IN 500 PAGINE I PM SPIEGANO AL DETTAGLIO L'ACCADUTO E LANCIANO L'ACCUSA:
''NON SERVIVANO PROFETI, BASTAVA UTILIZZARE I DATI'', CHIEDONO 4 ANNI

GRANDI RISCHI: LA REQUISITORIA AI RAGGI X ‘NON AVETE CAPITO IL PERICOLO CHE C’ERA’

Autore dell'articolo: Alberto Orsini

27 Settembre 2012 23:36

L’AQUILA – La commissione Grandi rischi non avrebbe dovuto prevedere il terremoto del 6 aprile 2009, ma calcolare correttamente il rischio di un evento tragico che derivava dallo sciame sismico che era in corso da mesi.

E non ha fatto il suo dovere.

È questa la tesi fondante che permea tutte le 509 pagine di requisitoria scritta in tandem dai pubblici ministeri Fabio Picuti e Roberta D’Avolio.

Sulla scorta di questo documento, sono stati richiesti al giudice Marco Billi 4 anni di reclusione per ciascuno dei sette imputati del processo più delicato della maxi inchiesta crolli della procura della Repubblica.

“Non si rimprovera, ovviamente, l’assenza di virtù profetiche, ma, più concretamente, una carente valutazione degli indicatori di rischio e una errata informazione”, tuonano i pm.

Uno scritto corposo, quello illustrato lunedì e martedì scorso in 14 ore complessive (9 Picuti, 5 D’Avolio), suddiviso in 16 capitoli che passano al pettine fine ogni aspetto legato alla riunione del 31 marzo 2009.

Prima di tutto lo scenario dello sciame in corso, poi la genesi della riunione con l’ormai celebre telefonata di Guido Bertolaso a Daniela Stati che ha portato a un’inchiesta bis e porterà forse a un processo parallelo.

Quindi vengono esaminate le modalità di convocazione, la composizione nominale e concreta, la pre-intervista di Bernardo De Bernardinis, quella del 'bicchiere di vino', lo svolgimento di quell’oretta di riunione, la redazione del verbale, i rapporti che alcuni dei componenti della Cgr hanno avuto con la stampa prima e dopo la riunione.

E naturalmente, le conseguenze che ne sono derivate: la morte di 30 persone e il ferimento di altre 4, per le quali la procura chiede la condanna; chiede l’assoluzione, invece, in relazione alla morte di altre 7 vittime e al ferimento di una.

AbruzzoWeb sviscera completamente il documento, tralasciando le parti affrontate dai due pm nel corso dell’udienza e già riportate negli articoli di lunedì e martedì e portando alla luce invece gli aspetti più nascosti di questo durissimo atto d’accusa.

L’ANTEFATTO: LA TELEFONATA BERTOLASO-STATI

“LE BUONE INTENZIONI LASTRICANO LE STRADE DELL’INFERNO”

Uno sviluppo imprevisto del processo c’è stato quando il sito web del quotidiano la Repubblica ha diffuso il “prologo”, fino a quel momento ignoto, della riunione: un’intercettazione tra l’allora capo dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso e l’ex assessore regionale al ramo Daniela Stati, colloquio dal contenuto apparentemente inequivocabile: “operazione mediatica” e “tranquillizzare la gente”, questi sarebbero dovuti essere gli scopi della riunione Cgr.

Ecco perché, come scritto all’epoca e confermato nel documento, “in data 24.01.2012 Guido Bertolaso e Daniela Stati venivano iscritti sul Registro Generale Notizie di Reato per i reati di artt. 589 e 590 c.p. (omicidio e lesioni colpose, ndr), in cooperazione colposa con gli imputati dell’odierno processo”.

La requisitoria rievoca l’ascolto completo della telefonata nel corso dell’intervista a Bertolaso nella trasmissione di La 7 Man-Ma anche no: un escamotage utilizzato per farla entrare nel processo, visto che non si possono utilizzare intercettazioni scartate in altre indagini, in questo caso l’inchiesta G8 di Perugia.

