I TENTACOLI DELLE MAFIE IN ABRUZZO, DIA: “TERRA DI APPRODO PER I CLAN”

RAPPORTO SEMESTRALE DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA: IN REGIONE CAMORRA E CLAN FOGGIANI E GARGANICI IN AFFARI CON FAMIGLIE ROM E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI SLAVO-ALBANESI, NIGERIANE E NORD-AFRICANE

di Filippo Tronca

26 Febbraio 2021 07:00

L’AQUILA – “Le indagini giudiziarie che si sono succedute nel corso degli anni hanno evidenziato la vulnerabilità del territorio regionale abruzzese agli interessi della criminalità organizzata, sebbene non siano state accertate, allo stato, radicate presenze qualificate da parte dei sodalizi mafiosi”.

Lo scrive a chiare lettere la Direzione investigativa antimafia (Dia), nel rapporto appena illustrato al Ministero dell’Interno relativo ai primi sei mesi del 2020, quelli segnati dalla pandemia e dal prolungato lockdown.

Nel dettagliato rapporto emerge che l’Abruzzo, lungi dall’essere un’isola felice, resta un “un apprezzabile territorio di approdo” per i clan della camorra napoletana, come quelli dei  Contini, Amato-Pagano, Moccia e Mallardo, e per la mafia pugliese, con le batterie Moretti-Pellegrino-Lanza, Piccirella-Testa, ed anche per la Società foggiana. Clan che non sono radicati nel territorio abruzzese, ma qui riciclano il loro denaro e riforniscono di ingenti quantitativi di droga la criminalità locale, quella straniera, innanzitutto, a cominciare dai gruppi slavo-albanesi, dai sodalizi  sudamericani e, nel teramano, dai gruppi nigeriani affiliati al temibile clan criminale degli Eiye. Contiguità che è lecito supporre pure con le di famiglie di etnia rom, radicate stabilmente lungo le aree costiere della provincia di Pescara e Teramo, come quelle dei Ciarelli, Spinelli, Di Giorgio e Di Rocco.

Nel capoluogo L’Aquila, e nei cantieri della ricostruzione, almeno questa è una buona notizia,  “non si rilevano presenze criminali strutturate”, mentre a forte rischio sono nel chietino,  Francavilla e il comprensorio di Vasto.

Rischiosa, avverte la Dia, la presenza di esponenti dei clan camorristici e della ‘Ndrangheta nel supercarcere dell’Aquila, citando l’arresto di un agente di polizia penitenziaria che agevolava, in cambio di somme di denaro, lo scambio di messaggi tra un boss della Camorra e gli affiliati del suo clan fuori dal carcere.

Il rapporto semestrale della Dia, in termini generali innanzitutto lancia l’allarme sulla “grande opportunità” rappresentata dal covid-19 per le mafie e anche per lo snellimento delle procedure d’affidamento degli appalti e dei servizi pubblici con “seri rischi di infiltrazione mafiosa dell’economia legale, specie nel settore sanitario”.

E’ poi “oltremodo probabile” che i clan tentino di intercettare i finanziamenti per le grandi opere a valere sugli oltre 200 miliardi del recovery plan, e la riconversione alla green economy.

Le indagini raccontano di una criminalità organizzata che durante il lockdown ha continuato ad agire sottotraccia, con un calo delle “attività criminali di primo livello” (traffico di droga, estorsioni, ricettazione, rapine), ma un aumento al Nord ed al Centro dei casi di riciclaggio e, al Sud, i casi di scambio elettorale politico-mafioso e di corruzione.

Stabile l’usura, fattore sintomatico di una pressione “indiretta” comunque esercitata sul territorio.

Si tratta, segnala la Dia, “di segnali embrionali che, però, impongono alle Istituzioni di tenere alta l’attenzione soprattutto sulle possibili infiltrazioni negli Enti locali e sulle ingenti risorse destinate al rilancio dell’economia del Paese”.

E c’è da stare poco tranquilli anche in Abruzzo, dove da una parte si registra un numero minimo di interdittive antimafia, strumento fondamentale al contrasto di fenomeni di infiltrazione nell’ambito dei rapporti economici e con la pubblica amministrazione. Dall’altro però sono molteplici i campanelli di allarme.

Le interdittive in Abruzzo nei primi sei mesi del 2020, sono state solo 2, sulle 348 totali del territorio italiano, dove a spiccare è la Calabria con 108 interdittive, la Puglia con 55, la Campania con 51, la Sicilia con 45, la Lombardia con 33 e l’ Emilia Romagna con 22.

Dall’altra parte la Dia evidenzia che in Abruzzo numerose sono state, anche nei primi sei mesi del 2020 le operazioni di contrasto al traffico degli stupefacenti, un ambito criminale che, anche nel periodo del lockdown,  si è confermato di grande interesse per le consorterie mafiose.

