IMPRESE ABRUZZO, “L’ANNO ORRIBILE DEL COVID”: FATTURATO A PICCO, RISCHIO TRACOLLO

PERDITE MEDIE DEL 27,2 PER CENTO PER L'80 PER CENTO DELLE AZIENDE MA PER DIVERSI SETTORI SITUAZIONE ANCORA PIU' DRAMMATICA, I DATI CNA

29 Marzo 2021 07:26

L’AQUILA – “In Abruzzo il mondo dell’artigianato si porta dietro ancora gli effetti delle crisi precedenti, mai risolti, e che si traducono nella emissione di cartelle esattoriali e difficili rapporti con il sistema bancario per il credito. Rischiamo il tracollo quando anche misure di carattere sociale, come il blocco dei licenziamenti, saranno cancellate”.

Il presidente regionale di Cna Abruzzo, Savino Saraceni commenta così “l’anno orribile della pandemia”, con perdite medie del 27,2% dei fatturato per l’80,8% delle imprese con volumi fino 5 milioni di euro.

Questo l’esito dell’analisi condotta su un campione di 12mila imprese, tra cui anche centinaia di aziende abruzzesi, dalla Cna nazionale al termine del 2020: e il raffronto con il 2019 non lascia spazio a interpretazioni. I numeri certificano così quanti danni e guasti l’epidemia da Covid-19 abbia provocato, non solo nella vita delle persone, ma anche in quella del sistema produttivo italiano e regionale e delle sue imprese più esposte, le più piccole.

Cifre destinate a non restare confinate nella ristretta cerchia degli studiosi di statistica, ma a trasformarsi in strumenti della battaglia parlamentare per chiedere la modifica dei punti più controversi del Decreto “Sostegni” varato dal governo Draghi: battaglia in cui la Cna è in prima fila. La mannaia delle perdite, figlia del combinato micidiale prodotto di giorni di chiusura, restrizioni alla circolazione, diminuzioni di capienze, si è abbattuta un po’ su tutti i settori, con manifatturiero e servizi in cima alla lista dei danneggiati, e il solo comparto delle costruzioni capace di opporre una certa resistenza, grazie alla spinta arrivata dal “superbonus 110%” e il suo corredo di interventi avviati anche in Abruzzo per consolidamento antisismico e riqualificazione energetica.

Le medie, però, come rivela lo studio della Cna, nascondono al loro interno realtà molto diverse. Prendiamo la manifattura. Se il 78,1% delle imprese dichiara di aver subito una riduzione media del 26,2%, vi sono aree in cui questa quota supera abbondantemente gli ottanta punti e la perdita è ancora più grave: cosi abbigliamento, tessile e pelletteria (l’85,8% ha perso in media il 31,7% del fatturato), gioielleria (l’88,1% ha perso il 32,6%), prodotti per il tempo libero. Una filiera che annovera al suo interno una gamma che va dagli articoli sportivi ai giochi, passando per gli strumenti musicali, ha perso sul campo, nell’85,7% del campione, qualcosa come il 33,4%. Appena meno pesante la situazione per l’81,3% delle imprese della meccanica, che produce beni strumentali per un alto numero di comparti produttivi e che è particolarmente vocato all’export: perso il 24,4% in ragione del crollo della domanda sia interna che internazionale. E riduzioni meno estese hanno patito alimentari (il 62,0% delle imprese ha registrato un calo del fatturato del 23,0%) e serramenti: il 65,3% ha accusato una riduzione del volume di affari del 23,5%.

Sono stati però i servizi – come detto – a pagare dazio più di ogni altro: l’86,4% delle imprese ha perso in media il 28,4% del fatturato, con ampiezze differenti a seconda degli ambiti di attività. Si va così dalla dimensione pressoché totale patita dall’area del benessere della persona (94% di parrucchieri ed estetica, alle tinto-lavanderie (92,4%) a quella del trasporto persone (98,7%), della logistica (99,7%), della ristorazione (92,5%), dell’alloggio (90,9%), delle attività legate al tempo libero (88,5%) e dell’intrattenimento (91,1%). E quanto alla perdita di fatturato in termini assoluti, a patire maggiormente sono stati i settori che più di altri hanno dovuto fare i conti con le misure di distanziamento sociale imposte dal legislatore per limitare la diffusione della pandemia, come tutte le attività legate al turismo: il trasporto persone, l’alloggio e la ristorazione hanno perso in media da un terzo a più del 60% del fatturato. E perdite massicce sono state riportate, infine, anche dalle altre attività di supporto alle imprese: marketing, ricerche di mercato, sondaggi di opinione, il cui fatturato è calato e anche in ragione della grande diffusione dello smart working tra le aziende.

“Lo sforzo del Governo di ridurre di tre punti la soglia che dà diritto al ristoro – spiega Savino Saraceni – pur apprezzabile, non sana il punto secondo cui la grande maggioranza delle imprese, pur avendo registrato una significativa flessione del fatturato, rimarrà esclusa comunque dai nuovi indennizzi. Dunque, come bene ha fatto la nostra associazione a livello nazionale sarebbe preferibile evitare la tagliola del 30%, sostituendola con un meccanismo a fasce, che riduca il beneficio da una certa soglia fino ad annullarlo per i valori di perdita inferiore alla media”.

“Non possiamo accettare che le aspettative di milioni di imprenditori, di poter ricevere un sostegno adeguato alle perdite subite, vadano deluse. In tal senso potrebbe anche essere riconosciuto un importo non inferiore ai 2mila euro per erogare un indennizzo minimo, soprattutto alle tante imprese che per effetto del criterio dei codici Ateco adottato precedentemente non hanno finora ottenuto alcun ristoro”.

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