Si citano inoltre ampi stralci della deposizione dell’ex capo dipartimento in aula, in cui ci furono scintille nel testa a testa con i pm.

La difesa di Bertolaso, ricordano infatti, è stata che aveva parlato “di ‘operazione mediatica’, affinché il contenuto della riunione fosse divulgato dai media e potesse raggiungere tutti”; quanto all’esigenza di “tranquillizzare”, era riferita, citando le parole dello stesso Bertolaso, “a quelle che erano le preoccupazioni che avevano intossicato questo territorio di chi diceva: ‘Ci sarà il terremoto domani mattina; sarà a Sulmona, sarà a L’Aquila, sarà stasera, sarà fra un giorno’”.

La procura rinvia gli approfondimenti specifici all’inchiesta che è tuttora in corso, ma resta scettica: “Le intenzioni erano buone, certamente, ma spesso, come suggerisce Damon Knight in Hell’s Pavement, delle buone intenzioni sono lastricate le strade dell’inferno”.

COMMISSIONE O RICOGNIZIONE?

“NON SONO ANDATI DA NESSUNA PARTE”

Secondo uno degli imputati, Franco Barberi, “non di riunione della Commissione Grandi Rischi dovrebbe parlarsi, bensì di ‘ricognizione di esperti’” sulla base dell’articolo 3 comma 10 del decreto del presidente del Consiglio numero 23582 del 3 aprile 2006.

La procura non è d’accordo. “Sfugge però l’ambito e i luoghi di tale presunta attività ricognitiva – prosegue la requisitoria – poiché gli imputati, in realtà, una volta arrivati a L’Aquila, non andavano da nessuna parte. Lungi dall’eseguire ‘ricognizioni, verifiche e indagini’ essi davano luogo solamente a una ‘riunione’ durata circa un’ora, all’interno di una stanza del Palazzo della Regione Abruzzo”.

L’INTERVISTA DI DE BERNARDINIS

“IL BICCHIERE DELLA FESTA ERA QUELLO DELL’INGANNO”

Nell’intervista televisiva rilasciata prima della riunione, l’imputato Bernardo De Bernardinis dice “che lo sciame sismico che interessava L’Aquila da circa tre mesi, era un fenomeno geologico tutto sommato normale”, prosegue l’accusa.

Che fa notare: “L’utilizzo dell’aggettivo ‘normale’, nel contesto evocato dall’imputato, è altamente ambiguo: trattandosi di fenomeno consueto per ampie zone del centro Italia, l’aggettivo ‘normale’ ben può essere interpretato come sinonimo di ‘non preoccupante’”, un’altra rassicurazione.

E si arriva al contestatissimo punto del bicchiere di vino da bere piuttosto che preoccuparsi delle scosse, che ha fatto passare guai seri a De Bernardinis. I pm assicurano che “imbeccato dal cronista (Gianfranco Colacito, ndr)”, l’ex vice di Bertolaso “manifestava inusitate capacità comunicative basate, oltre che sulla divulgazione di supposti contenuti scientifici, anche su sollecitazioni di tipo emotivo”.

L’analisi viene lasciata al consulente dell’accusa, l’antropologo Antonello Ciccozzi. “De Bernardinis – scrive nella relazione citata – coglie e rilancia la traduzione che il giornalista applica alle rassicurazioni appena ricevute come possibilità di bersi un bicchiere di vino”.

Ma “il bicchiere della festa era quello dell’inganno” e “quelle rassicurazioni non rimandavano a una certezza ma a una possibilità tradita”, conclude accusatorio.

Nell’intervista si ravvisa anche una contraddizione rispetto al verbale: parlando della situazione favorevole che deriva dallo scarico di energia De Bernardinis fa “un’analisi della situazione che, richiamando il supposto giudizio della comunità scientifica, contiene una previsione fausta, che, però, in contraddizione con la sua stessa fonte, ‘non avrebbe fondamento scientifico’”.

