“LA MIA MUSICA HA APPROCCIO TRASVERSALE”, IL COMPOSITORE MARCO SINOPOLI SI RACCONTA

di Giovanni Maria Briganti

29 Aprile 2021 08:35

L’AQUILA – “La musica ha il potere gigantesco di cambiarci lo stato d’animo e migliorare la vita ogni giorno, ogni momento.

Si presenta così ai lettori di Abruzzoweb, Marco Sinopoli, 35 anni, compositore, arrangiatore e polistrumentista, fondatore nel 2018 dell’ensemble “Marco Sinopoli – Extradiction” con il quale sviluppa la propria musica originale e vincitore nel 2019, in qualità di compositore, del Macerata Opera Festival con il lavoro di Teatro Musicale “Can you heart me?” rappresentato presso lo Sferisterio di Macerata e il Roma Europa Festival.

Marco Sinopoli, ha qualche ricordo dell’Abruzzo?

Ne ho uno bellissimo: ho sostenuto l’esame di composizione presso il Conservatorio de L’Aquila.

Lei ha affiancato professionisti del calibro di Fabrizio Bosso, Roberto Gatto, Lino Patruno, Sergio Cammariere, Baraonna, Peppino Gagliardi, Francesco di Giacomo, Sergio Castellitto, Federica Michisanti e Primiano Di Biase il tastierista dei Dire Straits, solo per citarne alcuni. Questi incontri professionali l’hanno portata a seguire una corrente musicale specifica o a maturare un proprio percorso alternativo?

Sicuramente, per mia indole, non sono un “purista”. Non sono portato a operare in un ambito circoscritto ma mi piace curiosare e sperimentare diversi aspetti. Per questo voglio avere un approccio multidimensionale intorno alle varie discipline; elemento, questo, che mi dà la possibilità di trovare un mio percorso personale.

Con quale genere ha iniziato il suo percorso nella Musica?

Sono molto legato, come prima istanza musicale, al Rock. Nasco infatti come musicista Rock, poi ho iniziato a studiare chitarra Classica e la chitarra Jazz per arrivare poi alla composizione Classica intorno ai ventidue anni. Questo percorso mi ha portato, ovviamente, ad avere diverse esperienze trasversali in più ambiti della Musica.

E trasversali sono gli ambiti da lei sperimentati come compositore scrivendo per il Teatro, il Cinema, la Radio e la pubblicità. Come cambia il suo approccio a seconda del contesto nel quale è chiamato a lavorare?

Cambia ogni volta. Occorre essere sensibile ai vari contesti, cercare di sviluppare Musica in relazione alle persone e al contesto di riferimento. Cerco sempre di capire a cosa rispondano le persone e con quali emozioni. Quando si tratta di un lavoro che io reputo “professionale”, per esempio nel caso di una pubblicità, lì c’è una chiara richiesta del committente che deve essere necessariamente seguita e io ragiono come fruitore di quella pubblicità. Quando si tratta di un lavoro “artistico” allora sono più libero. Ogni contesto, ogni musica ha un gioco interno e io cerco sempre e comunque un coinvolgimento nell’atto creativo. Non mi definisco una persona “fredda”, così nei momenti in cui scrivo qualcosa per un contesto più “artistico” allora mi abbandono felicemente alla crisi del momento. Spesso ho bisogno di pensare a un concetto. Anche astratto. A volte parto da dei disegni su un foglio bianco e poi cerco di trovarne una sorta di traduzione in segni musicali, in ritmi, armonie e di conseguenza in una struttura. E questo approccio vale sia per le composizioni in ambito puramente musicale sia per contesti di Teatro – che sia Opera o Prosa – sia per il Cinema. Vale per contesti cioè che prevedano un altro piano, oltre alla musica, con il quale dialogare. L’adattarsi ai contesti non è tanto l’adattarsi alla necessità dell’altro ma piuttosto avere una elasticità interiore che mi faccia vivere quel contesto e che cerchi di averne sensibilità, ma senza tradire me stesso. Molto raramente scrivo qualcosa per la quale non avverta un legame che mi appartiene.

Nella sua formazione prima e nel corso della sua carriera poi, s’intrecciano nomi importanti del panorama del Jazz e della musica leggera… quale ritiene essere la sua prima grande esperienza?

