L’AQUILA, MORTO MATTEO MESSINA DENARO, SE NE VA BOSS DELLA MAFIA STRAGISTA

OSPEDALE SAN SALVATORE, DECESSO IN NOTTATA A CAUSA DI TUMORE AL COLON DOPO GIORNI DI AGONIA. LA CARRIERA CRIMINALE DI "U SICCU", CATTURATO A GENNAIO DOPO 30 ANNI DI LATITANZA E RINCHIUSO AL 41 BIS NEL CARCERE DEL CAPOLUOGO. ONCOLOGO MUTTI, "ANCHE CON LUI SI E' CREATO RAPPORTO UMANO, ABBIAMO FATTO SOLO NOSTRO DOVERE"

25 Settembre 2023 04:16

L'Aquila - Cronaca

L’AQUILA – Dopo una agonia di alcuni giorni è morto nell’ospedale dell’Aquila il boss Matteo Messina Denaro, l’ultimo stragista di Cosa Nostra arrestato a gennaio dopo 30 anni di latitanza, e una lunga scia di sangue e dolore lasciata dietro di se.  Il capomafia, 62 anni, soffriva di una grave forma di tumore al colon che gli era stata diagnosticata mentre era ancora ricercato, a fine 2020.

Era stato arrestato dai carabinieri del Ros il 16 gennaio scorso a Palermo davanti la clinica Maddalena dove si recava abitualmente, dalla sua Castelvetrano dove viveva sotto falsa identità, per la chemioterapia, dopo aver subito due operazioni. Subito dopo l’arresto, il 62enne re di Cosa nostra,  è stato trasferito con un volo militare all’aeroporto di Pescara e, da lì, nella casa circondariale dell’Aquila, venendo sottoposto al regime carcerario previsto dall’articolo 41-bis. Nei pochi mesi in cui è stato in carcere non ha mai voluto collaborare con i magistrati e si è portato ora nella tomba tutti i segreti.

“Io non mi farò mai pentito. Io mi sento uomo d’onore ma non come mafioso, Cosa nostra la conosco dai giornali. Magari ci facevo affari e non sapevo che era Cosa nostra”, le sue risposte sprezzanti ai magistrati.

L’ospedale ‘San Salvatore’ dell’Aquila è blindatissimo dopo la morte del boss mafioso Matteo Messina Denaro.

L’autorità giudiziaria, attraverso i carabinieri del Ros, sta gestendo, insieme alle autorità sanitarie, le procedure post mortem.

In particolare, off limits è lo spazio, che si trova nel sotterraneo del laboratorio di anatomia patologica, dove verrà effettuata l’autopsia da un professionista dell’Università di Chieti. In queste ore si sta lavorando a percorsi protetti per trasportare nel massimo riserbo la salma del boss

Per questa delicata operazione conclusiva sono state bonificate alcune zone della struttura sanitaria aquilana.

Venerdì sera era stata decretata dai medici del terapia del dolore dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, ma da quel verdetto Matteo Messina Denaro ha lottato ancora tra la vita e ha morte anche se la sua sorte era segnata.

I medici stavano predisponendo una ulteriore riduzione dei medicinali sempre nel rispetto del no all’accanimento terapeutico chiesto dal boss nel testamento biologico.

Nei 9 mesi di detenzione, il padrino di Castelvetrano è stato sottoposto a due operazioni chirurgiche legate alle complicanze del cancro. Dall’ultimo non si è più ripreso, tanto che i medici hanno deciso di non rimandarlo in carcere ma di curarlo in una stanza di massima sicurezza dell’ospedale.

Messina Denaro è stato tenuto d’occhio senza soluzione di continuità dai sanitari e dalle forze dell’ordine, diverse decine di persone.