Per i clan della Camorra napoletana  Contini, Amato-Pagano, Moccia e Mallardo, innanzitutto, “frange per le quali il territorio abruzzese rappresenta un punto di approdo per il riciclaggio e il commercio di stupefacenti nelle località turistiche della costa pescarese, chietina e teramana”.

Inoltre, negli ultimi anni sono stati documentati gli interessi dei clan campani anche nella coltivazione della cannabis in Abruzzo, segnatamente nei campi della Marsica e nella zona del Fucino. Le illecite piantagioni facevano capo a pregiudicati campani legati a clan camorristici dei Monti Lattari, in provincia di Napoli.

Fa affari in Abruzzo anche la mafia di San Severo in Puglia, in particolare per la batteria Moretti-Pellegrino-Lanza e quella dei Piccirella-Testa,  “dedita al traffico di sostanze stupefacenti, operanti non solo nel territorio della provincia di Bari, ma anche altrove e in particolare in Abruzzo”.

La regione, assieme al Molise, è  anche “un apprezzabile territorio di approdo”, sempre per il traffico di stupefacenti, per la Società foggiana e quella garganica del territorio di Sannicandro Garganico, che si avvale dei clan abanesi per l’approvvigionamento.

Questo in virtù della “capacità delle consorterie della Puglia di tessere sinergie criminali con organizzazioni straniere, strumentali allo spaccio di droga”.

Ed è questo uno dei punti chiave dell’informativa: i clan pugliesi e campani non sono stanziali, ma sono oramai in affari con chi è in grado, vivendoci stabilmente, di dare sbocco di mercato in particolare agli stupefacenti:  criminalità straniera, innanzitutto, a cominciare dai gruppi slavo-albanesi, i sodalizi nordafricani, nigeriani e sudamericani.

Inoltre si sottolinea, “nella regione permane la presenza stanziale e strutturata di famiglie di etnia rom, radicate stabilmente lungo le aree costiere della provincia di Pescara e Teramo, con proiezioni parentali nella Capitale e in altre aree del paese, dedite a reati contro il patrimonio e al traffico di stupefacenti. Le indagini degli ultimi anni hanno anche evidenziato il reimpiego dei proventi illeciti nell’acquisto di esercizi commerciali, di immobili o in attività di natura usuraria”.

Nel capoluogo L’Aquila, “non si rilevano presenze criminali strutturate”, anche se nel tempo talune indagini hanno messo in luce l’esistenza di sodalizi di matrice mafiosa, attivi soprattutto nel settore degli appalti e nel riciclaggio.

Lo dimostra l’operazione “Game Over”  del giugno 2020,  conclusa nei confronti di soggetti ritenuti affiliati al clan dei Casalesi e dei Guarnera di Acilia: la Guardia di finanza ha eseguito un decreto di confisca definitivo per effetto della sentenza della Corte di Cassazione, di beni mobili, immobili e rapporti finanziari riconducibili al clan, per un valore complessivo stimato in oltre 22 milioni di euro, tra cui un’abitazione e un garage ubicati nel comune di Lucoli, a pochi chilometri dal capoluogo.

Pertanto, spiega la Dia, riferendosi ai cantieri della ricostruzione, “permane il rischio legato a possibili tentativi di penetrazione economica da parte di imprenditori contigui alla criminalità organizzata extraregionale. Infatti, sebbene sia stato registrato un decremento delle gare d’appalto pubbliche bandite per la ricostruzione post-sisma del 2009, sono ancora stanziati importanti finanziamenti pubblici”.

Viene però sottolineato che è uno strumento molto efficace è l’attività svolta presso la Prefettura dal Gruppo Provinciale Interforze, e il “costante controllo delle ditte che operano nei cantieri del capoluogo”.

Per quanto riguarda lo spaccio di droga a L’Aquila, emblematica è l’operazione dell’aprile 2020  che ha portato in carcere nove appartenenti a un sodalizio di nazionalità albanese. Durante le indagini è stato documentato l’approvvigionamento di “materia prima” a Roma, a Tivoli e anche a Celano.

Come pure gli arresti di febbraio ad Avezzano, che hanno fatto luce sull’operatività di una consorteria ­composta da 10 soggetti di origine maghrebina e da una donna italiana, dedita al traffico di cocaina proveniente dal nord Italia e proveniente dalla Colombia, nonché destinata alle piazze di spaccio abruzzesi e reatine. E infine l’operazione del  giugno 2020,  che ha portato all’arresto di 13 persone, tra cui figurano italiani, gambiani e senegalesi, per detenzione e spaccio di stupefacenti nel capoluogo abruzzese, a Pescara e a Roma.

