IL GRANDE DERBY: GLI EX, IL CUORE E LA FESTA, CRONACA DI UN GIORNO PERFETTO

Autore dell'articolo: Roberto Santilli

16 Giugno 2013 22:34

L’AQUILA – Se ti siedi a scrivere e non senti più le gambe, vuol dire che il grosso è fatto. E ti chiedi, per meno di un secondo, se si tratta di un sogno. Che domande, certo che è un sogno, ma un sogno vivo, un sogno a pelle sveglia, neanche a occhi aperti, perché oggi c’era un sole africano ai piedi del Gran Sasso, versante aquilano, a chiudere gli occhi e a bastonare le teste dei tosti del capoluogo abruzzese bardato di rossoblù.

Segni al ‘3 del primo tempo di una partita che il Teramo doveva aggiustare da subito causa ‘pera’ aquilana all’andata, non credi ai tuoi occhi perché sono già sotto il fuoco amico del sole, a quel punto svaniscono i residui della gloria infranta malamente troppe volte nella storia.

Gualdo Tadino, Sassari Torres, la stramaledetta Prato del ‘Lungobisenzio’ e del gol toscano al minuto 99, il numero della tua città, via nel dimenticatoio e a mai più rivederci, salvo per ricordare quanto fosse speciale il calcio di vent’anni fa, di quella sofferenza, di quel capoluogo d’Abruzzo.

Tutto accade in una giornata perfetta, troppa grazia, con le vecchie glorie in campo, con chi all’Aquila negli ultimi vent’anni ha vinto e ha perso a prendersi, oggi, 2013, cori, applausi e abbracci, dopo aver pranzato insieme ai tifosi, dopo averli incontrati per le vie di una città che non hanno smesso di amare dopo tanto tempo.

Che meraviglia rivedere sul prato verde del ‘Fattori’, prima del fischio d’inizio e con la curva piena, i portieroni vincenti da studenti di ieri e insegnanti di oggi, Marco Onesti, i difensori che “se passi ‘te sdirrino'”, Massimiliano Marcosanti, Francesco D’Angelosante Alessandro Cagnale, i compagni di reparto col vizietto delle punizioni all’incrocio, Massimo De Amicis, i centrocampisti che rullavano la mediana col silenziatore, Alessandro Tatomir, i belli col mazzuolo d’ordinanza, Luca Leone, i bomber di marmo e di furbizia, Gianni Boccia e Davide Di Nicola.

E, dulcis in fundo, al potere la fantasia: Marco Di Chio.





Che meraviglia accoglierli all’Aquila come se non se ne fossero mai andati via. Che meraviglia saperli in tribuna, vecchie glorie e vecchi amici insieme, mentre L’Aquila Calcio stravince sul campo, in casa, una finale di ritorno play-off. Per salire in C1, moderna Prima Divisione. Per salire un gradino più su senza strappi di cuore come da tradizione e fottersene del terremoto per un bel po’.

Che meraviglia, signore e signori, prendere questa metrata di storia e farne un bel pezzo di cammino verso il futuro, nonostante in centro storico dopo il fischio finale dell’arbitro della già citata e sempre stramaledetta Prato (calcistica, s’intende) Gianluca Aureliano della sezione di Bologna, in molti erano accomodati al limite del sonno.

Per fortuna ci hanno pensato i tifosi rossoblù a svegliarli dal torpore, occupando a petto e gola in fuori un luogo che non ha bisogno di avventori annoiati, ma di progetti seri e operai cazzuti per essere ricostruito e rivissuto una volta per sempre, gli stessi tifosi che hanno ricoperto di amore curvarolo le due vecche glorie di giornata rimaste all’Aquila per vedere un po’ di festa, Di Chio e Marcosanti, letteralmente sbranati dalla splendida follia degli ultrà in piazza Regina Margherita.

Adesso però basta con le parole. L’idea era di scrivere un articolo in questo modo: L’Aquila-Teramo 2-1, rossoblù in C1, ma il caporedattore avrebbe ululato di brutto. Allora lo facciamo qui, sul finale, tanto quel che c’era da fare s’è fatto e quel che c’era da scrivere, se non è bastato, si scriverà: L’Aquila-Teramo 2-1, rossoblù in C1. Non c’è nient’altro da aggiungere.

 

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