A seguire le ultime ore di vita del boss, la nipote, l’avvocato Lorenza Guttadauro, la figlia legittima del boss Lorenza e la sorella Giovanna e ora seguiranno poi il trasferimento del feretro al cimitero di Castelvetrano, dove verrà tumulato nella tomba di famiglia. La stessa dove è seppellito il padre Francesco Messina Denaro, morto invece da latitante e la cui salma fu fatta trovare nelle campagne di Castelvetrano già composta a lutto.

Non è partita da Castelvetrano per raggiungere L’Aquila, la madre del boss, ultraottantenne, Lorenza Santangelo, perché ammalata.

“Il rapporto medico paziente è sempre un rapporto umano, anche con lui. Noi abbiamo fatto anche in questo caso semplicemente il nostro dovere”, ha detto al microfono della Rai, il primario del reparto di oncologia del San Salvatore, il professor Luciano Mutti, che ha curato il boss della mafia Matteo Messina Denaro, prima della presa in carico dei soli medici del reparto di rianimazione guidato dal professor Franco Marinangeli.

“C’è stato uno sforzo notevole, ringrazio tutta l’equipe medica. Le istituzioni, la Polizia penitenziaria, la Polizia di Stato, i Carabinieri, tutti hanno dimostrato un fantastico spirito di abnegazione, si sono sacrificati, e hanno dato una risposta molto forte e chiara, che ha segnato la differenza tra uno Stato di diritto ed altre situazioni, chiamiamole così…”

E ha ribadito, anche con Messina Denaro ritenuto responsabile di efferati delitti, “si è instaurato  un rapporto assolutamente normale tra medico e paziente. Ha sempre mantenuto una risposta di grande dignità, rispetto alla malattia, chiedendo di essere costantemente informato”.

“La Procura  della Repubblica dell’Aquila – di concerto con la Procura di Palermo- si è determinata a disporre autopsia sulla salma di Matteo Messina Denaro, persona notoriamente afflitta da gravissima patologia. L’apertura di un procedimento è atto tecnico necessario per procedere a tale incombenza”, ha reso noto il procuratore della Repubblica facente funzioni, Stefano Gallo.





Sono intanto spuntate le ultime volontà del boss. Un testamento anomalo, quello di Messina Denaro, ma in linea con l’identità del super-boss: “Rifiuto ogni celebrazione religiosa perché fatta di uomini immondi che vivono nell’odio e nel peccato», scrive il boss nel pizzino, ritrovato dai carabinieri del Ros nel covo del boss di Campobello di Mazara dopo l’arresto, il 16 gennaio scorso.

Prosegue nel biglietto il boss: “Non sono coloro che si proclamano i soldati di Dio a poter decidere e giustiziare il mio corpo esanime, non saranno questi a rifiutare le mie esequie. Dio sarà la mia giustizia, il mio perdono, la mia spiritualità. Chi come oggi osa cacciare e ritenere indegna la mia persona non sa che non avrà mai la possibilità di farlo perché io non lo consento, non ne darò la possibilità”.

Parole che Messina Denaro scrisse ben prima della cattura, e anche prima di scoprire di essere affetto da tumore. Il pizzino risale, infatti, a maggio 2013, proprio il periodo in cui la Chiesa proclamò beato il prete anti-mafia Don Pino Puglisi ribadendo la lontananza con i mafiosi. Puglisi è stato barbaramente ucciso  da Cosa nostra il 15 settembre 1993 nel giorno del suo 56esimo compleanno, davanti la sua casa di Brancaccio. Mandanti dell’omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano.

Nella casa di famiglia a Castelvetrano le serrande sono rimaste chiuse da giorni. La palazzina è a poche decine di metri dall’istituto comprensivo intitolato da pochi mesi a Giuseppe Di Matteo il figlio del pentito Santino, sequestrato per oltre due anni prima di essere strangolato e sciolto nell’acido a 15 anni. Per quell’omicidio è stato accusato anche Matteo Messina Denaro. Anche se in un recente interrogatorio davanti al gip Alfredo Montalto il boss ha cercato di tirarsi fuori da quella vicenda ammettendo sì il sequestro, ma non l’orrore di aver deciso l’omicidio del piccolo Giuseppe.

