“IN UNA SOCIETA’ RIGIDA E CLASSISTA, ISTRUZIONE E MERITO VANNO INSIEME”, L’ANALISI DI MACIOCI

24 Ottobre 2022 07:54

Italia - Cronaca, Lavoro

L’AQUILA – Dallo scrittore aquilano Enrico Macioci, riceviamo e pubblichiamo.

Forse il sintomo più drammatico dell’impotenza cognitiva nella quale affoghiamo è che temiamo un pericolo già passato, e passato due volte. Il fascismo non tornerà in veste mussoliniana o neo/mussoliniana; ma il fascismo è già tornato, e da tempo, se per fascismo intendiamo una visione rigida e classista del mondo, una visione che esclude l’assistenza alle minoranze, l’uguaglianza, la carità nel senso più alto (e cioè cristiano) del termine.

Da almeno trent’anni il nuovo totalitarismo soft – che potremmo definire neoliberismo, capitalismo della sorveglianza (Shoshana Zuboff) o finanzcapitalismo (Luciano Gallino) – ha egemonizzato, svuotato e reso ancillare la politica occidentale; negli ultimi tre anni, facendo sponda sulla pandemia e le successive emergenze (risorse, guerra eccetera) il processo ha subìto un’accelerazione spaventosa.





Non partire da qui significa rinunciare fin dall’inizio a comprendere cosa sta accadendo davvero. Dietro i fumi agitati dai vari populismi e nazionalismi, così come dietro le battaglie liberal per l’inclusività, si nasconde il vero moloch del nostro tempo, un nemico tanto più pervasivo quanto più invisibile, la ragione per cui fra il governo di un banchiere di Goldman Sachs, di un esponente del partito democratico e di un seguace di Fratelli d’Italia non sussiste alcuna sostanziale differenza.

La regola, l’unica, è la solita: il profitto. Solo che la sinistra (che è una destra mascherata) la imbelletta coi diritti civili e la destra coi valori nostalgici (la patria, la tradizione eccetera). E mentre litighiamo per (sacrosanti) princìpi più o meno in discussione, dimentichiamo le basi stesse di una convivenza decente e direi prim’ancora umana.

Abbiamo già dimenticato, per esempio, che appena l’anno scorso a milioni di nostri concittadini, in una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1 della Costituzione), venivano sottratti il lavoro, lo stipendio e la socialità sulla base di una menzogna sanitaria (il green pass non proteggeva affatto dal pericolo di contagiarsi) e di un’estorsione bella e buona (non esisteva nessun obbligo di sottoporsi a vaccino anti/Covid, per cui si era in teoria liberi di non vaccinarsi, ma in pratica se non ci si vaccinava si perdeva tutto). Un ricatto ignobile; e il ricatto è il contrario del diritto.

Credere che ciò sia già acqua passata perché è passata l’emergenza, credere che ciò che è accaduto dal marzo del 2020 in poi (una sospensione prolungata, aggressiva e capillare dei valori fondanti della democrazia tout court) non abbia aperto brecce attraverso cui introdurre nuovi dettami via via più discriminatori, persecutori e militareschi, credere che quel precedente non offra il destro a un controllo via via più sottile, manipolatorio e irregimentato, un controllo anzitutto mentale che parte dall’asilo nido e sfocia dritto dritto nel mondo del lavoro, ebbene crederlo equivale pressappoco a credere alle favole. Solo che questa non è una favola.





Nessuno si stupisca, perciò, se la parola merito affianca la parola istruzione nella sigla di un nuovo ministero. Eravamo pronti. Ci avevano testati e ci avevano trovati cotti a puntino, e per giunta ignari di esserlo. Ci eravamo già detti disposti a rinunciare alla libertà del corpo e della mente in nome non dell’emergenza sanitaria, bensì di una precisa modalità di narrarla; e adesso che l’emergenza non c’è più (ce ne sono altre, la madre delle emergenze oggigiorno è sempre incinta) permangono i suoi effetti, come accade sistematicamente dopo ogni gestione incapace e dispotica.

La scelta di certe parole rende più lampante l’evidenza: questa è più una battaglia culturale che politica; la politica è oramai ridotta a gioco delle parti, sfilata di ombre cinesi, avanspettacolo; ma possiamo capirlo e correggerlo solo grazie a una radicale riformulazione culturale – cioè solo cambiando il nostro sguardo. Il resto è belletto sul teschio del cadavere democratico.

 

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