E il fatto che l’intervista sia stata resa prima e non dopo la riunione? Per i pm “non ebbe alcuna attitudine ingannatoria né produsse alcun effetto distorsivo rispetto ai contenuti della riunione che, d’altro canto, coincidevano perfettamente con le affermazioni di De Bernardinis”.

LA RIUNIONE CONTESTATA

L’ANALISI DEL RISCHIO: “NON HANNO CONSIDERATO I DATI PER PREVENIRLO”

“Il compito degli imputati, quali membri della Commissione – viene ricordato – non era certamente quello di prevedere (profetizzare) il terremoto e indicarne il mese, il giorno, l’ora e la magnitudo, ma era invece, più realisticamente, quello di procedere, come dice la legge, alla ‘previsione e prevenzione del rischio’”.

Anche perché “le conoscenze e i dati a disposizione degli imputati permettevano certamente di poter formulare una fondata valutazione di prevedibilità del rischio” e dall’altra parte se “il terremoto è un fenomeno naturale non prevedibile”, “il rischio è una situazione potenziale analizzabile”.

Ma nel corso della riunione “gli imputati non utilizzavano o, comunque, non tenevano nella giusta considerazione e non valutavano con la necessaria attenzione e prudenza tutti dati (storici, statistici, scientifici, conoscitivi) che erano a loro noti e che avevano a disposizione per formulare, nel caso concreto, un adeguato giudizio di prevedibilità del rischio a fini preventivi”.

Nel merito, “alla data del 31 marzo 2009, gli imputati sapevano che le stime di occorrenza di un terremoto, di magnitudo pari o maggiore a 5.5 o a 5.9, indicavano la zona dell’Aquila come una di quelle a più elevata probabilità”.

“Di tutto questo, però – prosegue l’accusa – non vi è traccia né nel verbale della Commissione Grandi Rischi; né nelle comunicazioni ai rappresentanti delle amministrazioni locali e agli organi di informazione; né nelle sommarie informazioni rese dai testimoni presenti ammessi alla riunione. Semplicemente non se ne è discusso”.

E se le vittime e i loro familiari “avessero ricevuto tale genere di informazioni, anziché quelle riportate nel verbale o quelle diffuse tramite le interviste televisive, la notte tra il 5 e il 6 aprile” non sarebbero rimasti a casa.

“LO SCARICO FAVOREVOLE? NON SE NE PARLO’”

Il tema caldo dello scarico di energia che sarebbe una situazione favorevole, incredibilmente non viene affrontato.

“Fu introdotto in sede di riunione – ricordano Picuti e D’Avolio – ma non fu specificamente trattato, essendosi incentrata l’analisi sulla sequenza sismica”. Insomma, fu “uno dei temi menzionati in sede di riunione, anche se, secondo i ricordi di Lorella Salvatori (una testimone, ndr), non fu oggetto di analisi specifica”.

“IGNORATI GLI STUDENTI FUORI SEDE”

Altro dato ignorato, “nell’analisi del rischio e dello specifico fattore dell’esposizione, la presenza di circa 8.000 studenti fuori sede, dimoranti in città, era sicuramente un dato rilevante trattandosi di persone di giovane età, per lo più alla prima esperienza di vita lontano dalle famiglie di origine, per questo più esposte e più bisognevoli di informazioni e di tutela”, ammonisce la procura.





GLI ESITI DELLA RIUNIONE

“'LA SITUAZIONE E’ FAVOREVOLE', MESSAGGIO UNICO E NESSUNO DISSENTE”

Dalla sintesi del verbale e delle dichiarazioni alla stampa, i pm riassumono così gli esiti della riunione. “Le opinioni espresse, complessivamente considerate, paiono rappresentare una comune visione della situazione”.

