LAVORO: ”NON SIAMO DEGLI SCHIAVI”, INDIGNAZIONE A L’AQUILA PER POST NEGOZIANTE

7 Febbraio 2020 08:00

L'AQUILA – “E' ora di smetterla con questa narrazione: non è vero che i giovani non vogliono lavorare, semplicemente non vogliono più fare gli schiavi”.

E' solo una delle numerose testimonianze arrivate ad Abruzzoweb a seguito delle dichiarazioni della titolare del negozio Happy Party, all'Aquila, che in un lungo post su facebook lamenta difficoltà nel trovare personale.

Parole recepite da molti aquilani, che pure hanno scelto di restare in città nonostante le numerose problematiche, come un atto di accusa verso chi è costretto, suo malgrado, a rifiutare proposte lavorative poco allettanti e che hanno fatto scoppiare un caso: la mancanza di proposte dignitose è una ferita aperta per molti giovani, e non solo, stanchi di accettare “turni massacranti per compensi ridicoli”, secondo la definizione che una ragazza aquilana, che preferisce restare anonima, rilascia ad Abruzzoweb.

La sua è una storia come tante, comincia dalla ricerca disperata di un lavoro, uno qualunque, passa per un tirocinio formativo e finisce in un nulla di fatto.

“Ho lavorato per settimane in questo negozio – spiega – ho cercato di metterci il massimo impegno e ho dovuto buttare giù tanti bocconi amari perché, anche se sapevo che non avrei guadagnato altro che qualche centinaio di euro, a me quei soldi servivano. E allora poco importa se i soldi all'inizio sono pochi, passi anche sul fatto che dovrai lavorare tutto il giorno perché, pensi, prima o poi cambierà. Ma non cambia mai niente. Nonostante tutto i miei sforzi, alla fine, si sono rivelati inutili e alla vigilia del primo pagamento sono stata mandata a casa. Non ho visto un soldo”.

Ancora un'altra testimonianza: “mio fratello è andato rispondendo al suo annuncio per la ricerca del personale l'estate scorsa. Aveva bisogno di lavorare e l'attività gli interessava, era entusiasta di lavorare nel mondo delle feste. Gli disse che avrebbe valutato il suo curriculum ma non gli ha mai fatto sapere neanche che non era stato scelto. So per certo che lo stesso è successo anche ad altre persone”.

Ci sono poi numerose segnalazioni di ragazzi che hanno portato il proprio curriculum direttamente in negozio e che non sono mai stati contattati: “mia figlia si è presentata 4 volte, mai chiamata”; “io anni fa portai il mio curriculum ma lei non mi fece sapere nulla, probabilmente ero troppo grande”; “anche mia figlia ha più volte portato il curriculum e lei senza nemmeno guardarlo lo ha messo da parte dicendo che le avrebbe fatto sapere…”; “sono venuta di persona più volte e ho mandato il curriculum anche per mail ma non sono mai stata contattata, idem diverse mie amiche”.

Il caso dell'Aquila ha generato una discussione che tocca delle note dolenti, soprattutto tra i più giovani: “Trovo profondamente ingiusto questo modo di fare – dice un'altra ragazza – Siamo quella generazione che sa che dovrà fare sempre più fatica per trovare un lavoro. Anche uno a cui non avremmo mai pensato, perché il sogno di fare ciò che amiamo o per cui abbiamo studiato, lo abbiamo accantonato già da tempo. Si accetta di tutto per non gravare eccessivamente sulle spalle dei nostri genitori. Poi veniamo contattati e, con la scusa che dobbiamo fare esperienza, che devono insegnarci 'il mestiere', finiamo per lavorare gratis. E dobbiamo anche ringraziare”.

“Ovviamente, nel frattempo, mentre noi lavoriamo per la gloria, i nostri genitori ci danno i soldi per mettere la benzina. Sennò a lavoro come ci vai?”. (azz.cal.)

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