IN ABRUZZO TRIVELLE TORNANO ALLA CARICA: LA MAPPA DELLE NUOVE PIATTAFORME ESTRATTIVE

PIANO DEL GOVERNO PER FAR FRONTE AL CARO ENERGIA E DIPENDENZA DA GAS ESTERO PREVEDE DI PASSARE DA 3,5 A 7-8 MILIARDI DI METRI CUBI L'ANNO PER AUMENTARE PRODUZIONE NAZIONALE. ISTANZE DI RICERCA IN MARE E SU TERRAFERMA, DA MARTINSICURO ALLA MARSICA

di Filippo Tronca

18 Gennaio 2022 07:42

Regione: Abruzzo

L’AQUILA – È destinata a riaprire anche in Abruzzo la stagione delle trivelle e dei progetti di estrazione, e degli inevitabili conflitti ambientali, l’annuncio dei ministri della transizione ecologica Roberto Cingolani, e dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di tornare a sfruttare i giacimenti italiani di metano.

Raddoppiando l’estrazione da 3,5 a 7-8 miliardi di metri cubi l’anno, arrivando a coprire dunque il  10% dei circa i 70 miliardi che ogni anno consuma l’Italia, quasi tutto grazie alle importazioni.

Questo alla luce della drammatica impennata, in un solo anno, del 300% dei prezzi all’ingrosso del gas naturale, causata dalla dipendenza in particolare dal gas della Russia, che copre la metà delle importazioni italiane, e che ha chiuso i rubinetti per ricattare l’Europa ne braccio di ferro dell’attivazione del metanodotto Nord stream 2, vicenda che assieme ad altri fattori, tra cui la speculazione e l’accresciuta domanda dalla Cina, la ripresa dei consumi e della produzione industriale post-pandemia, ha avuto come ricaduta l’impennata delle bollette dell’energia elettrica e del riscaldamento, a discapito di famiglie e imprese che rischiano di trovarsi letteralmente alla canna del gas.

In questo scenario la parola d’ordine, maggioritaria nel governo delle larghe intese di Mario Draghi, e anche a questo punto nell’opinione pubblica, è quella di ricominciare a estrarre il nostro di gas, compresi i 95% miliardi di metri cubi in Adriatico, solo in piccolissima parte utilizzati, dopo un disimpegno cominciato negli anni 2000.

E nel tratto abruzzese ci sono, oltre alle piattaforme già operative, che potrebbero aumentare il pompaggio, anche 15 permessi di ricerca, elencati qui di seguito, che sono stati sbloccati a inizio 2021, dopo essere stati congelati dal decreto Sviluppo nel nel febbraio 2019. Mentre, c’è chi ha osservato, la Croazia, il Montenegro e la Grecia hanno continuato le prospezioni sugli stessi giacimenti metaniferi, a poche miglia dal confine. Progetti di estrazione al largo di Ortona, Francavilla, della costa dei Trabocchi, i Martinsicuro e Roseto degli Abruzzi, e sulla terra-ferma nella Val Fino, a Montorio al Vomano e Val Vibrata, a Pineto, in provincia di Teramo, nella Marsica e nella valle del Cavaliere e nella valle  Roveto in provincia dell’Aquila,  nella val Pescara e a Lanciano.

Questo perché nel frattempo non è stato approvato il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai), e in virtù della sa  assenza di questo Piano i procedimenti e le istanze di permesso riprenderanno efficacia, a partire febbraio. Ed ora per questi permessi, visto il clima politico e la congiuntura di emergenza, la strada sarà tutta in discesa.

E c’è chi assicura che potrebbe tornare in auge anche uno dei progetti di estrazione più controversi, quello della concessione Colle Santo, sul lago di Bomba, in provincia d Chieti, che pure è stato affossato ad ottobre, con un decreto dello stesso ministro Cingolani e del ministro della Cultura, Dario Franceschini, in cui si è dichiarata la incompatibilità ambientale.

Il progetto, proposto dalla CMI Energia nel 2016, prevede la messa in produzione  di due pozzi di gas “Monte Pallano” 1 e 2 e sorgono nel comune di Bomba. Oltre ai due pozzi “Monte Pallano”, la Cmi Energia avrebbe successivamente perforato ulteriori due o tre pozzi estrattivi.  Quindi avrebbe costruito un gasdotto di circa 21 km con tubatura di 20 cm di diametro, collegando Bomba a Paglieta. Infine l’impresa avrebbe realizzato una centrale di trattamento gas a Paglieta.

Davanti alla prevedibile controffensiva del fronte pro-trivelle, rischia ora di trovarsi in forte difficoltà il minoritario fronte ambientalista, lo stesso che dopo anni di battaglie è riuscito nel 2017 a far naufragare la realizzazione della piattaforma petrolifera Ombrina Mare 2 al largo della  costa dei Trabocchi, in provincia di Chieti.

Difficile sarà continuare ad argomentare che “all’Italia il gas non serve”, che è una “fonte di energia da abbandonare”, o anche che “tanto la produzione nazionale è minima e il gioco non vale la candela”, indicando come unica alternativa al gas le energie rinnovabili, visto che dopo decenni e decine di miliardi di incentivi a parchi eolici e fotovoltaici, coprono solo il 30% della produzione di elettricità.