In particolare, “i terremoti non si possono prevedere; si ritiene lo sciame sismico fenomeno normale per una zona sismica come L’Aquila e non sufficientemente indicativo per destare concrete preoccupazioni; non vi sono concreti indicatori di pericolo; si sono constatati danni del tutto in linea con le attese ed essi riguardano le parti fragili e non strutturali degli edifici; l’esigenza primaria, nella direzione della prevenzione, è la mitigazione della vulnerabilità degli edifici con il loro rafforzamento sismico; anzi, chiosa il vice capo settore tecnico operativo del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile Bernardo De Bernardinis, parlando a nome della ‘comunità scientifica’ , che la situazione è favorevole perché le scosse frequenti rappresentano uno scarico di energia continuo”.

Un messaggio unico, comune a tutti gli imputati: “Non si percepiscono differenze, un coro in cui non ci sono solisti, un organismo che parla con un’unica voce”, chiosa l’accusa. Anche perché “nessuno manifesta, nemmeno implicitamente, prese di distanza, smentite o precisazioni rispetto a quanto dichiarato dagli altri”.

IL VERBALE BOCCIATO

“APPROSSIMATIVO, GENERICO, CONTRADDITTORIO E FUORVIANTE”

Il giudizio sul verbale che viene fuori da quella riunione è negativissimo: “Deve dirsi che molte affermazioni appaiono approssimative, generiche, contraddittorie; e le conclusioni piuttosto incoerenti, solo in apparenza esaustive e appaganti; le informazioni fornite imprecise e fuorvianti”, tuonano i pm.

Addirittura gli esperti si contraddicono tra loro: “Escludere la possibilità di fare previsioni scientifiche sui terremoti ed escludere, contemporaneamente, che un fenomeno (lo sciame sismico o l’anomala variazione della sismicità) scientificamente noto come possibile precursore di terremoti non consenta di poter fare alcun tipo di previsione – si evidenzia – rappresenta una proposizione autocontraddittoria, una antinomia logica”.

La bocciatura è sempre più sonora. L’imputato Enzo Boschi dichiara che “i forti terremoti in Abruzzo hanno periodi di ritorno molto lunghi. Improbabile il rischio a breve di una forte scossa come quella del 1703, pur se non si può escludere in maniera assoluta”, e l’accusa si scatena.

“Sfugge – si legge infatti – quale possa essere il reale contributo ricavabile dalla prima affermazione (Improbabile… pur se non si può escludere in maniera assoluta) in relazione alle funzioni consultive, propositive, informative della Commissione Grandi Rischi per gli scopi di previsione, prevenzione, valutazione del rischio che la legge le assegna. È infatti insito nello stesso concetto di ricerca scientifica l’incertezza e la finitezza delle conoscenze umane”.

LA MINI-PREVISIONE: “DANNI A STRUTTURE FRAGILI, DIFETTO DI ANALISI E DI COMUNICAZIONE”

“Le accelerazioni delle scosse registrate a L’Aquila dall’inizio della sequenza sismica e fino al 31.03.2009 – fa notare la requisitoria – indicavano, a giudizio dei membri della Commissione: valori ‘difficilmente in grado di produrre danni alle strutture’; ‘c’è quindi da attendersi danni alle strutture a comportamento fragile’; ‘il prof. Dolce evidenzia la vulnerabilità di parti fragili non strutturali’”.

Una valutazione considerata “particolarmente rilevante, perché così come riportata nel verbale è stata poi ripetuta in conferenza stampa dal sindaco dell’Aquila e ha avuto un notevole impatto sulla popolazione”.

Di qui la nuova accusa, di “un grave difetto di analisi del rischio” e “un grave difetto di comunicazione addebitabile ai componenti della Commissione”, perché “attendersi” “indica una previsione per il futuro, evoca una situazione di attesa futura”. Una mini-previsione in piena regola, clamorosamente toppata.

