LA BUROCRAZIA E IL NIMBY CHE FRENANO IL SOLE E VENTO: RINNOVABILI AL PALO ANCHE IN ABRUZZO

DATI LEGAMBIENTE: 1.364 PROGETTI A TERRA E IN MARE, DI CUI 5 IN REGIONE, BLOCCATI NELLE PASTOIE DEGLI ITER AUTORIZZATIVI. "MAGGIORE RESPONSABILITA' E' DELLE REGIONI". I CASI EMBLEMATICI DELL'OPPOSIZIONE A PARCO EOLICO OFF SHORE A VASTO, E A PARCO FOTOVOLTAICO AD ORTONA A 2 CHILOMETRI DALLA COSTA. "CON QUESTI OSTACOLI IMPOSSIBILE CENTRARE OBIETTIVO DEGLI 84 GIGAWATT ENTRO IL 2030"

di Filippo Tronca

30 Marzo 2023 08:51

Regione - Politica

CHIETI – La burocrazia, soprattutto quella a livello regionale, assieme alla sindrome del “nimby”, ovvero al “non nel mio giardino” qualsivoglia opera pubblica ritenuta impattante e sgradita, stanno frenando in tutta Italia, Abruzzo compreso, la realizzazione di parchi fotovoltaici ed eolici, sia a terra che in mare. Tanto che l’obiettivo della svolta green e dell’emancipazione dalle fonti di energia fossile – gas, petrolio e carbone -, fissato ad una potenza istallata di 85 gigawatt entro il 2030, sarà quasi impossibile da raggiungere, rispetto agli attuali 64 gigawatt.

In questo senso, non fanno eccezione, i recenti casi della realizzazione di un impianto eolico off-shore  a 25 chilometri a largo della costa di Vasto, proposto dalla Np Francavilla Wind, costituito da 54 aerogeneratori, che dopo la levata di scudi di comuni e associazioni ambientaliste e comitati, gli stessi, in alcuni casi che si battevano anche contro le piattaforme di estrazione del gas, è stato fermato per ulteriori integrazioni progettuali.

Poco più a nord, già si annuncia un calvario, con un agguerrito fronte contrario che già affila le armi, il progetto presentato a gennaio dalla  Fred Olsen Renewables Italy di Roma  per realizzare un campo fotovoltaico galleggiante, su oltre 4 milioni e mezzo di metri quadri di mare, dalla potenza di 100 megawatt, a soli due chilometri dalla costa.

Come riferisce il rapporto di Legambiente, dall’eloquente titolo, “Scacco matto alle rinnovabili”,  a fine febbraio 2023, gli impianti che si trovavano in fase di valutazione di impatto ambientale, verifica di assoggettabilità, di valutazione preliminare e di provvedimento unico in materia ambientale sono complessivamente 1.364, di cui 5 in Abruzzo.

A partire dal 2019, ben quattro anni fa,  circa la metà dei progetti presentati in Italia sono ancora in attesa del parere di Via, sia sul fronte fotovoltaico che eolico su terra ferma. Progetti che dopo questa fase dovranno affrontare anche un lungo iter di autorizzazione.

La percentuale di progetti in attesa di Via, per di più è salito con gli anni, arrivando, al 2022, al 98% quando parliamo di solare e al 100% per l’eolico. In generale, solo il 41% delle istanze relative agli impianti fotovoltaici nell’anno 2019 ha ricevuto l’autorizzazione, dato che scende progressivamente al 19% nel 2020, al 9% nel 2021 e all’1% nel 2022. Ancora peggio l’eolico on-shore che vede una percentuale di autorizzazioni rilasciate nel 2019 del 6%, del 4% nel 2020, dell’1% nel 2021 e dello 0% nel 2022.

Il podio per le più basse percentuali di eolico autorizzato spetta ad Abruzzo, Emilia-Romagna e Molise, nel periodo, 2019-2022, e ad Emilia-Romagna, Molise e Liguria nel solo 2022.

