“IL DIVIN CODINO”: ROBERTO BAGGIO, UN FILM RACCONTA L’UOMO DIETRO IL CAMPIONE

di Giovanni Maria Briganti

21 Giugno 2021 08:11

Regione - Abruzzo, Cultura, Tracce

L’AQUILA – Come poter raccontare la vita di uno degli italiani più amati della storia del calcio mondiale? “Attraverso le sue vittorie!”,  qualcuno potrebbe rispondere a questa domanda e la sua non sarebbe una risposta fuori luogo.

Ma quale tipo di “vittorie”? Perché quelle di un calciatore – e più in generale di ogni persona – non si misurano solo nei trofei e nei riconoscimenti che questi riesce a ottenere nel corso della sua carriera ma da come riesce ad affrontare le sfide che la vita gli mette davanti.

Per questo motivo, chi volesse vedere una serie ripetuta di sequenze memorabili della carriera e i momenti salienti delle partite di Roberto Baggio, farebbe meglio a guardare i già numerosi documentari che nel corso degli anni sono stati realizzati sull’argomento o alcuni programmi sportivi che celebrano i campioni del calcio, perché l’obiettivo de “Il divin codino” film di Letizia Lamartire, prodotto da Fabula Pictures, ora disponibile su Netflix, è decisamente un altro: focalizzare la narrazione sul percorso inedito di crescita e di maturazione di un uomo che attraverso gli insegnamenti di suo padre, l’amore di sua moglie e della sua famiglia, gli incontri fondamentali avuti negli anni, gli infortuni, le delusioni e le ripartenze è riuscito a determinare i suoi obiettivi e infine le sue “vittorie”.

Quante volte abbiamo ripercorso la cavalcata della giovane promessa della Fiorentina contro il Napoli di Diego Maradona che, partendo da centrocampo, mette a sedere Alessandro Renica e gran parte dei giocatori partenopei e poi, superando anche il portiere Giuliano Giuliani, riesce a calciare la palla in rete con un goal “alla Maradona” proprio sotto gli occhi del pibe de oro? Quante volte abbiamo ripensato a quel rigore decisivo nella finale dei mondiali di USA ’94?

Quanta delusione abbiamo provato tutti nel costatare che Giovanni Trapattoni non convocò Baggio nel 2002 per i Mondiali di Corea del Sud-Giappone? Ogni appassionato di calcio ha una propria risposta, personale, a queste domande.

Ma chi conosce nel profondo le difficoltà affrontate da Roberto Baggio prima di arrivare ai momenti così famosi del suo percorso? Il divin codino parte con la prima grande sfida che è chiamato ad affrontare l’appena maggiorenne “Roby” Baggio, giocatore di Serie C del Lanerossi Vicenza.

Nell’ultima partita in serie C, prima di passare in Serie A con la Fiorentina, Roberto si infortuna alla gamba. Diagnosi: rottura del legamento crociato anteriore, capsula e menisco per un totale di duecentoventi punti alla gamba destra. Operazione che potrebbe porre fine a qualsiasi carriera. La Fiorentina però lo acquista ugualmente, continuando a credere in lui.

Florindo Baggio accompagnando suo figlio il primo giorno di allenamento con la nuova squadra, vedendolo con le stampelle e depresso, gli dona un grande insegnamento di vita confidandogli che in realtà questo infortunio avuto così presto è la cosa migliore che gli potesse capitare, perché credeva di “essere arrivato” e di colpo ha perso tutto.

Niente è dovuto nella vita e nessuno regala niente, “per fortuna che questo l’hai capito subito”, gli dice e conclude fornendo a Roberto un primo grande obiettivo: vincere il mondiale contro il Brasile.

Firenze risulta fondamentale per “Roby”, non solo sul campo da calcio. Una sera, dentro un luogo imprevedibile, avviene un incontro determinante che segnerà una svolta profonda per la sua vita e non lo abbandonerà più: quello con la fede buddista.

Il messaggio che, grazie al suo amico Maurizio Boldrini, il buddismo trasmette alla giovane promessa della “Viola” è che “non è quello che ci dà il mondo a renderci felici, la cosa importante è che dipende tutto da noi. Siamo noi stessi a determinare la nostra esistenza. Siamo noi a determinare il nostro futuro”. Per questo occorre focalizzare i propri obiettivi. Il primo obiettivo dunque che Roberto scrive sul suo taccuino, per raggiungere il mondiale contro il Brasile promesso a suo padre, è di essere convocato in Nazionale. E infatti attraverso una pratica costante e il duro allenamento, dopo poco si vedono i risultati e arriva la convocazione.

Da qui il film traghetta la storia direttamente ai mondiali del ’94, con un salto temporale di circa sei anni, arrivando a mostrare il “dietro le quinte” e le dinamiche conflittuali del “divin codino” con il suo allenatore, Arrigo Sacchi.

Nonostante l’infortunio subìto durante la semifinale contro la Bulgaria e il dolore lancinante che prova nel corso degli allenamenti, Roberto vuole a tutti i costi giocare quella finale che ha promesso a suo padre. Vuole essere determinate e vuole essere protagonista.

Ma accade quello che tutti noi ben conosciamo.

Dopo il mondiale del 1994, il film compie un altro salto temporale di sei anni. Siamo all’alba del nuovo millennio e Roberto disoccupato, senza una squadra disposta a ingaggiarlo, è ancora vittima degli incubi e dell’insonnia per quel rigore sbagliato. Da Sacchi in poi, tutti gli allenatori gli hanno fatto terra bruciata intorno diffondendo la voce che “Baggio pensa solo a sé stesso, non fa gruppo”.

