Il Brigantaggio

20 Febbraio 2007 16:35

Il brigantaggio


Il fenomeno del brigantaggio nasce in Abruzzo fin dal 1500, con le imprese di Marco Sciarra. La Majella, con le sue grotte, fitte faggete, valloni e precipizi, è stata al centro degli episodi più noti. L’epoca di massima espansione del fenomeno si ebbe subito dopo la conquista, da parte dei Piemontesi guidati da Garibaldi, delle regioni del Regno di Napoli, ossia fra il 1860 e il 1870, quando, dopo l’iniziale entusiasmo, iniziarono ad emergere i primi malcontenti. I Borboni avevano infatti dominato per secoli imponendo uno stato protezionistico e assolutistico e molto legato al clero. I Piemontesi introdussero invece leva obbligatoria, leggi anticlericali, libero commercio ma anche nuove tasse.


In Abruzzo la radice politica sembra esclusa in quanto si trattò soprattutto di un fenomeno malavitoso, derivato comunque dal malcontento dei contadini che vivevano da secoli nell’indigenza e nell’ignoranza. Già nel 1863 si erano costituite una decina di bande, armate di schioppi, revolver e stili, organizzate come veri e propri reparti militari (ogni componente aveva un segno distintivo in funzione del ruolo e del grado gerarchico).


Le prime notizie di brigantaggio a Sulmona risalgono al 1860: protagonisti principali furono i fratelli Felice e Giuseppe Marinucci e Antonio La Vella, alias Scipione, ex soldato dell’esercito borbonico.
La banda Marinucci-La Vella, detta anche dei Sulmontini, operò isolatamente nella Valle Peligna, fino al Bosco di Sant’Antonio e Pescocostanzo, ma non superò mai i 30 elementi. Si rese famosa per alcuni omicidi e innumerevoli furti.
La Vella fu catturato quasi subito, nell’ottobre del 1861. Felice rimase ucciso in un conflitto a fuoco nel 1862 e venne esposto sulla scalera dell’Annunziata con un cartello sulle gambe, a monito per i briganti locali. Giuseppe si costituì dopo una breve fuga e fu condannato a vent’anni di carcere. Tutti i componenti della banda furono processati e condannati nell’ottobre del 1863.


Molto attiva fu anche la Banda degli Introdacquesi, che ebbe come rifugio ideale i fitti boschi del monte Plaia, nonché le montagne fra Introdacqua, Scanno e Frattura. I capi storici furono Giuseppe Tamburrini, alias Colaizzo, Concezio Ventresca, alias Liborio, Pasquale Fontanarosa e Pasquale Del Monaco. Si resero protagonisti di estorsioni di denaro, pecore e asini, minacce, omicidi e sequestri di persona per un totale di più ben 61 reati (come risultò poi nel processo del gennaio del 1868).


A Pacentro fu molto attiva la banda capeggiata da Pasquale Mancini, alias il Mercante, diventato brigante dopo essere evaso dal carcere nei primi mesi del 1861. Alla sua morte Giovanni Di Sciascio, alias Morletta, di Guardiagrele, assunse il comando della banda, chiamata poi Banda della Majella: la compagnia di briganti più organizzata e tristemente famosa dell’intero Abruzzo. Si avvicendarono al comando vari briganti tra cui Domenico Di Sciascio, fratello di Giovanni, Salvatore Scenna, di Orsogna, e Nicola Marino, alias Occhi di uccello originario di Roccamorice.
La banda fu protagonista di numerosi saccheggi nei paesi di Pretoro, Pennapiedimonte, Caramanico, Salle, Guardiagrele, Palena e Tocco da Casauria (nel 1866). Altro componente della banda fu Angelo Camillo Colafella che l’11 gennaio del 1861 invase San Valentino, liberando dal carcere locale una quarantina di detenuti. Domenico Di Sciascio si unì successivamente a Domenico Valerio, alias Cannone, considerato il più famigerato dei briganti. La banda, con i suoi numerosi componenti, rimase attiva fino al 1868.


Infine, tra le bande più temibili e longeve (si sciolse solo nel 1871), può essere annoverata quella capeggiata da Croce di Tola, alias Crocitto, pastore di Roccaraso. Fu protagonista di numerosi misfatti ma in particolare era un abile autore di biglietti di ricatto (che ho riportato qui in calce) con i quali otteneva soldi, vestiti e generi alimentari, indispensabili al proprio sostentamento e a quello dei suoi gregari. Il 5 giugno del 1871 venne catturato vivo dal carabiniere Chiaffredo Bergia, condannato a morte per fucilazione nel 1872, pena poi convertita all’ergastolo. Questo arresto, insieme alla cattura nel 1871 di Primiano Marcucci di Campo di Giove, segna la fine del brigantaggio nella Valle Peligna.

Commenti da Facebook

RIPRODUZIONE RISERVATA


    Ti potrebbe interessare: