“I NO CHE CI PORTANO A CANNA DEL GAS”, CIANCIOTTA, “PAGHIAMO MANCATE POLITICHE ENERGETICHE”

DOCENTE E PRESIDENTE ABRUZZO SVILUPPO: "DOPO REFERENDUM NUCLEARE ERA NECESSARIO DIVERSIFICARE FONTI APPROVVIGIONAMENTO E AUTONOMIA E INVECE CI TROVIAMO A DIPENDERE AL 46% DA METANODOTTI DELLA RUSSIA, E AL 10% DA CENTRALI FRANCESI. LA CRISI UCRAINA E' IL REDDE RATIONEM DI MANCATA VISIONE ". "IRONIA DELLA SORTE IL TANTO VITUPERATO TAP CI CONSENTE DI METTERCI UNA PEZZA"

11 Marzo 2022 08:30

Regione - Abruzzo, Economia, Politica

L’AQUILA – I veri costi della politica? Non sono i vitalizi o il buffet al parlamento a prezzi stracciati, ma piuttosto le mancate scelte strategiche, negli ultimi decenni in tema di politiche energetiche, di cui oggi presenta il conto la guerra ucraina, e le sanzioni alla Russia che fornisce al nostro Paese il 46% del gas, in una situazione in cui, “l’unica opera che ci consente di aumentare le forniture dall’Azerbaijan mettendoci una pezza è, ironia della sorte, il tanto contestato metanodotto Tap che arriva in Puglia, contro il quale per anni si è scatenato il fronte del ‘no a prescindere’, lo stesso che ha demonizzato le estrazioni di gas, che invece sarà necessario a lungo nel percorso della transizione green, visto che l’eolico e il fotovoltaico non sono ancora sufficienti”.

L’amara considerazione è di Stefano Cianciotta, presidente di Abruzzo Sviluppo, società in house della Regione Abruzzo, docente di Crisis Management alle Università di Teramo e Verona, al Force Training Centre della Nato, e all’Istituto di Alti Studi Strategici del Ministero della Difesa. E’ presidente dell’Osservatorio Infrastrutture Confassociazioni e componente Tavolo Mise per il rilancio di Edilizia e Infrastrutture.

Autore nel 2018 assieme ad Alberto Brambilla del libro “I «no» che fanno la decrescita.
Per un Paese che non ha ancora rinunciato al futuro”, in cui, senza mezzi termini, si affermava che “tutte le volte che l’Italia dice No, il conto che i cittadini pagano è decisamente salato” in particolare a causa “dell’opposizione ideologica alle infrastrutture”, comprese quelle che avrebbero dovuto garantirci una maggiore diversificazione e autonomia energetica.

Una argomentata disamina che torna di attualità in mesi in cui le imprese, le attività commerciali, e le famiglie sono sempre più in ginocchio a causa del caro bollette e dei carburanti alle stelle, con pesantissime ripercussioni sociali, amplificate dalla guerra in Ucraina, e dopo due tremendi anni di pandemia del coronavirus, che hanno fiaccato una economia già fragile.

“Il tema cruciale, decisivo dell’energia – spiega dunque Cianciotta – non è stato affrontato in Italia negli ultimi decenni in modo razionale, ovvero sulla base del fabbisogno del nostro sistema produttivo, ponendo come priorità quella di diversificare le fonti e i paesi fornitori. A prevalere è stata l’emotività,  a cominciare dal referendum del 1987 contro il nucleare, che ha consentito al movimento ambientalista di posizionarsi in modo forte.  Ma dopo quel referendum occorreva lavorare per garantirsi un’alternativa nell’approvvigionamento energetico. E invece il 10% la nostra energia ancora oggi arriva dalle 54 centrali nucleari francesi, che si sono guardati dal dismetterle, e il 46% del gas ci arriva dalla Russia, sempre che Vladimir Putin non decida, se dovesse precipitare la situazione, di chiuderci i rubinetti”.

E’ per il professor Cianciotta è proprio questo il peccato originale: l’aver guardato solo al breve periodo.

“La politica di ogni colore  ha inseguito il consenso – affonda il docente -, ha prestato il fianco ai vari movimenti del Nimby, dell’ovunque, ma non nel mio giardino. Una parte significativa del Movimento 5 Stelle ha costruito la sua identità e la sua fortuna politica all’esterno di un’ottica di sviluppo. Ha partecipato alla crociata contro il metanodotto Tap che ora ci è provvidenziale per aumentare le importazioni di gas, e frenare almeno un pò  i rincari che rischiano di mandare a gambe all’aria la nostra economia”.

Dopo anni di vertenze che hanno bloccato le estrazioni, additando le piattaforme di estrazione come il demonio, si scopre invece, sostiene Cianciotta, che del gas ne avevamo bisogno come il pane.