Negli anni ho avuto modo di suonare con dei nomi illustri della Musica. Il primo fra tutti è stato Fabrizio Bosso con il quale ho suonato a diciannove anni. Nel 2004 si organizzò un Festival presso l’Accademia Filarmonica Romana nel quale si invitavano grandi nomi del Jazz e Fabrizio Bosso suonò con me e il quartetto che avevo all’epoca, onorandoci con questa sua presenza. Sono però molto legato anche a Ramberto Ciammarughi che considero un pianista geniale, una persona dalla cultura musicale sterminata che ama trovare una sintesi musicale molto personale. Con lui ho registrato un brano per un disco di prossima uscita. Vorrei citare anche Nicola Stilo, che ha suonato nel primo disco degli Extradiction che uscirà quest’anno per l’etichetta del Parco della Musica.

Cosa rappresentano per lei gli Extradiction?

Extradiction segna un punto cruciale nella mia carriera perché si tratta della fine di un percorso e dell’inizio di un altro. La fine perché dopo il Liceo mi ero messo in testa di studiare composizione e formare nel tempo un gruppo che unisse le varie correnti della Musica che mi piacevano. E questo è stato fatto.

Quale è stata la genesi del suo gruppo?

Gli Extradiction nascono da un “pretesto”. Mi si chiedeva di suonare in un contesto di Musica Classica e io come prassi strumentale sono un chitarrista-improvvisatore, più orientato verso la Musica Jazz, non ho una prassi da “interprete classico”, quindi ho dovuto trovare un’istanza musicale che potesse far convivere “musicisti Classici” e “musicisti Jazz” e così sono nati gli Extradiction. Attualmente siamo al nostro primo disco dal titolo Chromatic landscape in uscita, come dicevo, per il Parco della Musica Records. Sono dieci tracce dove tutto è molto scritto e ci sono dei richiami tematici all’interno di tutti i brani. Pur non essendo un Concept album ognuno ha dentro di sé dei tratti che si riconoscono. Il gruppo è composto da Bruno Paolo Lombardi al flauto, Luca Cipriano al clarinetto, Fabio Gianolla al fagotto, Alessandro Gwiss al pianoforte, Toto Giornelli al basso, Alessandro Marzi alla batteria.

…e ovviamente Lei alla chitarra elettrica e alla composizione delle musiche. Uno dei suoi brani più apprezzati dal pubblico è “Cristalli”…

Avere il supporto di musicisti così preparati galvanizza la produzione musicale di un compositore. Ho in programma di scrivere e realizzare moltissimo nei prossimi anni.

Nel 2020, nonostante tutte le difficoltà del settore dovute alla pandemia, lei è riuscito a suonare in diversi contesti e a incidere un disco con gli Extradiction. Che bilancio ne trae?

Nel 2020 e in questo 2021, oltre al disco e ad altre collaborazioni che stanno nascendo, ho realizzato un concerto con la cantante Daphne Nisi su nostre composizioni, per il nostro progetto originale dal titolo Aleatology. Nel dicembre poi, ho preparato un concerto con Roberto Gatto, nome fra i più importanti del Jazz in Italia e nel mondo, Silvia Cappellini, al pianoforte, e Luca Cipriano in cui si è sempre seguita la linea di un approccio trasversale, unendo insieme musiche che partivano da Debussy, passavano poi a Piazzolla, per arrivare fino a Federico Mompou. Questo concerto è avvenuto all’interno del Museo Ludovisi-Boncompagni ed è stato realizzato con il Ministero dei Beni Culturali. Paradossalmente, nonostante l’elemento critico che noi viviamo – perché nessuno di noi è esente dalla crisi in senso comunitario, identitario ed economico che stiamo attraversando – la pandemia ha trovato qualche germoglio in questa bellissima uscita del nostro primo disco e mi ha fornito un buon pretesto per ricentrarmi, al di là di ciò che accade fuori.

Abbiamo detto della genesi degli Extradiction e sul tipo di proposta musicale, trasversale, che realizzate. A quale pubblico vi rivolgete e quali difficoltà vi trovate ad affrontare nel panorama del mercato musicale?

