“L’ESERCITO INVOLONTARIO DEL FOCOLARE”, MAMME E LAVORO, ABRUZZO IN FONDO CLASSIFICHE

FOCUS SU RAPPORTO SAVE THE CHILDREN SU PARITÀ GENERE, OCCUPAZIONE E SERVIZI, PEGGIORAMENTO DAL 2004 SIA IN REGIONE CHE IN TUTTO IL PAESE

di Filippo Tronca

9 Maggio 2021 08:04

PESCARA – Esiste in Italia un “esercito involontario del focolare”, che ingrossa le sue file anno dopo anno. E’ quello delle donne che devono rinunciare a lavorare per essere madri. Per l’impossibilità di conciliare l’occupazione con le esigenze della prole in assenza di reali sostegni e servizi adeguati. Una vergogna che riguarda anche l’Abruzzo, e in una percentuale maggiore rispetto alla media italiana, con un desolante 14esimo posto sulle 21 tra Regioni e Province autonome. Ben sotto la sufficienza per quel che riguarda la parità con l’altro sesso, il tasso di occupazione e partecipazione al mercato del lavoro, e in termini di welfare e accesso ai servizi.

A confermarlo il rapporto di Save the children dall’eloquente titolo “Le equilibriste – la maternità in Italia 2021”, presentato nei giorni scorsi, e in vista della Festa della mamma che oggi si celebra, con la classe politica di ogni ordine, grado e latitudine che dispensa retorica a piene mani. In un Paese dove però si registra un drammatico arretramento rispetto a 20 anni fa. sia in termini di natalità, sia in quello di diritti e sostegno delle madri.

A dirlo è proprio l’accurato rapporto di Save the children che ha mutuato e applicato a livello nazionale il metodo di analisi del Mother index internazional, adottato negli Usa, affidandosi ai dati Istat dal 2004 al dicembre 2020, dunque ricomprendendo anche l’anno della pandemia. Ricerca che prende in considerazione undici indici, raggruppati in tre categorie: l’ambito “Cura” ovvero il tasso di fecondità e l’asimmetria nel lavoro familiare, per le coppie con donne dai 25 ai 64 anni con figli ed entrambi i partners occupati, l’ambito “lavoro”, ovvero il tasso di occupazione femminile e quello della loro mancata partecipazione al mercato del lavoro, e infine l’ambito “servizi”, ovvero in particolare la disponibilità ed efficienza di servizi socio-educativi per la prima infanzia, come ad esempio gli asili nido.

“L’Istituto Europeo dell’uguaglianza di genere calcola in 60 anni il tempo necessario per il raggiungimento della completa parità dei sessi nel mondo del lavoro,  per restare in ambito europeo. Ma l’Italia già presenta ritardi notevoli”, si commenta nel rapporto e si sottolinea: “se analizziamo cosa avviene nel mercato del lavoro quando oltre all’ essere donna che già rappresenta un oggettivo svantaggio, si aggiungere l’essere madre, il quadro diventa drammatico in particolare nel Sud e nelle isole: una fotografia dai tratti insostenibile che racchiude in sé una condizione di disparità e ingiustizia sociale che ricade in quota maggiore sulle madri che vedono chiudersi molte porte e vivono un restringimento di orizzonti ed opportunità che segnerà il loro percorso di autonomia e sviluppo di capacità aspirazione, lungo tutta la loro vita. Come pure sulle donne che rinunciano alla genitorialità, con gli effetti demografici che registriamo in questi anni”.

Non deve infatti stupire che in Italia si assiste ad una “crisi delle culle” con la natalità in calo con continui record negativi, che riguarda ora anche i genitori stranieri.

La situazione in termini di accesso al mondo del lavoro si è aggravata nel 2020, conferma anche Save the children, a causa della pandemia che ha creato un notevole impatto anche sulla vita delle quasi 3,5 milioni di mamme che devono giostrare la propria vita tra lavoro retribuito e compiti di cura.

Nel passaggio tra il 2019 e il 2020 il tasso di occupazione totale dei genitori di bambini e ragazzi è calato infatti dal 72,2% al 71,6%. E per quanto riguarda le donne madri il saldo delle occupate fa segnare un calo di 96.000 unità, di cui in particolare 77.000 in meno tra coloro che hanno un bambino in età pre-scolare.

Analizzando dunque nel dettaglio il rapporto nel suo focus regionale, nella classifica generale, facendo 100 il parametro di riferimento, ovvero lo spartiacque tra indice sufficiente, ovvero superiore a 100, e insufficiente, inferiore a 100, risulta che nel 2020 in testa ci sono le province autonome di Bolzano e Trento con 115 e 113, seguite da  Val d’Aosta con 109, Emilia-Romagna e  Friuli-Venezia Giulia con circa 107 e Lombardia con 106.

La media italiana ha registrato un calo dell’indice da 100 del 2004 a 98,9 del 2020, nel 2019 era del 99,4.

L’Abruzzo è nella bassa classifica, al 14° posto con indice 92,3, ben al di sotto della media italiana, ma quello che deve far riflettere è che ha perso posizioni rispetto alla situazione del 2004, quando l’indice era del 93,5 per salire nel 2008 al 98,7 per poi tornare a scendere. Nel 2019 l’indice era di 93,2 dunque nell’anno della pandemia si è registrato un ulteriore arretramento.

A chiudere la classifica la Sicilia 82,4, la Campania, 80,7  e la Calabria, 80,5.

Scendiamo dunque nel dettaglio delle tre categorie considerate: nell’ambito “cura”, l’Abruzzo è 18° con indice 91,1, nel 2019 era 94,4 nel 2004 era di solo 84,8: in questo caso si è registrato un progresso.

Nel dominio “lavoro”, l’Abruzzo è oggi 14°, passato dall’indice 99 del 2004 al 91,7 del 2020, in calo rispetto al 2019 che segnava 92,5.

Anche per quanto riguarda l’ambito “servizi” l’Abruzzo è al 14° posto passando dall’indice 98,1 del 2014 al 94,1 del 2020. Nel 2019 era però del 92,6.

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