“IMPRIGIONATI E PICCHIATI PER UN ANNO IN LIBIA”, LE STORIE DEI 100 MIGRANTI SBARCATI AD ORTONA

29 Marzo 2023 08:56

Chieti - Cronaca

ORTONA – “Io e la mia nipotina di 4 anni, che accudivo all’epoca siamo rimaste in prigione in Libia per un anno. Mi hanno picchiata in qualsiasi parte del corpo. Ho ancora le cicatrici. Ogni sera sceglievano una donna da violentare. Per fortuna a me non è mai toccato. Mentre ci picchiavano, fumavano come se fosse un gioco”.

Tra gli oltre 100 migranti a bordo della Life Support di Emergency giunta ieri al Porto di Ortona dal Porto di Augusta c’era tanta voglia di raccontare la propria drammatica storia. Ognuno di loro ha una vicenda privata dolorosa. A raccogliere le loro voci c’era Yohannes Ghebray, mediatore culturale di Emergency, a bordo anche lui sulla Life Support, che ha voluto raccontare una delle tante storie emblematiche. I naufraghi erano partiti da Zwara, in Libia e da Sfax, in Tunisia.

All’incirca la metà di tutto il gruppo resterà in regione Abruzzo tra adulti e parte dei minori. Per il resto destineremo un gruppo di 40 nella regione Marche, così come disposto dal ministero dell’Interno e altri 20 in Molise, ha spiegato il viceprefetto di Chieti, Gianluca Braga, che ha coordinato le operazioni di accoglienza.

“E’ stata una missione molto complessa con tre operazioni nel giro di 10 ore – racconta Yohannes all’Ansa – abbiamo raccolto storie davvero drammatiche, quella che mi ha colpito in modo particolare la storia di un ragazzo somalo che ha perso entrambi i genitori a seguito di un attacco del gruppo terroristico Al Shabaab quando aveva appena 15 anni. Da allora ha cominciato a vagare, adesso ne ha 22, quindi sono 7 anni che sta viaggiando in cerca di una vita migliore, cinque dei quali passati in un campo di detenzione in Libia dove ha subito violenze di ogni genere. Per un ragazzo normale dai 15 ai 22 anni si studia, si va all’Università, si cerca un lavoro, questo ragazzo, invece, ha passato i migliori anni della sua vita in un inferno”.





Le persone provenienti dalla Tunisia hanno passato più di tre giorni in mare navigando alla deriva. “Ho 45 anni e soffro di ipertensione – spiega una donna delle Costa d’Avorio, tra i superstiti -. Ho passato tre giorni in mare, senza bere, né mangiare, senza avere la possibilità di usare un bagno, sotto il sole cocente e nel freddo notturno. Quando ci avete soccorsi, avevo ovunque sul corpo la benzina che si era rovesciata dalle taniche. Non riuscivo a camminare, a reggermi in piedi. Mi hanno dovuta portare di peso”.

“Appena ho visto peggiorare la situazione in Tunisia ho deciso di far partire subito mia moglie con la nostra bimba. Non vedo l’ora di ristringerle tra le mie braccia – racconta un uomo della Costa d’Avorio -. Io sono rimasto in mare tre giorni. Abbiamo incontrato tanti pescherecci, ma i pescatori ci dicevano che non potevano farci imbarcare sulle loro navi perché rischiavano denunce penali. Avrebbero chiamato i soccorsi. Quando abbiamo visto la vostra nave abbiamo capito che non ci avreste lasciato morire”.

Attiva in operazioni di ricerca e soccorso dal dicembre 2022, la Life Support ha terminato ieri la sua quarta missione. In questi quattro mesi, ha salvato la vita di 564 persone.

“Rispetto a quanto sarebbe servito per raggiungere porti più vicini, arrivare ad Ortona ha implicato 2 giorni ulteriori di navigazione rispetto ad un porto siciliano. Questo vuol dire che la Life Support sarebbe potuta essere già in viaggio verso acque internazionali per salvare altre vite umane”, ha affermato Emanuele Nannini, capo della missione Life Support.





“Per raggiungere il porto abbiamo affrontato condizioni meteo marittime avverse e particolarmente impegnative: nella scorsa notte le onde erano di quattro metri e le condizioni sono state difficili sia per l’equipaggio che per i naufraghi a bordo che hanno sofferto molto, mentre la legge internazionale prevede che sarebbero dovuti essere portati in un luogo sicuro il prima possibile.” “Vogliamo tornare quanto prima nel Mediterraneo, mettendoci a disposizione delle autorità competenti presenti in mare”.

“Durante quest’ultima missione, abbiamo ricevuto moltissime segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà nel Mediterraneo e soprattutto sulla rotta tunisina – continua Nannini -. Di fatto, siamo stati testimoni degli effetti delle recenti politiche tunisine verso gli stranieri presenti sul proprio territorio e della grave crisi economica che sta affliggendo il Paese. A bordo, i superstiti ci hanno raccontato come la Tunisia rischia di diventare la nuova Libia: arresti arbitrari e violenze da parte della polizia, rapine armate senza che nessuno intervenga, case incendiate perché abitate da stranieri”.

 

 

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