IL PALLONE RACCONTA: L”’ALTRO” PAOLO ROSSI, TUTTO GRINTA E CUORE

Autore dell'articolo: Marianna Galeota

8 Gennaio 2013 08:08

L’AQUILA – Ha iniziato a sgambettare dietro a un pallone all’età di 10 anni e, da allora, la sfera è diventata la sua casa e la sua ‘compagna di vita’ per tre decenni.

L’ex gloria dell’Aquila Calcio Paolo Rossi oggi ha 72 anni, ma la grinta e il cuore del centravanti ‘sfornagol’ sono rimasti esattamente gli stessi dei vent’anni.
 
“Se non mi facevano giocare, piangevo: questo era il calcio, quello vero – racconta l’ex centravanti con una punta di emozione ad AbruzzoWeb – Tra doping e partite vendute il pallone di oggi è qualcosa che non appartiene alla genuinità di questo sport. Io sono figlio di altri tempi, di un altro calcio”.

Molti aquilani lo ricordano ancora come “quello del gol al Pescara” nel campionato 1963/1964 che il padovano concluse con 12 reti all’attivo. Quello 0-1 Rossi ce l’ha scolpito nella mente e lo definisce “il ricordo più bello” che lo lega alla città abruzzese. Poi la carriera da tecnico e da scopritore di talenti, su tutti il futuro campione del mondo Fabio Grosso.

Arrivato nel capoluogo a 23 anni, non è mai più andato via: il suo legame con L’Aquila ha infatti radici profonde, nonostante il terremoto del 6 aprile 2009 gli abbia portato via una figlia e, per un po’ di tempo, l’uso delle gambe.

Quando è approdato all’Aquila Calcio?

Sono cresciuto nelle giovanili del Padova. Sono arrivato all’Aquila nel ’63, dopo aver giocato per un anno all’Abano Terme (65 reti), al Mirano Veneto (25 reti), alla Fiorentina con Albertosi e poi al Pisa. L’anno della vittoria contro il Pescara, in serie C,  lo ricordo ancora perfettamente: fu un campionato difficile con squadre del calibro di Sambenedettese, Foggia, Bari, Taranto, ma fu un anno ricco di soddisfazioni. Dopo quel gol, mi guadagnai la simpatia della gente che mi salutava per strada come fossi un eroe. Mi presi una pausa di 4 anni dall’Aquila e ne giocai altri 4 con il Savoia, con cui vinsi il campionato di serie D, giocando contro l’Internapoli di Giorgio Chinaglia e Pino Wilson. Tornai all’Aquila un po’ più ‘anziano’ e giocai con i rossoblù per altri 9 anni , fino al 1978, questa volta da libero. Avevo 38 anni quando mi ritirai, ma avrei potuto dare ancora molto.

Una volta appese le scarpette al chiodo si è fermato?

Certo che no! Ho fatto l’allenatore per 18 anni. Ho guidato il settore delle giovanili dell’Aquila Calcio e nel campionato ‘85/’86 anche la prima squadra. L’anno seguente ho intrapreso la carriera di commissario tecnico regionale, in Federazione fino al 2004, vincendo due Tornei delle Regioni. Ho cresciuto e allenato migliaia di ragazzini: un ‘certo’ Grosso l’ho scoperto anche io!

Il terremoto le ha portato via tanto, ma è rimasto all’Aquila.

Mi sono sposato e vivo tuttora qui, nonostante il terremoto mi abbia portato via una figlia di 33 anni. Sono rimasto sotto le macerie per 18 ore con mia moglie, ma ce l’ho fatta, nonostante abbia passato due  mesi in Rianimazione. Lo schiacciamento della gamba, purtroppo, ha comportato la perdita dell’innervazione dell’arto. Ho passato un lungo periodo in carrozzella, prima di tornare in piedi. Oggi mi aiuto con le stampelle per camminare, faccio lunghe camminate. Il peggio è passato.

Cosa manca al calcio di oggi rispetto a quello di ieri?

La purezza e la passione. Noi eravamo puliti, e non mi riferisco solo al doping di oggi. Parlo di purezza interiore. Il calcio di oggi non mi piace: i calciatori sono strapagati e, come se non bastasse, si vendono le partite. Anche le tifoserie non sono quelle di un tempo: allo stadio c’è volgarità, violenza. Questo tipo di tifo distrae dallo svolgimento della gara, per questo vado pochissimo allo stadio.

Come ha vissuto l’omonimia con il suo illustre collega campione del Mondo?

(Sorride) Ho giocato molto più di lui, ma guadagnato molto meno!

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