IL PRIMO CRONISTA. ”IO E LA MIA TELECAMERA, FANTASMI TRA I FANTASMI”

Autore dell'articolo: Marianna Galeota

4 Aprile 2014 21:24

L’AQUILA – “C’erano fantasmi intorno a me, e fumo e grida e buio”.

Raccontare una tragedia, la tua tragedia e quella di 70 mila tuoi concittadini, a soli 30 minuti dal disastro: una telecamera in mano e l’adrenalina che ti spinge ad andare, a scavalcare macerie e paure e a superare il buio. Poi la consapevolezza, un fremito e la rassegnazione.

Solo una pausa di qualche minuto, prima di tornare in campo a rischiare la vita per fissare immagini inimmaginabili e raccontarle al mondo.

È la storia di Flavio Massari, aquilano, e primo operatore Rai ad arrivare in centro storico all’Aquila, il 6 aprile 2009, a solo mezz’ora dalla scossa di terremoto che ha trascinato via con sé i respiri di 309 persone.

Le sue immagini hanno fatto il giro delle televisioni di mezzo mondo, anche grazie alla sua forza d’animo e alla sua inossidabile professionalità che, quella notte, lo hanno spinto a prendere la sua fedele compagna di vita, la telecamera, e a filmare la sua città caduta in pezzi come un castello di carte.

“Una volta spenta la telecamera, mi sono fermato e ho pianto”, racconta Massari, che a distanza di 5 anni è ancora tradito dall’emozione quando, con la mente, ripercorre gli istanti della scossa e il suo viaggio in macchina fino a via XX settembre, centro del disastro.

Cronaca e disperazione: due anime che per una notte intera si rincorrono e si accavallano, si stringono e si allontanano nel cuore di un cronista che racconta anche la sua disperazione, con la consapevolezza data dalla fredda lucidità di un tasto REC che imprime, impietoso, le immagini di una vita che non sarà mai più la stessa.

C’erano state già molte scosse nei giorni precedenti. Come ha vissuto quei giorni?

C’era uno sciame da mesi e avevamo spesso fatto servizi e documentato la paura degli aquilani. Quella notte eravamo in allerta ed ero incaricato di seguire l’evolversi della situazione. Durante la serata sono stato a piazza Duomo dove c’era molta gente, attrezzata con le coperte, che dopo la scossa delle 23 si era riversata lì. Ricordo molti studenti, c’era quasi un clima goliardico tra loro. Sorridevano e non immaginavano lo sfacelo che di lì a poco si sarebbe scatenato.

Al momento della scossa che ha raso al suolo la città dove si trovava?

Ero a casa mia, a Tornimparte, un paese poco distante dall’Aquila. Avevo l’attrezzatura pronta e una sensazione strana che non mi ha abbandonato mai per tutto il corso della notte. Dopo la scossa delle 3.32, ho messo al sicuro mia madre e mia nonna, ho preso la macchina e sono andato in centro storico.

In quale zona?





Mi sono precipitato a via XX Settembre, all’altezza del palazzo dell’Anas che era imploso, insieme ad altre palazzine vicine e ho iniziato subito a riprendere. Ricordo il buio, l’odore di gas e la polvere che mi toglieva il respiro. Appena arrivato, la gente mi ha urlato contro di lasciare la telecamera e di aiutare a scavare, additandomi quasi come uno sciacallo. Poi, invece, con il mio faretto ho cercato di fare luce e dare una mano. Le mie immagini sono state le primissime ad arrivare alle televisioni e, forse anche per questo, le più drammatiche. Si sentivano le urla delle persone rimaste sotto le macerie che imploravano aiuto. Un’esperienza forte, che mi ha cambiato nel profondo e mi ha fatto rivalutare tanti punti di vista.

Quando si è reso conto della situazione che cosa ha fatto?

Ho iniziato a riprendere subito e ho chiamato la redazione. I miei colleghi erano sconvolti e inizialmente non credevano a una simile tragedia. Non sapevo cosa fare, ero un fantasma tra i fantasmi. C’era gente che scavava in pigiama a mani nude, ma in quel momento l’adrenalina ha avuto il sopravvento e ho proseguito verso la casa dello studente. Sembrava una città sotto un bombardamento, i ragazzi erano cavalcioni sulle finestre della residenza studentesca e volevano saltare giù. Ero parte della tragedia in quel momento, non ero solo un giornalista. Mi sentivo impotente, in mezzo al frastuono, alle grida, all’angoscia di persone che si aggiravano per le strade come automi.

I soccorsi non erano ancora arrivati?

No, era il momento in cui si stavano organizzando e stava per partire la macchina dei soccorsi. C’erano tante macchine in giro, era il caos totale.

C’è uno sguardo, una voce, una mano tesa che non scorderà? 

Mi ha colpito molto un padre di uno dei ragazzi della Casa dello studente. Si è precipitato lì un’ora dopo il disastro ed è rimasto di fronte alle macerie di quello stabile per due giorni e due notti, senza mangiare e bere né dormire. Chiedeva a noi giornalisti dell’acqua, ma neppure noi l’avevamo. Suo figlio, purtroppo, non ce l’ha fatta. Ricordo anche una ragazza che mi ha preso per mano e mi ha portato fino a casa di sua madre in via Roio, per aiutarla a scavare. Ma era impossibile senza l’aiuto dei Vigili del Fuoco. Non l’ho mai più rivista.

Ci sono stati momenti nei quali ha rischiato la vita?

Certo. Le scosse erano continue. La terra sembrava non volesse mai smettere di tremare. Sono andato fino alla sede della mia redazione che era in centro storico per scaricare le immagini e lì ho avuto paura. I palazzi si muovevano l’uno verso l’altro. Poteva crollare tutto da un momento all’altro, ma sono riuscito comunque a mandare le immagini da una presa esterna, poi sono scappato via da lì.

Come sono stati i giorni successivi?

Ho lavorato senza sosta per una settimana. A un certo punto, però, il mio fisico e il mio cuore hanno detto basta e ho dovuto staccare da tutto, andando via dall’Aquila per una decina di giorni.

Oggi come vive quei ricordi?

Mi emozionano ancora e penso che questo accadrà per sempre, ma nel contempo credo e spero che gli aquilani trovino la forza di reagire a tutto questo. Non possiamo più piangerci addosso perché siamo terremotati. Questo è il momento di fare e di costruire, di ricordare chi eravamo per ricreare una città e una comunità forte come prima.

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