Ad oggi dunque, con dato aggiornato al 31 dicembre, le fonti rinnovabili arrivano quasi a 64 gigawatt di potenza installata, che nel 2022, hanno coperto circa il 32% del fabbisogno nazionale di energia elettrica. Negli anni passati si è registrato un trend di crescita, ma ad oggi sufficiente per raggiungere gli obiettivi climatici e di sviluppo delle rinnovabili dato l’obiettivo di nuovi 85 gigawatt al 2030, che vuol dire installare una media di poco meno di 10 gigawatt all’anno a partire dal 2023.





Anzi, nel 2022 è accaduto anzi che le fonti rinnovabili, fotovoltaico a parte, hanno fatto registrare, tutte, segno negativo, che si aggiunge anche alla flessione dell’idroelettrico, a causa della siccità che ha ridotto la portata degli invasi e dei fiumi.

Di chi è la responsabilità di questa frenata?

“Questa assurda lentezza  – si legge nel rapporto – non è certamente responsabilità delle imprese, che anzi con i 303 gigawatt per 4.401 richieste di connessioni a Terna e gli oltre 1.300 progetti in attesa di valutazione hanno ampiamente dimostrato di essere pronte alla sfida”.

La colpa è semmai della burocrazia, e del freno a mano tirato in primis dalle Regioni, le vere protagoniste del fronte del nimby, per Legambiente, molto più che i piccoli comitati.

“Nessuna delle semplificazioni adottate a livello governativo entra in modo strutturale sulle normative esistenti, e le Regioni troppo spesso rappresentano il più importante collo di bottiglia, perchè di fatto sono responsabili della stragrande maggioranza di processi autorizzativi. Infatti, sebbene le procedure di valutazione di impatto ambientale siano divise fra Stato, Regioni e Comuni sulla base della potenza degli impianti, la quasi totalità dei progetti passa attraverso l’Autorizzazione Unica (Au) in capo alle Regioni”.

Regioni, che come l’Abruzzo, hanno però, con buone ragioni inteso normare l”istallazione dei nuovi impianti, per evitare il far west: è il caso della moratoria contro le rinnovabili introdotta con la legge regionale 8 approvata nell’aprile 2021, su iniziativa dell’assessore regionale Nicola Campitelli, della Lega, che stabilito la necessità di una nuova e più organica disciplina relativa all’individuazione delle aree e dei siti inidonei all’installazione di specifici impianti da fonti rinnovabili. La moratoria prevedeva la sospensione delle installazioni non ancora autorizzate di impianti di produzione di energia eolica di ogni tipologia, le grandi installazioni di fotovoltaico, posizionato a terra, e di impianti per il trattamento dei rifiuti, inclusi quelli soggetti ad edilizia libera, nelle zone agricole. Legge impugnata dal Consiglio dei Ministri e giudicata costituzionalmente illegittima ad ottobre 2022.

Focalizziamo ora l’attenzione sui due casi emblematici in Abruzzo: quelli di Vasto e Ortona.

A Vasto fa discutere il progetto di realizzazione di un impianto eolico off-shore  a 25 chilometri al largo della costa, costituito da 54 aerogeneratori su piattaforme galleggianti, proposta dalla Np Francavilla Wind. E anche questa volta sindaci e associazioni ambientalisti sono di fatto sul fronte del no, o comunque frenano il progetto.

Pur dicendosi “favorevole alle energie rinnovabili”, l’amministrazione comunale di Vasto ha approvato una risoluzione, voluta dal sindaco del Pd Francesco Menna, in cui si evidenzia la necessità di un approfondimento progettuale, “per  l’impatto visivo in un tratto di costa  caratterizzato dalla presenza delle riserve regionali Punta Aderci, a nord, e Marina di Vasto a sud, nonché dai Siti di interesse comunitario Punta Aderci-Punta della Penna e Marina di Vasto. L’area scelta registra la presenza di tartarughe marine e cetacei, e fauna bentonica, occorre quindi valutare le ripercussioni dell’intervento anche sull’attività della pesca locale”.





Nei mesi scorsi sull’impianto sono state presentate  anche osservazioni da Italia Nostra, dalla neonata associazione di commercialisti “Amici della Costa dei Trabocchi”, dal Gruppo Fratino, dal Comune di Vasto e dal Partito Comunista.