Ha una proposta sola: andare a giocare in Giappone. Parlando con Vittorio Petrone, suo caro amico nonché compagno di fede e manager, Roberto gli confida di volerci andare in Giappone, ma tra due anni, per disputare il mondiale di Corea del Sud-Giappone.

Occorre una squadra però. Una squadra che creda in lui. Approda così al Brescia del Presidente Luigi Corioni e ad allenarlo sarà Carlo Mazzone che conferisce a Roberto quelle attenzioni e quella fiducia che nessuno sembrava volergli più concedere.

L’obiettivo di Roberto è tornare a essere determinate per ottenere la maglia azzurra, quello del Brescia è di ottenere la salvezza. I risultati non tardano ad arrivare. Roberto conduce un campionato straordinario e il Brescia si salva.

Trapattoni – CT della Nazionale che andrà ai mondiali – durante un colloquio privato con Roberto e il suo manager promette al calciatore che se tra sei mesi sarà ancora in questa forma smagliate, lo convocherà per i mondiali.

La vita però sembra sbarrargli, ancora una volta, la strada. Durante la semifinale di Coppa Italia in casa del Parma, Roberto subisce la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro.

Se questo infortunio aveva rischiato di compromettere la carriera di Roberto appena maggiorenne ora, a trentacinque anni, potrebbe portarla al suo tragico epilogo. In un primo momento Roberto si lascia vincere dalla depressione e dall’iniziale rifiuto ad affrontare una seconda operazione.

Per il recupero infatti ci vorrebbero proprio sei mesi. Il mondiale è ormai impossibile da conquistare. Perché tentare se le possibilità di riuscita sono pressoché nulle? Ecco che la risposta arriva proprio da Vittorio Petrone che, in qualità di suo amico e compagno di fede, ricorda a Roberto che i mondiali si terranno proprio in Giappone, Nazione nella quale abita e vive Daisaku Ikeda, il Presidente della Soka Gakkai, loro Maestro e punto di riferimento e, in qualità di suo manager invece, Vittorio gli ricorda che non può lasciare il calcio con l’immagine di lui in lacrime mentre lo portano via. Anche solo per un minuto, Roberto deve tornare in campo ed essere d’esempio.

Ecco che Baggio si pone un obiettivo impossibile: recuperare la forma fisica in tre mesi, tornare in campo, essere determinante e andare al mondiale. Risuonano nella mente di Roberto le parole di Ikeda “dove finiscono le mie capacità inizia la mia fede. Una forte fede vede l’invisibile, crede l’incredibile e riceve l’impossibile” e con l’aiuto di sua moglie Andreina, della sua famiglia, della pratica quotidiana del Nam-myoho-renge-kyo e un duro allenamento, Roberto completa il suo recupero in soli settantasei giorni, ritorna in campo segnando subito una doppietta, donando al Brescia e a se stesso una meravigliosa vittoria.

Nonostante questo miracoloso esempio, Mister Trapattoni non lo convoca per il mondiale in Giappone.

Grande delusione in Roberto, perché i tanti sforzi, i tanti sacrifici e l’immane fatica provata sembrano persi, svaniti nel nulla, ma è proprio qui, che davanti agli occhi di suo padre Florindo, dopo aver ricevuto da lui le parole che ha sempre cercato di sentirsi dire “Io ti dovevo preparare alla vita. Sei stato bravo”, Roberto viene riconosciuto e osannato dalla folla dei suoi tanti ammiratori, capendo in quel momento che le sue sconfitte si sono trasformate in potenti vittorie perché la sua capacità di rialzarsi è stata d’esempio per tutti. Lui è una persona che non si arrende e, una persona che non si arrende, incoraggia più che una persona che vince, perché una persona che non si arrende incoraggia tutti

. Il compito di interpretare Roberto “Roby” Baggio, è stato affidato all’abruzzese Andrea Arcangeli perfetto e all’altezza del ruolo assegnatogli e che ha saputo dare prova di grande duttilità anche con un dialetto che non gli appartiene. Mai esagerato o calcato, fornisce allo spettatore un’interpretazione davvero notevole che appassiona, emoziona e commuove durante tutto l’arco del film.

Talentuoso tutto il cast composto da Valentina Bellè che interpreta Andreina – moglie di Roberto –, Riccardo Goretti (Maurizio Boldrini), Antonio Zavatteri (Arrigo Sacchi), Martufello (Carlo Mazzone) e Thomas Trabacchi (Vittorio Petrone).

Degna di nota però è la straordinaria interpretazione di Andrea Pennacchi nel ruolo di Florindo Baggio, padre di Roberto.

Personaggio questo davvero ben delineato già in fase di sceneggiatura e che il Pennacchi è in grado di raccontare magistralmente e di conferirgli, attraverso l’intensità interpretativa, una forza drammatica e sentimentale propria dell’eroe tragico che resta scolpita nel cuore dello spettatore. Un padre all’apparenza burbero ma che nel corso del film si arriva a comprenderne il vero carattere perché ogni volta che dialoga con suo figlio lo fa per trasmettergli concretezza e prepararlo alla vita.

Letizia Lamartire regala allo spettatore un Baggio inedito, affatto scontato, e racconta la vicenda umana del calciatore con sapienti capacità realizzative.

Particolarmente apprezzabile il modo in cui viene condotto dalla Lamartire il tema del percorso spirituale di Roberto Baggio. Per la prima volta sul grande schermo in Italia la fede buddista viene affrontata con concretezza e chiarezza di contenuti, allontanandosi dai soliti cliché che ne minano lo spessore, la profondità e il potentissimo messaggio.

Novantadue minuti (durata di una partita di calcio) durante i quali, come recita la meravigliosa colonna sonora cantata da Diodato, si impara a conoscere e apprezzare ancora più nel profondo “l’uomo dietro il campione”.

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