LA GERMANIA PRIMA DEL CROLLO DEL MURO VISTA DAGLI OCCHI DI UN 12ENNE, IL RICORDO DI SILVIO PAOLUCCI

9 Novembre 2019 18:51

L'AQUILA – Felicità, abbracci, picconate e idranti, sbarre che si alzano e fiumane di vessati che sfociano nella libertà, l'euforico stordimento prodotto dall'onda d'urto del treno della storia quando passa sferragliando e fischiando così sonoramente da rendere impossibile non accorgersene: la notte della caduta del Muro di Berlino, 30 anni fa, fu tutto questo e definirla 'storica' è quasi riduttivo. 

Era il 9 novembre del 1989. 

“Provo a ricordare con gli occhi e la mente di un ragazzino di dodici anni. Nell’agosto 1989, tre mesi prima del novembre che ha cambiato la storia, feci un viaggio per andare a trovare alcuni parenti in Germania dell’Est. Vicino Lipsia, poi Berlino Ovest e Cecoslovacchia. Mi rimasero impresse istantanee. Il tabellone luminoso a Berlino Ovest che 'conteggiava' i cittadini tedeschi dell’Est che fuggivano. Le lunghe file la mattina per il pane, il latte o il carbone davanti le case”. 

Inizia così il racconto di Silvio Paolucci, oggi 42enne, all'epoca poco più di un bambino.






Bocconiano, ex segretario regionale e oggi capogruppo del Pd in Consiglio regionale, già assessore della Giunta guidata da Luciano D'Alfonso, ricorda in un post su Facebook la Germania di 30 anni fa, vista con gli occhi di un ragazzo.

“La sorpresa nel sentire che il giovane della famiglia che ci ospitava avrebbe avuto dallo Stato di lì a poco una casa e un lavoro. Chiedevo a papà 'come è possibile?'. Il checkpoint Charlie e l’impossibilità dopo essere arrivati a Berlino Ovest con un autostrada dalle alte barriere e senza uscite, di passare dall’Ovest all’Est. I militari al confine che non riuscivano a spiegarsi, perché, noi quattro, italiani e dunque occidentali, avessimo lasciato l’autovettura a Berlino Ovest per andare a piedi a Berlino Est. 'A fare cosa?' – ricorda Paolucci – Tralascio i particolari di un controllo così rigido da metterci paura: non entrammo mai a Berlino Est. Ricordo bene le foto affianco al muro, al checkpoint. O ancora, quando al confine tra Germania dell’Est e Cecoslovacchia requisirono oltre alle 'Malrboro' di papà, i 'Topolino' che mi regalava da ragazzino mio nonno e che ero solito portarmi sempre dietro. Mi permisero di tenere le cartoline (passarono i controlli solo perché avevano le bandiere di tutti i paesi occupanti di Berlino, dunque anche quella dell’Urss)”. 

“Un controllo rigidissimo con i fucili puntati (non metaforicamente) e mia madre che urlava di stare in silenzio a me e mio fratello. Rientrato a scuola a settembre, in terza media, l’insegnante di lettere ci chiese 'cosa avete fatto questa estate, cosa avevamo visto?'; mi venne spontaneo dire 'tanta fila, la sorpresa (in qualche caso il trauma) dei rigidi controlli. La sensazione della mancanza di libertà'. Due mesi dopo intervenne la Storia. Fu giusto così. Trenta anni dopo questo mi ricordano le immagini catturate dagli occhi sgranati di un dodicenne stupito e un po’ intimorito”, conclude.

Infine, Paolucci riporta alcune frasi tratte da “Il martire fascista” – Sellerio: Riflessioni sul concetto di confine e di muro, libro del giornalista e scrittore Adriano Sofri: “Ogni giorno, nei paesi dell’Unione Europea, crescevil numero di persone che mon hanno fatto esperienza del passaggio del confine. Se ne vanno quelli che hanno conosciuto una guerra. Succede di non accorgersi più della libertà di non avere un confine- della libertá sconfinata…”.

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