IL RUOLO DELLA STAMPA

“NESSUNA DISTORSIONE, HANNO DIVULGATO GLI ESITI”

Parlando dei mass media l’accusa ricorda la polemica testimonianza dell’ex prefetto dell’Aquila e oggi capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, che “esponeva la tesi secondo cui gli organi di stampa locale avevano distorto le notizie trasformando una ‘corretta informazione scientifica’ in ‘informazione rassicurante’”.

La procura non ci sta e assolve i cronisti. “In realtà le notizie di stampa non costituiscono per nulla una distorsione degli esiti della Commissione. La stampa non ha fatto altro che divulgare il contenuto e gli esiti della riunione”.

Se infatti da un lato, come evidenziato da Gabrielli, “la prima pagina del quotidiano Il Centro del 01.04.2009 riportava le affermazioni dell’intervista resa a Tv Uno da De Bernardinis senza specificare che esse erano state dette prima della riunione”, dall’altro lato quelle frasi “riportate in prima pagina da tutti i giornali, telegiornali e siti web, altro non erano se non il manifesto dell’esito della riunione”.

“Il fatto che i quotidiani locali avevano pubblicato notizie rassicuranti sul terremoto, ben prima che la Commissione si riunisse – poi – non sposta i termini della questione e non attenua per nulla le responsabilità degli imputati perché le vittime mutarono le consolidate abitudine di prudenza proprio per effetto esclusivo degli esiti della Commissione e non certo per effetto di rassicurazioni provenienti da altre fonti certamente non paragonabili alla autorevolezza della Commissione Grandi Rischi”.

IL NESSO CAUSALE

“LA RASSICURAZIONE HA INDOTTO A CAMBIARE ABITUDINI E STARE A CASA”

Il vero nodo del processo, quello che se il giudice riterrà dimostrato può portare alla condanna, è “la prova della sussistenza del nesso causale tra la condotta tenuta dagli odierni imputati e l’evento morte/lesioni personali”.

Una connessione che, ammette la requisitoria, “può dirsi raggiunta solo qualora si accerti che l’informazione rassicurante fornita dalla Commissione Grandi Rischi, riunitasi in L’Aquila il 31 marzo 2009 sia stata recepita dalle vittime costituendo la fonte della loro rassicurazione, abbia indotto le vittime a mutare le precedenti abitudini e a restare in casa la notte a cavallo tra il 5 e il 6 aprile 2009 nonostante il verificarsi delle due scosse sismiche, chiaramente avvertite, delle ore 22,48 e 00.39, antecedenti la scossa distruttrice delle ore 3,32”.

Segue un lungo capitolo, di oltre 250 pagine, in cui caso per caso i pm si dedicano a indicare gli elementi per cui ogni vittima citata nel capo d’imputazione (e nella richiesta di condanna) ha cambiato comportamento sulla base delle risultanze della Cgr.

Un compito improbo e doloroso, introdotto da una citazione dell’Eneide: “Infandum regina iubes renovare dolorem”, “Mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore”.

“Per quanto riguarda la testimonianza di Cora Maurizio – scrivono Picuti e D’Avolio in un sunto iniziale – l’unica motivazione che indusse egli stesso e i suoi famigliari a restare a casa fu l’esito rassicurante della Commissione Grandi Rischi; questa fu la motivazione esclusiva. Analoghe conclusioni si raggiungono per quanto riguarda la testimonianza di Vittorini Vincenzo e di Parisse Giustino. La medesima conclusione vale per le vittime Tomei Paola, Russo Annamaria, Cicchetti Adalgisa, Carosi Claudia, Visione Daniela, Giugno Luigi, Liberati Vezio, Ciancarelli Elvezia, le quali tutte, prima della riunione della Commissione Grandi Rischi, a prescindere dagli impegni del giorno dopo e a prescindere da situazioni familiari specifiche, erano sempre uscite di casa in caso di scosse di terremoto”.
 
“Per quanto riguarda, invece, le vittime Rambaldi Ilaria, Hussein Hamade, Di Pasquale Alessio, Narcisi Ilaria, Di Simone Alessio, tutti studenti universitari – prosegue la procura – le motivazioni che li indussero a restare in casa, per quanto raccontato dai testi escussi, possono ricondursi sia agli impegni universitari del giorno dopo che alle rassicurazioni della Commissione Grandi Rischi, sicché intervennero due motivazioni cumulative”.