“Le pale saranno ben visibili da Vasto e questo comporterà una modifica del paesaggio e la perdita dell’identità spaziale del nostro territorio, deturpandolo, con evidenti danni per il turismo. Subiremo anche un danno estetico: quelle pale non sono belle da vedere”, questo uno degli argomenti avanzati.

Ad ogni buon conto, venerdì scorso la Capitaneria di porto di Ortona ha comunicato la sospensione della procedura relativa al parco eolico. Del resto il ministero delle Imprese e del Made in Italy da un lato, e il Comune di Ortona dall’altro, avevano inoltrato una nota con la quale richiedevano alla società istante, la Np Francavilla Wind srl, ulteriori documenti integrativi al fine di avviare l’istruttoria.

Precedentemente l’Ente nazionale per l’aviazione civile aveva rappresentato alla società proponente, al fine di esprimere il proprio parere in merito “alla valutazione di potenziali ostacoli e pericoli per la navigazione aerea, la necessità di sottoporre il progetto, comprensivo della descrizione di opere, attrezzature e mezzi di cantiere, alla procedura on line di “verifica preliminare”.

Da ultimo la stessa società ha chiesto di sospendere il procedimento avviato, al fine di predisporre la documentazione prevista per l’avvio di consultazione ai fini della definizione dei contenuti dello studio di impatto ambientale.

Stessa sceneggiatura poco più a nord, ad Ortona, nel tratto di mare dove si voleva realizzare la piattaforma di estrazione del gas Ombrina, progetto poi affondato a seguito delle imponenti manifestazioni di sindaci, associazioni ambientaliste, imprenditori e anche di un fronte politico trasversale, parte del quale oggi ferocemente contrario anche al progetto della Fred Olsen Renewables Italy srl di Roma, che ha chiesto alla guardia costiera di Ortona una concessione demaniale marittima della durata di 40 anni per uno specchio d’acqua di oltre 4 milioni e mezzo di metri quadri, per realizzare un campo fotovoltaico galleggiante dalla potenza di 100 megawatt, a soli due chilometri dalla costa.

Subito si è registrata la levata di scudi del  centrodestra in consiglio comunale, guidato da Angelo Di Nardo, e dai consiglieri di “Solo Ortona nella testa”, che hanno messo in evidenza “i rischi che accompagnano la realizzazione di un impianto fotovoltaico galleggiante offshore a poche bracciate dalla costa ortonese, ricca di un’economia fondata sul turismo, soprattutto quello ambientale, e sulla pesca, voci maggiormente aggredite ma non le uniche”,  un impianto “di cui non si valuta né i profili di pericolosità, né l’incidenza su aree sia direttamente interessate ed indirettamente come quella dei Ripari di Giobbe, di particolare interesse naturalistico”.

E la vicenda ha creato sconquasso anche nella maggioranza del sindaco Leo Castiglione, battitore libero civico di area centrodestra appoggiato anche da Forza Leo, emanazione di Forza Italia. Ebbene, Castiglione, possibilista sull’intervento, si è dimesso il 18 febbraio, perché tre dei suoi consiglieri hanno assunto posizioni autonome e divergenti, sul progetto, per poi ritirarle il 10 marzo.

In attesa di vedere come finiranno le due vicende, giova ricordare a questo proposito un altro passaggio del rapporto di Legambiente, proprio relativo all’eolico e al solare off shore: “Un altro strumento che ad oggi manca è una cabina di regia di livello nazionale che abbia il compito di identificare le aree idonee per lo sviluppo di tali progetti e che, successivamente, le metta a bando. Allo stato attuale sono i singoli operatori a farsi carico della scelta del sito, perciò, in taluni casi c’è la sovrapposizione di iniziative e soprattutto si incappa nei tortuosi procedimenti di autorizzazione laddove non sussisterebbero le condizioni per un corretto sviluppo del progetto, caso che non si verificherebbe se fossero già state individuate le aree idonee. Il risultato è che oggi molti di questi progetti vengono bloccati, già alle fasi preliminari di richiesta di concessioni demaniali marittime, come avvenuto per tanti progetti di eolico off-shore”.

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