L’AQUILA, “MIA MADRE LASCIATA PIU’ DI 24 ORE SU UNA BARELLA IN PRONTO SOCCORSO”: LA DENUNCIA

27 Maggio 2021 12:54

L’AQUILA – È bloccata al pronto soccorso dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila da ore, in attesa di essere ricoverata, con formicolio e intorpidimento del lato sinistro del corpo e una lieve paresi facciale, probabilmente effetti collaterali del vaccino covid effettuato qualche fa prima, una 61enne che risiede nel comune di Poggio Picenze (L’Aquila).

La denuncia arriva dal figlio della donna, Gino Centi, che ha raccontato la vicenda in una nota inviata ad AbruzzoWeb e, con un’altra, ha chiesto la smentita “per risoluzione del problema”. “Nella mattinata di ieri, alle ore 9.30 ho accompagnato mia madre, vaccinata per covid sabato 22 maggio con vaccino J&J al pronto soccorso, ma dopo 24 ore si trova ancora lì, per l’assenza di posti letto in tutto l’ospedale”.

Al momento la donna si trova ancora sulla barella e in tutta la giornata di ieri, prosegue Centi, “nessuno si è degnato di dare informazioni ai familiari o preoccuparsi di darle qualcosa da mangiare negli orari dei pasti”.

“Ci hanno risposto soltanto dopo le 20, a seguito ripetute chiamate al pronto soccorso, dove nessuno rispondeva al telefono dalle 19 – dice ancora -. In quasi 12 ore nessuno che ci abbia detto come stava mia madre. Nella telefonata con la dottoressa del pronto soccorso, ci è poi stato riferito che mia madre, con sintomi di natura neurologica, sarebbe dovuta rimanere tutta la notte in pronto soccorso su una barella, in corridoio vicino la porta della toilette, oppure firmare le dimissioni o accettare il ricovero in un altro ospedale della regione. In casa per diversi motivi nessuno può seguirla, ma in ogni caso è assurdo dover andare a fare un ricovero a Sulmona, Avezzano o Teramo”.

Alle 20 passate, inoltre, “mia madre ancora non riceveva la cena, perché in pronto soccorso è previsto che si diano pasti a pazienti”.

“Ho fatto presente che il pasto, essendo in attesa di un posto letto, quindi di fatto già ricoverata, sarebbe dovuto essere un suo diritto – aggiunge il giovane -, la dottoressa mi ha assicurato che avrebbe fatto in modo di provvedere, ma alle 20.45 circa, insieme alla mia compagna, abbiamo dovuto portare noi in ospedale”.

“Come se non bastasse, la borsa che le avevamo portato a ora di pranzo, era stata messa vicino alla barella e nessuno si è degnato almeno di aprirgliela per prendere almeno l’acqua e addirittura, arrivati al triage per consegnare la busta con il cibo, alle mie lamentele sul trattamento che stavano riservando a mia madre, l’addetta ha anche risposto piccata ‘non stiamo qui a dare l’acqua ai pazienti’, aggiungendo di non lamentarmi per quanto stava succedendo. Telefonandole poi per accertarmi che la busta le fosse stata consegnata, ho dovuto anche ascoltare l’addetta al triage che la rimproverava del fatto che io e la mia compagna ci fossimo lamentati”.

“Non abbiamo chiamato i carabinieri solo perché siamo persone fin troppo educate – conclude Centi -. Non ci si ammala di solo covid, e dopo un anno è il caso di rimettere in funzione tutti i posti disponibili nelle camere dei reparti. E quando si parla di dottori e medici eroi, per favore, non generalizziamo. Sono lì semplicemente a fare il loro lavoro, ma alcuni lo fanno senza alcuna umanità”.

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