“Siamo arrivati al punto in cui le scelte di breve periodo hanno creato una situazione drammatica. E dunque ora possiamo procedere solo a soluzioni tampone, riaccendere le centrali carbone, le più inquinanti, con buona pace della transizione green. E riattivare nel più breve tempo possibile l’estrazione di gas dal nostro mare.  Ma anche qui bisogna vedere se le imprese siano disposte a fare investimenti che rischiano di essere ostacolati ancora una volta dal dissenso, dalla vertenze territoriali, dai ricorsi amministrativi, dalla giungla burocratica. Eppure nel mare italiano ci sono 100 miliardi di metri cubi di gas, noi ne estraiamo, a causa dei varie moratorie e delle levate di scudi di cui sopra, appena 3,5 miliardi, una percentuale bassissima rispetto al nostro fabbisogno, che è di 300 miliardi di metri cubi l’anno. Abbiamo 568 impianti di estrazione, alcuni dei quali potrebbero essere rimessi in esercizio in 18 mesi, in particolare al largo dell’Emilia Romagna, dove si concentrano  i giacimenti più importanti. E il governo di Mario Draghi questo dovrà necessariamente fare, visto che allo stato attuale la quantità di energia prodotta da eolico e fotovoltaico è ancora del tutto insufficiente e lo sarà ancora se non si sbloccheranno le migliaia di autorizzazioni richieste e rallentate dalla burocrazia e dai veti di Soprintendenze,
comitati e amministrazioni locali che invece dovrebbero individuare le aree idonee a ospitare nuovi impianti e metterle a disposizione rapidamente, oltre che sfruttare le opportunità previste per i piccoli impianti cittadini anche attraverso le Comunità Energetiche che oltre all’autoconsumo consentirebbe dì destinare il surplus dì energia alle famiglie più povere che non possono pagare le bollette.Si mettono in discussione non solo impianti a terra ma anche i parchi   in mare ma intanto il primo grande parco eolico marino italiano è in realizzazione al largo di Taranto, tra l’altro ad opera di Renexia, controllata dagli abruzzesi del gruppo Toto che entrerà in esercizio a breve”.

C’è poi la strategia del governo che intende aumentare l’importazione  dall’Algeria, ma anche qui c’è un grosso problema, avverte Cianciotta, anche questo figlio della latitanza di una politica energetica degna di questo nome, che invece altri hanno messo in campo.

“Occorre sapere che chi ha fatto grandi investimenti in Algeria è stata la Cina, a cui Mediterraneo interessa in modo particolare, aiutata anche dall’Europa, che gli ha sostanzialmente regalato nel 2013 il porto del Pireo in Grecia, consentendogli di avere una fondamentale hub per il trasporto delle merci, come è accaduto con il raddoppio del canale di Suez, realizzato dai cinesi in soli due anni. La Cina non ha fatto guerre nel Mediterraneo, ma  mentre noi eravamo in altre faccende affaccendati, con Algeria e Tunisia hanno sottoscritto accordi, regalando a questi Paesi un milione di alloggi popolari. Ed oggi quattro sommergibili cinesi acquistati dal governo algerino sono puntati contro le coste della Sardegna a difendere zone esclusive di pesca. E soprattutto ora a controllare di fatto i ricchi giacimenti di gas dell’Algeria è oggi la Cina, e dunque per rendersi autonoma dalla Russia, l’Italia sarà comunque dipendente da un’altra superpotenza, con pericoli e incertezze conseguenti”.

Cianciotta esprime perplessità anche sull’annosa contestazione contro la realizzazione della centrale di compressione di Sulmona, che dovrà spingere il gas lungo il costruendo metanodotto della Snam che arriverà fino a Foligno per poi proseguire verso nord.

“Voglio ricordare che di centrali di compressione in Italia ce ne sono una ventina, e non hanno dato mai nessun problema – afferma Cianciotta -. Consideriamo che già oggi il sottosuolo abruzzese è attraversato da ben 5.000 chilometri di gasdotti, e due metanodotti della stessa dimensione arrivano a Sulmona e servono anche per alimentare le abitazioni e le imprese.
Senza contare che già oggi il 90% della rete metanifera italiana di Snam è in grado di veicolare l’idrogeno, la fonte energetica del futuro.
Ma il mio non vuole essere un discorso contro i comitati, è legittimo avere paura, chiedere garanzie, non fidarsi davanti ad opere oggettivamente impattanti. Il tema è un altro: il mondo delle imprese deve accrescere la capacità di comunicazione, il  dialogo con i territori. Come del resto stanno cominciando a farlo alcune grandi aziende come Terna, che co-progetta le opere necessarie al trasporto dell’energia elettrica con le comunità locali, dimostrando di voler ascoltare le motivazioni di dissenso e prevedendo adeguate compensazioni. Dall’altro lato, credo però che occorra più coraggio nelle scelte da parte della politica, che non può limitarsi a cavalcare le proteste territoriali, in cerca di facile consenso ma deve dimostrare forza e lungimiranza e sedersi al tavolo con chi propone un’infrastruttura e pretendere che venga realizzata nel modo più compatibile con le esigenze della comunità”.

Conclude Cianciotta: “non sono affatto contro l’ambientalismo. Ma mi piacerebbe che quello italiano fosse come quello tedesco, che la campagna elettorale l’ha fatta dentro le aziende, che ha un approccio realista e  scientifico, che vuole certo, e ci mancherebbe,  la transizione ecologica verso le fonti rinnovabili, ma che non disconosce  la necessità di una gradualità di questo processo epocale, a differenza di chi invece questi limiti li ignora, per un deficit di studio, per una infatuazione ideologica, e continua a ragionare con un’ottica che ci porta solo ad una decrescita molto infelice”.  Filippo Tronca

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