Con la morte del boss si chiude anche il processo per le stragi di Capaci e via D’Amelio. In primo grado e in appello Matteo Messina Denaro è stato condannato all’ergastolo come uno dei mandanti. Le motivazioni del primo grado si basano principalmente sulla partecipazione alla riunione a Castelvetrano in cui si delinea la decisione di uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Secondo alcune fonti, Matteo Messina Denaro ha ucciso almeno 50 persone ed è stato coinvolto nella morte di altre diverse decine. Diabolik è stato anche coinvolto negli attacchi terroristici del 1993 a Roma, Milano e Firenze, dove morirono dieci persone e circa altre 90 rimasero ferite. Per questi reati Denaro fu condannato all’ergastolo.

“Puoi riempire un intero cimitero con le vittime dei miei omicidi”, ha ammesso lo stesso boss.

“La sua latitanza è stata accompagnata anche dalla latitanza della politica, indirettamente complice di quella di Messina Denaro”, commentò don Luigi Ciotti dopo la cattura. Avvertendo che “le mafie non sono riducibili ai loro capi, non lo sono mai state e oggi lo sono ancora di meno, essendosi sviluppate in organizzazioni reticolari in grado di sopperire alla singola mancanza attraverso la forza del sistema”.

LA CARRIERA CRIMINALE DI MATTEO MESSINA DENARO

Matteo Messina Denaro è nato il 26 aprile 1962 a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Figlio di Francesco Messina Denaro, in gioventù lavora come fattore in alcune tenute agricole del trapanese.  In realtà capo di Cosa Nostra nel paese e poi in tutta la provincia per volere di Totò Riina.

Messina Denaro cominciò a delinquere da giovanissimo e nel 1989 venne denunciato per associazione mafiosa, perché ritenuto coinvolto nella sanguinosa faida tra i clan Accardo e Ingoglia di Partanna.

Nel primi mesi del 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver, procurati da Messina Denaro stesso. Qualche tempo dopo, però, il boss Salvatore Riina fece ritornare il gruppo di fuoco, perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente.

Su ordine di Riina, Messina Denaro partecipò alla faida mafiosa di Alcamo, conclusasi con un centinaio di uccisioni e “lupare bianche” contro il clan stiddaro dei Greco, e nel luglio del 1992 fu tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Vincenzo Milazzo, capo della cosca di Alcamo, che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all’autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi: i due cadaveri furono poi seppelliti nelle campagne di Castellammare del Golfo.

Il 14 settembre dello stesso anno Messina Denaro, insieme a Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà, a Mazara del Vallo.

Il 28 novembre 2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferirà che l’archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel gennaio del 1993 dopo il suo arresto, sarebbe finito in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese.

Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme ai boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e ai fratelli Graviano.

Messina Denaro mise infatti a disposizione un suo uomo, Antonio Scarano (spacciatore di droga di origini calabresi residente a Roma), per fornire supporto logistico al gruppo di fuoco palermitano che compì gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma, che provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a danni al patrimonio artistico.

Secondo il pentito Giovanni Brusca fu Messina Denaro a scegliere gli obiettivi degli Uffizi e San Giovanni in Laterano per la sua competenza nel campo delle opere d’arte.





Nell’estate del 1993, mentre avvenivano gli attentati dinamitardi, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme ai fratelli Graviano e le rispettive compagne; da allora si rese irreperibile, dando così inizio alla sua lunga latitanza, perché nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per un quadruplice omicidio commesso nel 1989, sulla base delle accuse del collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio.

