzzo, nella passata legislatura del centrosinistra di Luciano D’Alfonso, è stata approvata la legge 19 del 2016, su iniziativa del consigliere regionale di Centro democratico, l’avvocato  Maurizio Di Nicola, che è stato anche presidente della prima commissione Bilancio.

Legge ancora vigente, che prevede un capitolo di spesa obbligatorio fino a 20 milioni di euro.

La norma prevede innanzitutto per i comuni al di sotto dei 5mila abitanti che intendono fondersi in una unica entità amministrativa, 100.000 euro una tantum per le spese tecniche e burocratiche relative all’iter da affrontare.

E poi soprattutto  per i 10 anni successivi all’avvenuta fusione, un incentivo vincolato alla riduzione dei tributi locali e all’implementazione dei servizi, così parametrati: 50 mila euro l’anno per una  popolazione residente nel nuovo comune fino a 2mila abitanti, 100mila euro  da 2mila a 3mila abitanti, 160mila euro da 3mila a 5mila abitanti, 250mila euro  da 5mila a 7mila abitanti,  350mila euro da 7mila  a diecimila abitanti, infine  500mila euro da 10mila a 15mila abitanti.

Ancora più consistenti sono poi gli incentivi economici alle fusioni previsti in questo caso per tutti i comuni, anche sopra i 5.000 abitanti, nel decreto del ministro degli interni del 25 giugno 2019.

La norma prevede un contributo straordinario “commisurato ad una quota pari al 60% dei trasferimenti erariali”, per i 10 anni ha che fanno seguito alla fusione in misura non superiore ai 2 milioni di euro l’anno.

Per fare un esempio: un nuovo comune abruzzese esito di fusione di 10mila abitanti spetterebbe la considerevole somma di 2 milioni di euro l’anno per dieci anni. A cui ovviamente si aggiungerebbero  grazie alla legge regionale del 2016, 100mila euro una tantum e a 350mila anche qui per dieci anni.

Senza contare poi, al di là di questi generosissimi incentivi capaci di determinare una svolta radicale alle sorti di interi territori, i risparmi che la fusione determina di per sé stessa con economie di scala nell’acquisto di beni e servizi, con l’accorpamento e razionalizzazione degli uffici tecnici e amministrativi, con la possibilità anche di procedere a nuove assunzioni, con il risparmio nella gestione degli edifici municipali e così via.

Tra incentivi e risparmi si determinerebbe un enorme flusso di cassa per gli ora minuscoli bilanci dei  piccoli comuni che consentirebbe un margine di manovra oggi neanche immaginabile, per far fronte allo spopolamento e alla mancanza di servizi, per mettere in campo iniziative volte a dare opportunità ai giovani, adeguata assistenza agli anziani, per finanziare progetti di rilancio dell’agricoltura, del turismo, e chi più ne ha più ne metta.

A giovarne sarebbe anche la qualità del processo democratico, con una selezione degli amministratori in un ambito in cui c’è maggiore competizione, confronto idee, con la possibilità di retribuire anche più adeguatamente sindaco, assessori e consiglieri che nei piccolissimi comuni svolgono ad oggi di fatto un lavoro quasi volontario a fronte delle responsabilità e dei rischi assunti nell’esercizio delle loro funzioni.

Nonostante tutto questo, nessun piccolo comune abruzzese ha sentito l’esigenza di avviare un iter di fusione.

Il quale, ricordiamo infine, ha il suo avvio, con un referendum consultivo che deve essere proposto per legge esclusivamente da un consigliere o da un assessore regionale, approvato poi dal consiglio. Se i cittadini diranno sì alla fusione, entro 60 giorni il presidente della Regione deve varare in giunta  un progetto di legge da sottoporre anch’esso al voto del consiglio regionale,  che fissa criteri, e modalità e tempistiche della fusione.

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