Innanzitutto il pubblico che segue gli Extradiction non è il grande pubblico, purtroppo. Sappiamo di lavorare in un ambito molto particolare, quasi di nicchia. La nostra è una musica che ha riscosso un ottimo riscontro tra gli amanti della Musica Classica e della Musica Jazz. Adesso vedremo, con l’uscita del disco, quale sarà la distribuzione, là dove “la distribuzione del disco” non ha più il valore e il peso di una volta. La vendita di dischi, in generale, per qualsiasi genere musicale, è un po’ un’illusione. Al giorno d’oggi, è la macchina comunicativa a contare e fare la differenza piuttosto che quella distributiva. In passato potevano essere diversi gli equilibri tra questi due aspetti ma oggi viviamo in un mondo completamente diverso. La musica di Extradiction ha una sua bellezza perché unisce le varie necessità che, a volte, nella musica Jazz non incontro. Talvolta per questo motivo ho difficoltà nella composizione. Queste necessità sono una capacità di fruizione, non mediata da un lungo lavoro di studio, di trasmutazione dei propri paradigmi percettivi…

Ovvero?

Quando si va ad ascoltare la musica contemporanea o si trova un percorso, una predisposizione ad ascoltare l’altro, il diverso, e trovarne il significato che i compositori gli hanno attribuito oppure è molto difficile che quella musica abbia una vita al di fuori dei contesti suoi propri. Mi spiego, per chi non è solito ascoltare la musica contemporanea, ascoltandola, viene portato ad associarla a un film dell’orrore. Il che è quanto di più terribile possa esserci. Per quanto si sia accusato il compositore negli ultimi sessant’anni di essere stato “egoista” nei confronti del pubblico, in questo giudizio, a mio avviso anche il pubblico a sua volta lo è stato nei confronti del lavoro del compositore. Questo lo intendo come il risultato di atteggiamenti del mondo politico, dell’istruzione e mediatico. Fuori dall’Italia si stanno risanando tante situazioni e questa divisione tra compositore e pubblico sta allentando le distanze. Noi di Extradiction abbiamo molto interesse per la musica contemporanea. Da una parte abbiamo questa necessità di fare una Musica che abbia la dimensione della semplicità, del gioco, pur contenendo al suo interno una struttura variegata, un divertimento. Questa semplicità d’approccio e immediatezza la prendiamo dalla Musica Jazz che non si è ancora affrancata del tutto dalla tonalità e da alcuni meccanismi di fruizione dell’ascoltatore, anche se spesso emerge una poca attenzione nei riguardi della struttura. La struttura infatti è la forma che ti permette di veicolare le tue intenzioni e ancora di più l’attenzione e le emozioni dello spettatore, per questo Extradiction vuole essere semplice e complesso allo stesso tempo ma vuole fare in modo soprattutto che lo spettatore-ascoltatore non si perda né in strutturazioni o estetiche difficili da comprendere e quindi da rendere esperienza positiva, come spesso succede per la musica detta contemporanea, né si perda in quella indefinizione che può generare l’improvvisazione propria di alcuni modi di fare Jazz. Questo, dal nostro punto di vista, come gruppo, crea delle difficoltà ma ci permette di creare una Musica interessante unendo la prassi dell’interprete Classico, che deve “leggere e interpretare”, e quella del Jazzista che deve “improvvisare”. Nello specifico di questo progetto, le due necessità sono faticose ma il risultato è estremamente prolifico.

Per questo forse il significato di “Extradiction” potrebbe essere inteso come “Ex”-“tradiction” ovvero un “fuori dalla tradizione”, ma partendo da questa, e allo stesso tempo inteso come “Extra”-“diction” cioè “al di là (o al di fuori) di quanto si dice”?

Esatto. Ho voluto giocare suo questo binomio di significati, in modo da poter racchiudere l’essenza della nostra proposta musicale. E volendo essere ancora più “macchinosi” anche il semplice senso della parola stessa, letto per intero “Extradiction” in italiano “Extradizione”, per quanto sia un termine politico, ci ricorda l’idea di prendere qualcosa e portarla da un’altra parte, fuori da una cultura verso qualcos’altro. Esattamente quello che facciamo con la nostra musica che definisco appunto trasversale.

Come Extradiction avete ormai alcuni anni di esperienza. In quali contesti vi esibite generalmente e come si orienta la vostra proposta produttiva?

Per il momento, essendo un gruppo nato da “poco”, abbiamo avuto esperienze “mirate” ma molto belle. In Italia il contesto è molto difficile perché siamo sette persone e se un gruppo non è conosciuto ha difficoltà ovviamente ad essere ospitato nei Festival, soprattutto se si tratta di un gruppo senza un primo disco pubblicato. Noi abbiamo avuto la fortuna, negli anni, di essere stati ospitati in Messico, al Festival del Libre Arte e in Italia all’Accademia Filarmonica Romana, alla Casa del Jazz e in altri contesti. Il nostro grande lancio sarà in occasione dell’uscita del disco in questo 2021.