Attento a gestire la sua latitanza, e a proteggerla con una schiera di fiancheggiatori, uno dei boss più ricercati del mondo ha lasciato di sé l’immagine di un implacabile playboy con i Ray Ban, le camicie griffate e un elegante casual, patito delle Porsche e dei rolex d’oro, maniaco dei videogiochi, appassionato consumatore di fumetti. Di uno soprattutto: Diabolik, da cui ha preso in prestito il soprannome insieme a quello con il quale lo chiamavano i suoi fedelissimi. Un altro ancora glielo hanno affibbiato i suoi biografi “‘U siccu”: testa dell’acqua, cioè fonte inesauribile di un fiume sotterraneo.

E la sua attività di feroce criminale è proseguita indisturbata anche come boss latitante.

Nel novembre del 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere sciolto nell’acido.

Nel 1994 Messina Denaro organizzò un attentato dinamitardo però fallito contro il pentito Totuccio Contorno, insieme a Giovanni Brusca.

Per rispondere al regime di 41-bis cui erano sottoposti diversi boss mafiosi, Messina Denaro organizzò l’omicidio dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto, che si era rifiutato di fare favori all’interno del carcere. L’agente venne freddato il 23 dicembre 1995 davanti casa dei suoceri a Palma (frazione di Trapani) mentre era in auto con la moglie, che teneva in braccio la figlia di appena 10 mesi ed era incinta della seconda.

Grazie anche alle rivelazioni di Giovanni Brusca, Messina Denaro finì sotto processo perché sospettato di essere uno dei mandanti delle bombe di Roma, Firenze e Milano.

Il 6 giugno 1998, a cinque anni dall’inizio della latitanza, venne condannato all’ergastolo insieme a tutto il gotha di Cosa nostra; gli ergastoli verranno poi confermati dalla Corte d’Assise di Appello di Firenze il 13 febbraio 2001 e dalla Cassazione il 6 maggio 2002.

Il 30 novembre 1998, dopo la morte del padre Francesco, Messina Denaro è diventato capomandamento di Castelvetrano e anche rappresentante della provincia di Trapani per Cosa nostra.

Durante gli anni Novanta, organizza il sequestro e l’uccisione del giovane Giuseppe Di Matteo e un attentato contro il pentito Toruccio Contorno. Nel 1998, diviene capomandamento di Castelvetrano e rappresentante della provincia di Trapani in Cosa Nostra.

Le indagini dopo l’arresto hanno permesso di scoprire che il boss, latitante da trent’anni, viveva tranquillamente a Campobello di Mazara, non lontano da Castelvetrano sua cittadina di origine, protetto da una ragnatela di prestanome e factotum.

Una settimana dopo, il 23 gennaio, i Carabinieri del ROS hanno arrestato, a Tre Fontane, Andrea Bonafede, geometra cinquantanovenne di Campobello di Mazara, con l’accusa di associazione mafiosa per aver prestato la propria identità a Messina Denaro durante la sua latitanza.

Il 7 febbraio è stato arrestato il dottor Alfonso Tumbarello, medico campobellese legato alla massoneria locale che avrebbe curato Messina Denaro durante la latitanza, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e falso ideologico.

Insieme al Tumbarello è stato tratto in arresto Andrea Bonafede classe ’69, cugino e omonimo del geometra campobellese, che avrebbe recapitato le ricette mediche al boss.

Il 3 marzo è stata arrestata Rosalia Messina Denaro, sorella del boss e madre del suo avvocato Lorenza Guttadauro, accusata di aver gestito la cassa di famiglia e la trasmissione dei pizzini che il boss mandava a familiari e collaboratori.

ll 16 marzo sono stati arrestati due coniugi, Emanuele Bonafede, nipote del boss di Campobello Leonardo Bonafede, e Lorena Ninfa, perchè avrebbero favorito la latitanza del boss ospitandolo presso la propria abitazione.

Il giorno seguente sono state indagate altre quattro persone, tra cui la figlia di Leonardo Bonafede, che aveva intrattenuto una corrispondenza con il boss.

 

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