La provincia di Pescara si legge ancora nel rapporto “risente della presenza, favorita dalla vicinanza geografica, di esponenti dei sodalizi pugliesi e campani. Altrettanto rilevante è il radicamento di una comunità rom, ormai da tempo stanziale nella città. Anche in questo caso, si registrano fattispecie di reato consumate da parte di alcuni elementi di tale comunità, quali lo spaccio di sostanze stupefacenti, l’usura, il gioco d’azzardo, le truffe, le estorsioni e il riciclaggio”.

In provincia di Chieti, le aree più permeabili alla “presenza” delle consorterie campane calabresi e pugliesi sono Francavilla e il comprensorio di Vasto.

A confermare che il traffico di droga “rappresenta pertanto una plurima lucrosa fonte di guadagno per le organizzazioni locali, viene menzionata dell’operazione Doppio Gioco, con la quale i Carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, a carico di un collaboratore di giustizia casertano, ex affiliato al clan Belforte di Marcianise, che aveva realizzato una capillare e redditizia attività di smercio di cocaina nell’area di Lanciano, avvalendosi appunto di soggetti locali.

La provincia di Teramo è funestata  dalla presenza di consorterie criminali autoctone, tra cui figurano esponenti delle maggiori famiglie rom Ciarelli, Spinelli, Di Giorgio e Di Rocco, “per le quali lo smercio di droga costituisce l’attività illecita prevalente”.

A cui si aggiunge ora anche una organizzazione nigeriana, con base a Martinsicuro, costituita da affiliati alla temibile clan criminale degli Eiye. A dimostrarlo  l’inchiesta The Travellers del 2019, che sgominato una banda attiva nel riciclaggio e nell’auto-riciclaggio verso la Nigeria, attraverso trasferimenti in aereo di ingenti somme di denaro abilmente occultate all’interno di bagagli, provento dello sfruttamento sessuale di donne di quella nazionalità e di altri illeciti.

Infine, sottolinea la Dia, a destare allarme anche la presenza del supercarcere dell’Aquila, che ospita detenuti in regime di 41 bis, tra cui componenti di clan della ‘Ndrangheta, in particolare reggine e crotonesi, dediti a traffici di stupefacenti, oltre che al riciclaggio.

Nel rapporto viene dunque citata la misura cautelare in carcere nei confronti di un agente della polizia penitenziaria, per corruzione continuata e aggravata dalle finalità mafiose, in concorso con un esponente apicale del clan napoletano Lo Russo. In particolare, la Dia ha rilevato condotte finalizzate ad agevolare, in cambio di somme di denaro, lo scambio di messaggi tra il boss, detenuto in regime differenziato e i suoi affiliati, funzionali alla gestione del clan.

RAPPORTO DIA MAFIE IN ABRUZZO: PD, “FENOMENO ALLARMANTE, MARSILIO ESCA DA LETARGO”

La presenza delle mafie in Abruzzo è persino superiore alle dimensioni che emergono dalla relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia.

L’allarme è lanciato dal Partito democratico Abruzzo, dalla responsabile del Forum Antimafia Teresa Nannarone e dal segretario Michele Fina, che oltre alla presenza del clan dei casalesi, della ‘ndrangheta e della criminalità pugliese e straniera in regione segnalata dalla Dia ricordano nello specifico “altre indagini portate avanti da Procure di altre Regioni, e perciò non rinvenibili nella sezione Abruzzo, che hanno dato luogo a provvedimenti di arresti e sequestri: quella sulla mafia dei pascoli ad esempio che ha acclarato la presenza della mafia messinese sui terreni di oltre dieci comuni abruzzesi per la truffa dei fondi europei. Così come non possiamo dimenticare né le indagini recentissime condotte dalla DIA aquilana che hanno portato al sequestro di due milioni e mezzo di euro ad un imprenditore aquilano né quelle della DIA di Napoli che ha sequestrato fabbricati e terreni a Castel di Sangro”.

Inoltre, spiegano Nannarone e Fina, “a proposito delle inchieste portate avanti dalla DIA di Napoli, e a conferma di come la provincia di L’Aquila sia già da tempo terreno di interesse per le mafie, ricordiamo che nel corso di un’operazione contro il clan di Secondigliano operante anche in Valle Peligna, nel 2017 veniva sequestrato un immobile a Pacentro e la quota societaria di una immobiliare con sede in Villalago”.

Gli esponenti del PD regionale concludono dicendosi “convinti che aver istituito all’interno del PD Abruzzo un dipartimento che tenga conto di questi temi sia un segno di civiltà e consapevolezza, e cogliamo questa occasione per preannunciare una prossima iniziativa proprio nella provincia dell’Aquila con il senatore Franco Mirabelli, componente della Commissione Antimafia, e per chiedere nuovamente al Presidente Marsilio di uscire dal letargo ed affrontare il tema in tutta la sua gravità ed attualità, cominciando come abbiamo già ripetutamente suggerito con il predisporre un apposito protocollo di intesa”.

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