ARINGO, POGGIO CANCELLI E CAMPOTOSTO: A 10 ANNI DA SISMA 2009 E A TRE DA QUELLO DEL 2016, OLTRE OTTANTA PER CENTO CASE INAGIBILI, ECONOMIA IN GINOCCHIO E LA GENTE VA VIA

IL CRATERE INCANTATO: ”FATECI RICOSTRUIRE”, VIAGGIO NEI PAESI VUOTI DELL’ALTO ATERNO

Autore dell'articolo: Filippo Tronca

4 Febbraio 2020 07:53

L'AQUILA  – C’è solo un cane, che in un sabato di gennaio, si aggira per le strade deserte di Aringo. 

Nessuna presenza umana, né in strada né nelle case, con le finestre chiuse, senza panni appesi, o macchine parcheggiate sotto. Eppure è sabato, in questo paesello terremotato dell’alta valle dell’Aterno, frazione di Montereale, duramente colpito prima dal terremoto del 6 aprile 2009, poi senza che la ricostruzione fosse nemmeno cominciata, dai terremoto dell’agosto 2016, che ha portato morte e devastazione nella vicina Amatrice, e ancora dal sisma del gennaio 2017.

Qui ogni fine settimana e festa comandata, come pure nei paesi vicini, che ne condividono l’amara sorte, tornavano i tanti paesani che durante la settimana abitano in città, a Roma in particolare.

Una stringata ed esauriente spiegazione di questo silenzio la offre uno striscione, appeso da mani stanche, vicino alla chiesa, sopra una fontanella da cui sgorga acqua cristallina che nessuno più beve. C'è scritto: “Oltre l’80 per cento delle case inagibili”, e ancora, “4 lavori nel post sisma 2009, 0 nel post-sisma 2016”. “Aringo in agonia”

Il bar è chiuso, come pure la macelleria, famosa per le sue carni di primissima scelta. Chiuso il ristorante. Su altri striscioni, che fanno rabbia, e anche un po’ di tenerezza, lungo la strada deserta, c'è scritto sopra “Fateci ricostruire”, e “Terremotosto”. Una bandiera italiana, ormai sgualcita e scolorita, sventola nonostante tutto.

Inizia da Aringo questo breve tour di AbruzzoWeb, nei luoghi dimenticati del sisma, per misurare innanzitutto la distanza tra le parole e le cose. Le parole sono innanzitutto quelle trionfalistiche degli esponenti di governo, e dei parlamentari di maggioranza abruzzesi, secondo cui sarà questo l’anno della svolta di un ricostruzione bloccata, ovviamente “per colpa di chi ci ha preceduti”, dopo che è stato approvato a fine dicembre il Decreto Sisma. 

In cui è contenuta la proroga dello stato di emergenza fino al 31 dicembre 2021, l'abbattimento al 40 per cento delle tasse per cittadini e imprese, con la restituzione spalmata in dieci anni, l’allungamento della durata dei contratti fino a 36 mesi dei contratti a tempo determinato in servizio negli Uffici speciali, fondi per imprese agricole, giovani, e ricostruzione dei beni culturali, congelamento dell’Imu per le case inagibili, la conferma dei fondi per le assunzioni di 200 addetti, per tutti gli uffici speciali e i 139 comuni del cratere del Centro Italia, che comprende Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo.

Assunzioni però già previste nel cosiddetto decreto Sblocca-cantieri, ma non ancora effettuate. 

Prima annotazione: il silenzio di Aringo, una cosa la dice. Forse è troppo tardi. Come hanno più volte evidenziato  le locali associazione Stava, e l’Aringo club, – anche la loro sede è ovviamente chiusa – è inutile prevedere misure per l'imprenditoria giovanile, quando i pochi giovani, dopo dieci anni, se ne sono andati via, oppure per il turismo quando non ci sono case, alberghi, o strutture provvisorie, di cui è stata negata la realizzazione, dove ospitare i residenti, e figuriamoci i turisti.

Chi sarebbe  il matto, del resto, disposto a farsi carico di un investimento che in parte dovrebbe pagarsi di tasca sua, in un territorio così estremo e inospitale, che dopo le macerie conoscerà, cantieri lunghi anni?

Il viaggio prosegue, lungo la provinciale 2, che porta a Campotosto e al suo lago, oltre la montagna. Per inciso la strada, strategica per il turismo dell'Alto Aterno di cui sopra, era franata in alcuni tratti a dicembre 2017, e ci è voluto più di un anno per riaprirla.  Alla faccia dello stato di emergenza, che dovrebbe accelerare almeno gli interventi sulla viabilità. 

Arriviamo a Poggio Cancelli, frazione di Campotosto, sotto la diga ovest del lago. Uno di quei luoghi del cratere che mai hanno fatto da location alle passerelle post-sismiche dei rappresentanti delle istituzioni con il volto contrito d'ordinanza, e assai generosi di parole di speranza e incoraggiamento.

Anche qui dopo dieci anni sembra di essere in un’area archeologica, a guardare i mozziconi e i lacerti di muri basali delle case buttate giù e di cui, almeno quello, sono state portate via le macerie. Con la differenza che rispetto ad Amiternum o Alba Fucens, gli abitanti, di sangue sabino, sono vivi e contemporanei. In buona parte anziani, alloggiati nel piccolo villaggio di casette prefabbricate. 

Il celestiale rombo di un trattore rivela che non tutto è perduto.

