L’AQUILA: MORTE GIANFRANCO PASSACANTANDO, IL RICORDO DEL PROFESSOR CICCOZZI

22 Febbraio 2021 12:53

L’AQUILA – ” Eri il più bohemien dei nottambuli aquilani dei nostri anni ’90. A vent’anni somigliavi a Jim Morrison; con gli anni, in un lavoro costante di immolazione del bel ragazzo che eri sull’altare del dionisismo più ribelle e scoppiato, sei diventato il ritratto di Bukowski, che in fondo era il tuo più grande eroe. Volevi essere iconico, volevi essere personaggio, e ci riuscivi. Sempre coerente e malinconico nel tuo essere un irrecuperabile sbandato. Sapevi che era tutta una battaglia persa e la perdevi sempre a testa alta”.

E’ il ricordo di Antonello Ciccozzi, docente di Antropologia culturale all’Università dell’Aquila, di Gianfranco Passacantando, 56 anni, trovato senza vita sabato mattina nella sua abitazione nella frazione aquilana di Bagno. A trovare l’uomo sono stati vigili del fuoco, allertati dalla polizia che ogni giorno passava a casa sua per accertarsi di eventuali violazioni degli obblighi di legge ai quali era sottoposto.

Toccanti e ricche di umanità le parole di Ciccozzi, sul suo profilo facebook, della persona che ha conosciuto, con i suoi vizi e le sue virtù.

“E’ morto Gianfranco “Cinegro” Passacantando, il più bohemien dei nottambuli aquilani dei nostri anni ’90. Un simbolo. Il rock, l’anarchia, l’alcol, le canne, la poesia, l’antifascismo, le ragazze, i gatti. A vent’anni somigliavi a Jim Morrison; con gli anni, in un lavoro costante di immolazione del bel ragazzo che eri sull’altare del dionisismo più ribelle e scoppiato, sei diventato il ritratto di Bukowski (che in fondo era il tuo più grande eroe). Volevi essere iconico, volevi essere personaggio, e ci riuscivi. Sempre coerente e malinconico nel tuo essere un irrecuperabile sbandato. Sapevi che era tutta una battaglia persa e la perdevi sempre a testa alta”.




“In fondo eri un artista concettuale. La tua arte stava proprio nell’atto di incorporare come vissuto i segni di quel mondo onirico, che, in un modo o nell’altro, avevamo ereditato dagli anni della contestazione. E mi viene da pensare che forse gli anni ’60 morirono negli anni ’90 quando, in un atto di automatica inerzia intergenerazionale, ai “figli dei figli dei fiori” toccò il destino di svegliarsi all’alba del neoliberismo, in un orizzonte in cui, se si voleva essere ribelli, non vi era altra opzione rivoluzionaria oltre a quella del sottrarsi individualmente dal mondo facendosi del male (e salire sul carro di Bacco era il modo più poetico e indolore per farlo). Ormai è passato più di un quarto di secolo da quei giorni che sappiamo.

“Da quando avevo cambiato strada (in gergo “ripigliato”) e messo su famiglia se ci incontravamo mi salutavi sempre con sincero affetto e rispetto. Questo perché ti ponevi sempre col cuore. Ciné, nei nostri pensieri ora sei con Marco Ricci, che, pure lui, se n’è andato qualche mese fa all’improvviso. Lo stai ascoltando che suona un blues mentre cerchi le cartine tra le tasche del giaccone, davanti a una birra corretta al gin. Seduti al tuo fianco ci sono gli altri ragazzi di questa strana strage silenziosa di vizi e anni che passano”.

 

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