Sarà gioco facile contro argomentare  che senza il tanto vituperato gas, necessario anche a produrre il 50% dell’energia elettrica di cui abbiamo bisogno il Paese è destinato a scivolare in una decrescita tutt’altro che felice. Del resto, ad aver calmierato il costo del gas, in una situazione drammatica, è stata anche l’attivazione del gasdotto Tap pugliese, contro la cui realizzazione si è scatenata una lunga battaglia, con tanti esponenti politici in prima fila, in particolare pentastellati, e che ora ha trasporta in Europa oltre 6,1 miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbaijan, senza nessuna controindicazione e disagio.

A questo proposito, Mauro Scopano, imprenditore aquilano, amministratore dell’Aterno gas & Power, in una intervista a questa testata ha evidenziato che “in Adriatico ci sono giacimenti enormi che potrebbero garantire una copertura importante del nostro fabbisogno, per così dire a filiera corta, senza dipendere da altri paesi e al riparo da incertezze geopolitiche. Ritengo che l’attività estrattiva si può fare in sicurezza, minimizzando l’impatto sull’ambiente, tenuto conto che anche il trasportare il gas con le navi da altri continenti non è certo a impatto zero e comporta anzi rischi forse anche maggiori. Quel gas, del resto, viene già estratto, a ridosso dei confini italiani dai paesi balcanici, che pescano dagli stessi giacimenti”.

Ad aggravare invece la situazione, c’è anche l’aumento esponenziale dei costi della CO2. Esiste, infatti, a livello europeo il meccanismo Ets (Emissions Trading System) cioè il sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra che rappresenta il principale strumento, voluto dall’Europa, per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2. Il sistema ETS stabilisce un tetto massimo di emissioni che ogni comparto industriale deve rispettare, e chi sfora questo tetto deve acquistare “crediti di CO2” proprio sul mercato. Un mercato preda della speculazione, tanto che i crediti di CO2 sono passato dai 35 euro a tonnellata di inizio anno ai 62 attuali, e, purtroppo, non accenna a diminuire. Con l’effetto funesto che si fa sentire anche in bolletta.

I PERMESSI DI RICERCA IN ABRUZZO

Sul mare abruzzese insiste innanzitutto il permesso di ricerca “B.R268.RG” di della Petroceltic Italia e Cygam energy Italia  a ridosso delle coste di Francavilla e Ortona,

Più a sud e più al largo della celebrata costa dei Trabocchi ci sono poi  i permessi di ricerca “B.R270.EL” , “B.R271.EL” e “B.R272.EL” della sola Petroceltic Italia, per un estensione complessiva di 900 chilometri quadrati

Spostiamoci sulla terraferma e cominciando dalla provincia di Teramo c’è l’istanza di ricerca “Corropoli”, presentato dalla Rockhopper a cavallo tra Marche e Abruzzo, che in regione riguarda 151 chilometri quadrati tra Martinsicuro e Roseto degli Abruzzo.

C’è poi l’istanza di ricerca “Villa Carbone”, presentata da Canoel Italia e Gas plus italiana, che riguarda i comuni di Canzano, Castellalto, Cellino Attanasio, Cermignano, Mosciano Sant’Angelo, Notaresco, e il capoluogo Teramo.

L’istanza di ricerca “Villa Mazzarosa” presentata da Rockhopper Italia, interessa invece i comuni di Pineto e Roseto degli Abruzzi.

Il permesso di ricerca “Settecerri” riguarda in Abruzzo 363 chilometri quadrati, da Montorio al Vomano ai comuni della Val Vibrata, passando per Teramo, e interessando anche la provincia di Ascoli Piceno nelle Marche.

Il permesso di ricerca “Mutignano” dell’Eni e di Gas plus italiana, si estende per 75 chilometri quadrati sul territorio da Martinsicuro a Montesilvano, abbracciando tutta la costa teramana e parte di quella pescarese.

C’è poi il permesso di ricerca “Bucchianico” dell’Eni che da Bucchianico in provincia di Chieti si estende per 190 chilometri anche nella val Pescara e il territorio del capoluogo Chieti.

Il permesso di ricerca “Ortona” dell’Eni, per 140 chilometri quadrati insiste su tutta la costa dei Trabocchi da nord di Ortona fino a Fossacesia, estendendosi anche sul territorio di Lanciano.

E ancora c’è il permesso di ricerca “Civita” della Rockhopper, da Fossacesia a  San Salvo, investendo anche Vasto e la riserva di Punta Aderci, inoltrandosi nella val di Sangro.

C’è poi il famigerato permesso di ricerca “Monte Pallano” di Cmi energia e Intergie che insiste in provincia di Chieti sul lago di Bomba e contro cui il fronte ambientalista e i sindaci del territorio si battono da anni.

La ricerca di gas e petrolio riguarda anche l’entroterra aquilano.

Tre infatti sono i permessi di ricerca in essere è che ora potrebbero essere sbloccati, tutti della Lumax oil.

C’è quello denominato “Sora” che oltre a Sora nel Lazio e si estende in Abruzzo lungo tutta la valle  Roveto a lambire il Fucino.

Il permesso di ricerca “Fiume Aniene” si estende dal Lazio anche nella Marsica, in particolare nei territori  di Capistrello e Castellafiume.

Infine il permesso di ricerca “Lago Del Salto” che interessa in Abruzzo anche la valle del cavaliere e il territorio di Carsoli e Tagliacozzo.

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