Alla sua guida un gagliardo sessantenne. Adocchia la telecamera. Inchioda il suo bolide, e scende. Vuole parlare, sfogarsi.





“Mi sono trasferito qui da Roma prima del terremoto – spiega Dino Pietrangeli, questo il suo nome – per vivere nel mio paese d'origine, dopo tanti anni. Ma ho il vago sospetto che non ho fatto un buon affare… Guardatevi intorno, riprendete, riprendete tutto. Dopo quasi undici anni non è stato fatto praticamente nulla. La verità che di questo paese, come di Campotosto, e delle altre due frazioni, Ortolano e Mascioni, non gliene frega niente a nessuno”.

Rivela poi, “avevo fatto domanda per realizzare in giardino una casetta 'fai da te'. Qui ci sono scosse frequenti, e la paura fa novanta quando la terra trema, a dormire in una casa in cemento, seppure dichiarata agibile. Non è stato possibile e non vi sto a raccontare la trafila burocratica che avrei dovuto fare. Come non è stato possibile realizzare casette, da smantellare quando non sarebbero servite più, pagando anche una fideiussione, per i tanti che qui hanno seconde case, e vivono altrove, e da dieci anni non possono tornare, per mantenere un legame con la loro terra, per portare un po’ di vita e far girare qualche soldo. La struttura commissariale ha detto che le casette deturpano il paesaggio, consumano suolo, hanno detto che poi sarebbe avvenuto come a L’Aquila dopo il 2009, 'ci sarebbero state speculazioni ed abusi'. Ed ecco il risultato: le case quelle vere non le hanno ricostruire, e quando avverrà, forse un giorno, molti anziani saranno morti, e gli oriundi non torneranno mai più. Tanti nostri sfollati sono a L’Aquila, nei quartieri del progetto Case, si rifaranno una vita laggiù. E qui resterà un deserto”.

E conclude lo sfogo con un tonitruante, “qui è tutto un magna magna!”. Qualunquista e superficiale quanto si vuole, ma visto il contesto, assolutamente comprensibile.  

Altri pochi chilometri, e si arriva a Campotosto.

Luogo incantato, nel senso anche di “sbilenco”, e “storto”, appare  l’eterna promessa del turismo montano abruzzese, in virtù del lago e del paesaggio mozzafiato, incorniciato dalle vette innevate della catena del Gran Sasso.
 
In quella che fu prima del 2009 la piazza principale, la chiesa non c'è più, sostituita, almeno quella, da una nuova struttura in legno.

Ci sono poi dentro i container, il bar, l'alimentari, la farmacia, il laboratorio di tessitura di Assunta Perilli, che si è meritata la notorietà, per il coraggio nel non essere andata via anche lei, e per la bellezza vera delle sue produzioni artigianali.

La titolare di una dei due alimentari non ha nulla da dichiarare. “È fiato sprecato parlare con i giornalisti”, taglia corto.

Lo fanno per lei le sue poche clienti, con la busta della spesa, fuori dal locale. “L’Enel con il nostro lago produce tanta energia elettrica, la vende e ci fa un sacco di soldi – protesta una di loro – ma noi, a parte qualche riduzione delle bollette subito dopo il terremoto del 2009, la corrente la dobbiamo pagare tutta. Magari un occhio di riguardo, un piccolo trattamento di favore ce lo potevamo anche meritare, visto che per fare il lago ai nostri padri e nonni hanno espropriato le terre”.

Non è quello del costo della corrente un  fatto di secondaria importanza. Prendiamo proprio l’alimentari. Dentro un container, se vendi frutta, devi tenere accesi i condizionatori durante l’estate, per non farla marcire, e l'inverno, che qui è lungo e rigido, devi spendere il doppio per riscaldare e rendere vivibile il locale. 

Il sindaco, Luigi Cannavicci, oggi non c'è, ci informano al bar, è  sceso a Teramo per l'ennesima riunione del coordinamento dei primi cittadini del terremoto. Si sta ragionando sull'ennesima mobilitazione, questa volta per avere immediatamente un nuovo commissario, e finalmente con poteri degni di questo nome, visto che a quello in carica, Piero Farabollini, è scaduto il mandato a fine dicembre  ed è in proroga. 

Lo contattiamo telefonicamente.

“E cosa vuole che le dica – risponde ironico  – lo potete toccare con mano in che condizione siamo. È una vergogna nazionale”.

E poi entrando nel merito del decreto, spiega: “qualcosa di buono c'è, ma i problemi veri non li hanno risolti. Le assunzioni  previste sono del tutto insufficienti, se spalmate su tutti i comuni di ben quattro regioni, e al numero di pratiche che vanno e andranno esaminate. Duecento addetti per 139 comuni, fatevi i conti,  e ditemi se non è un pannicello caldo. Resta il nodo dei piccoli abusi e irregolarità edilizie, un fatto normale in case di paese, ma la cui presenza blocca l'approvazione del progetto dell'intero aggregato edilizio. E i potrei andare avanti. Problemi irrisolti che noi sindaci abbiamo spiegato e rispiegato. Tutto inutile, certe volte viene davvero da pensare che la volontà sia quella di non ricostruire… “.

“Grazie del niente”, è stato scritto su uno striscione appeso in occasione del decennale del sisma. Anche a Campotosto, come a Roma, gli slogan valgono più delle parole.

 

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