Pensate di affiancarvi a una figura professionale come un manager o un produttore?

La verità è che riuscire a trovare dei manager nell’ambito del Jazz non è facile, in più Extradiction non è un gruppo “purista”, come già dicevo, per questo la sua proposta musicale è difficile da “classificare”. Diciamo pure che c’è un problema, ma non è solo legato al mondo della Musica, ed è quando l’utile si va a legare all’artistico. Intendo dire che una parte della realtà del Jazz è anche influenzata dall’aspetto economico, ovviamente, “cosa conviene” dice un eventuale direttore di festival o produttore o manager “avere un bravo musicista, un bravo improvvisatore, che posso mescolarlo con qualsiasi altra formazione in quattro e quattr’otto (un duo, un trio, un ensemble…) oppure una realtà che presuppone uno sforzo economico in più?”. Il problema è che questo pensiero si riversa nell’estetica. Nella fruizione e nell’estetica. Negli ultimi anni, dove i soldi sono sempre stati meno, si è investito quasi esclusivamente nelle piccole formazioni. A meno che non si parli di grandi nomi. Quindi quelle volte che si sono proposte novità si è investito su un duo o un trio, dunque pochi elementi e quindi più “economici”. Anche a livello di management la risposta che riceviamo spesso è “o uno è già famoso o trova poco mercato”. Queste sono state le risposte e sono le risposte che tuttora ci vengono rivolte. Noi di Extradiction siamo in sette il che, a livello produttivo, significa: sette contratti, sette contributi, sette treni e pernottamenti… sono dei costi che poi devono rientrare a una produzione, anzi devono permetterle di arrivare poi a un guadagno. È l’eterno contrasto tra “utile” e “artistico”. E spesso l’“utile”, inteso qui nel suo senso economico, arriva a sostituire l’estetica. Se questo concetto poi lo si trasla più in generale è figlio del paradigma economico dell’epoca nella quale viviamo.

Pensa che, una volta passato questo periodo, la situazione potrà migliorare? Ci sarà una sensibilizzazione che potrà portare a valorizzare il prodotto artistico a discapito dell’economia?

Nella macro-economia della Musica si andrà sul “sicuro” e sull’“utile”. Lì la situazione è irreversibile, purtroppo. Sulle micro-economie, quindi le piccole realtà, c’è più fermento, più voglia di “rilanciare” perché ci sono vari protagonisti in questa faccenda: ci sono i musicisti e gli organizzatori di rassegne e festival che vogliono andare avanti, creare e non adeguarsi, ricercando un prodotto più “artistico”. Dall’altra parte c’è uno Stato che non ha dato nessuna prospettiva vera. Mi spiego, lo Stato non fa lo sforzo necessario per fornire chiavi d’interpretazione culturale tali da colmare il divario fra chi realizza cultura e chi potrebbe usufruirne. E questo non è accettabile per un Paese come il nostro con un’identità culturale così forte. In questo senso posso avere fiducia nei musicisti ma l’aspetto sociale italiano non mi lascia ben sperare, anche se sono un’inguaribile ottimista. L’economia vista a favore del prodotto artistico risulta essere una mera utopia. Ci sono sempre meno fondi, le orchestre hanno chiuso nell’arco degli anni – o chi continua ad andare avanti ha ridotto l’organico – e il risultato è questo: le persone che stanno al di fuori dell’ambito culturale spesso conoscono poco del Paese dal quale vengono. Negli anni ci sono stati solo soldi “salvataggio” per la cultura italiana, per il suo mantenimento, perché la cultura in Italia non viene considerata un valore ma “qualcosa da salvare”.

Questo suo discorso si ritrova nel fatto che il settore è stato fermato poi per più d’un anno…

Io non ho suonato per dieci anni perché ho lavorato come compositore e adesso che stavo iniziando a suonare e mi avevano proposto dei concerti, sono stati tutti annullati.

