IL RICORDO DEL CARTOLAIO AQUILANO PIETRO SCIMIA, DALLA PASSIONE ROSSOBLU’ ALL’INCONTRO CON SILONE

Autore dell'articolo: Eleonora Marchini

12 Dicembre 2016 11:15

L’AQUILA – Quando se ne va un personaggio come Pietro Scimia, classe 1921 e una vita trascorsa all'Aquila tra la cartoleria Agnelli di corso Vittorio Emanuele e la sua attività sempre di cartolaio sotto i portici, ci si rende conto di aver perso un pezzo della memoria della città.

Una testimonianza irrecuperabile che poteva raccontare la città del secolo scorso, una storia non scritta ma vissuta dalle persone, per le strade, nelle piazze, allo stadio, nei teatri e nelle feste, quella quotidianità che le pagine dotte dei libri spesso ignorano ma che è l’essenza stessa di un luogo, la sua identità.

Chi, oggi, potrebbe infatti vantarsi di aver conosciuto Ignazio Silone e averlo osservato da vicino come ebbe la fortuna di fare il signor Pietro?

“Il professore (Silone), era il 1964 o forse il '65, passava le mattine seduto ai tavolinetti del Gran Caffè Eden, il ritrovo esclusivo dell’Aquila bene a quel tempo” raccontava a chi aveva la voglia di starlo a sentire, Pietro Scimia. “Entrava in negozio la mattina verso le nove a comprare i fogli, tanti fogli. E io ero incuriosito, da quel signore distinto che scriveva scriveva, seduto, solitario”.

“Quando scoprii chi fosse, allora un giorno mi feci coraggio e gli chiesi ‘professo’, all’aquilana maniera, ma che cosa scrive su tutti questi fogli? E lui: scrivo il dramma di un povero cristiano diventato papa”, amava ricordare con tono emozionato. 

Silone lavorava, infatti, alla sua ultima fatica letteraria, L’Avventura di un povero cristiano, la ricerca dell’eredità spirituale di Celestino V.

Era facile incontrarlo per strada, il signor Scimia: puntuale, due volte al giorno, cascasse il mondo e con qualsiasi condizione meteorologica, si regalava la sua passeggiata dal viale Don Bosco al viale Gran Sasso e ritorno.

Passo lento e misurato, giacca e cravatta e gilet, orologio nel taschino e immancabile coppoletta, una sosta ogni pochi passi per fare scorta di fiato tra una parola e l’altra ed era un fluire di immagini in bianco e nero, di episodi e ricordi.





Della passione per il calcio, da grande tifoso rossoblu. “Ero piccolo, erano gli anni ‘30 e non c’era ancora lo stadio. Dal vico di Pile, dalle parti di via Fontesecco, si vedeva il fiume di gente scendere verso piazza d’Armi dove si giocavano le partite dell’Aquila. La squadra fortissima di quegli anni che poi fu distrutta nell’incidente ferroviario di Contigliano vicino Rieti”.

“C’erano le tribune in legno e il campo di terra battuta, e a destra il prato. Una lira il costo del biglietto. Rammento una partita contro il Bologna e il mitico doppio passo di Amedeo Biavati. Il Bologna che aveva gli stessi colori dell’Aquila”.

Si accalorava, parlando di Italo Acconcia, giocatore di spicco del club aquilano nel campionato di serie C 1942-43 “e dovrebbero intestargli lo stadio nuovo!” e così è stato, il 4 settembre 2016.

Il vecchio commerciante ha assistito al cambiare faccia dell’Aquila, dal suo osservatorio privilegiato in centro storico, nella sua cartoleria stretta e piena di scaffali alti fino al soffitto, chiacchierando con i netturbini che passavano a ripulire i portici dopo le serate all’aperto del Gran Caffè, fatte di orchestre e varietà.

Ha vissuto la grande guerra e i rastrellamenti e i tedeschi e le ronde del coprifuoco. Ha visto gente comune rischiare la vita per salvare i partigiani o i soldati alleati sfuggiti alla cattura, quando faceva il commesso per 14 lire al mese nella cartoleria Agnelli, con donna Vittoria, eroina aquilana.

Ha vissuto la nevicata del ’56 quando “ tutto era bianco, silenzio, pace” come descriveva.

E sempre più indietro nel tempo, si perdeva nei ricordi, con il suo parlare a bassa voce, senza fretta, fino a se stesso bambino, e all’immagine di una colazione a Palazzo Rivera, nei dintorni di piazza Duomo all'Aquila, dove la sua mamma prestava servizio, e la soggezione alla vista del portiere in livrea dorata e bastone con pomo argentato, alla porta d’ingresso, con i polsini tutti ricamati di pizzo e merletti.

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