LE CONCAUSE

“COLPA ANCHE DEGLI EDIFICI VULNERABILI E DELLA VIOLENZA DEL SISMA”

Tutta colpa della Grandi rischi? L’accusa non dice questo. “L’evento lesivo, così come si è verificato il 6 aprile 2009 – spiega – è indubbiamente il risultato di tre fattori concorrenti: la violenza del terremoto, la vulnerabilità dei dodici edifici in cui perivano le vittime indicate nel capo di imputazione, la condotta degli imputati”.

“I tre fattori, separatamente considerati, non sarebbero stati singolarmente sufficienti a determinare l’evento lesivo”, assicura.

COSA AVREBBE DOVUTO FARE LA CGR

“VALUTAZIONI PIU’ PRUDENTI E ATTENZIONE AI SEGNALI”

Nella parte finale della requisitoria, l’accusa si perita anche di indicare quale sarebbe dovuto essere il giusto modo di agire della commissione, il “comportamento lecito alternativo”.

“Sarebbe stato sufficiente – snocciola – non definire il fenomeno in atto normale e non pericoloso; evitare la formulazione di prognosi fauste; sarebbe stata sufficiente una valutazione complessiva, secondo canoni di prudenza e nell’ottica dei doveri di previsione e prevenzione, di tutti gli indicatori del rischio e di tutti i dati conoscitivi disponibili alla data del 31 marzo 2009”.

Ancora, sarebbe bastato “mettere in correlazione la brusca impennata di magnitudo, rappresentata dalle due forti scosse del pomeriggio del 30 marzo 2009, con gli indicatori di rischio sopra ricordati per effettuare una più cauta analisi prognostica in relazioni alle probabilità di innesco di un forte terremoto”.

E infine, si sarebbe dovuto “mettere tutti questi dati in correlazione alle previsioni probabilistiche circa un forte terremoto atteso nel ventennio 1995/2015 nella zona dell’Aquila, secondo lo studio del prof. Boschi”.

Sarebbe bastato, ma non è stato fatto. Ecco perché i pm Picuti e D’Avolio concludono: condannate la commissione Grandi rischi.

IL PROCESSO

L'organo consultivo della presidenza del Consiglio è accusato nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 30 persone.

Dopo alcune schermaglie sull'ammissione di prove come i due minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, alla fine proiettato in aula come pure altri servizi televisivi, nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i testimoni dell'accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D'Avolio, e quelli di parte civile e delle difese.

I familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.

Una tesi rifiutata dalle difese, che annoverano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, non ha mai partecipato di persona.

Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis (l'unico che fino a oggi è stato sempre presente in aula), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all'epoca presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all'Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile.

I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un'udienza a settimana, che ha portato all'ipotesi di una sentenza di primo grado che potrebbe arrivare a poco più di un anno dall'inizio della fase dibattimentale, un tempo da record.

 

I PROTAGONISTI DEL PROCESSO GRANDI RISCHI
IL GIUDICE
Marco Billi
L'ACCUSA
Pubblico ministero Pubblico ministero
Fabio Picuti Roberta D'Avolio
LA DIFESA
Imputato Avvocato
Franco Barberi Francesco Petrelli
Bernardo De Bernardinis Filippo Dinacci
Enzo Boschi Marcello Melandri
Giulio Selvaggi Antonio Pallotta e Franco Coppi
Gian Michele Calvi Alessandra Stefano
Claudio Eva Alfredo Biondi
Mauro Dolce Filippo Dinacci
LE INTERVISTE
Sabina GuzzantiMarcello Melandri – Fabio Alessandroni – Filippo Dinacci – Attilio Cecchini
I DOCUMENTI
Il verbaleIl castello accusatorio
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