E annullati sono stati purtroppo anche gli eventi che avrebbero dovuto ricordare i venti anni della scomparsa di suo padre, Giuseppe Sinopoli, compositore e Direttore d’Orchestra, vanto del nostro Paese, scomparso per un arresto cardiaco il 20 aprile del 2001 mentre dirigeva l’Aida di Giuseppe Verdi alla Deutsche Oper di Berlino.

Tante iniziative stavano partendo per ricordare mio padre. A cominciare da Dresda, dove era stato Direttore stabile della Sächsische Staatskapelle, e Roma con il concerto al Teatro Argentina che l’Accademia Filarmonica Romana stava organizzando in suo onore e per il quale ho realizzato un lavoro di ri-orchestrazione di alcune arie tratte dall’Opera di mio padre Lou Salomé e che verranno edite da Ricordi.

Non è la prima volta che le capita di lavorare con le opere di suo padre. Lei ha seguito la via della Musica come lui e questa vi permette di continuare un dialogo che la vita ha interrotto troppo presto…

Oltre al lavoro su cinque brevi estratti dalla Lou Salomé che prevedono un organico più ridotto rispetto a quello enorme che ha scritto mio padre, in una ricerca timbrica sempre raffinata e articolata, ho lavorato anche a una riduzione del suo Pour un livre à Venise. L’elemento di continuità con mio padre assolutamente c’è. Per alcuni versi però è più sotterraneo di quello che si potrebbe pensare. Abbiamo avuto due formazioni musicali estremamente diverse. La prima grande passione che ho condiviso con mio padre, o meglio che lui mi ha trasmesso fino a che era in vita, non è stata la musica come si potrebbe pensare, ma l’archeologia, in particolar modo l’egittologia. Un ricordo che conservo caro sono le varie versioni di egiziano antico corrette da lui via fax. Lui, quando era in pausa dalle prove, andava in camerino e traduceva, senza vocabolario, la mia versione di egiziano e quella di greco di mio fratello Giovanni. Papà mi ha trasmesso la “voglia di ricerca” e una sensibilità per la ricerca “interiore”. Con papà ho avuto un bellissimo rapporto, meno musicale però. Quando ho iniziato a suonare, a tredici anni, la chitarra Rock, anzi Metal, mio padre era contento. Mi ripeteva “l’importante è che tu abbia la Musica come valore”. Per quanto non fosse un grande conoscitore di Rock e affini, lui senza problemi si lanciava nel dire che il più grande quartetto della storia fossero i Beatles… Lui ha avuto una prima storia della sua formazione molto “strutturalista”, posizione che poi più avanti nella carriera rimise in discussione. Lou Salomé, l’ultima composizione che scrisse, è un’Opera che riacquisisce gli elementi più tradizionali dell’Opera con un’impronta apparentemente armonica, tonale, che maschera però un approccio seriale molto raffinato e un ritorno alla necessità di trasmissione e compassione di valori e situazioni drammatiche. In un’intervista proprio sull’opera Lou Salomé disse “Io scrivo una musica sensuale, che può essere seguita e compresa”. In questo senso papà riporta una necessità che vive anche in me e che è quella della comunicazione. Se io ho dei valori da comunicare, devo essere in grado di farlo, non può essere solamente una solipsistica speculazione intellettuale/musicale.

È stato naturale per lei scegliere di entrare nel mondo della Musica?

C’è voluto molto tempo per me prima di potermi sentire legittimato a esprimermi in ambito musicale senza problemi. I tempi sono cambiati. Tutto il mondo della Musica contemporanea, quando ero piccolo, ma anche il mondo della Musica Classica, viveva di una rigidità che mi metteva in soggezione. Frequentavano casa nostra persone che erano del settore e di un livello di cultura, preparazione e pensiero davvero alto e questo poi, quando a un certo punto della vita ho deciso che la mia strada sarebbe stata la Musica, scegliendo di studiare composizione, non è stato uno scherzo. Poi, una volta iniziato il mio percorso di formazione e la mia carriera, c’è voluto del tempo anche a sentirmi legittimato a suonare Jazz, Rock e altri generi, perché siamo una cultura che categorizza, sbagliando, ed etichetta non considerando che le mentalità che ci sono dietro sono molto diverse fra di loro.

Propositi o speranze per il futuro?

Vorrei che si smettesse di giudicare la Musica a priori. La Musica ha il potere gigantesco di cambiarci lo stato d’animo e migliorare la vita ogni giorno, ogni momento.

 

Foto di Fabrizio Sansoni

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