“LOTTA ALLE NOTIZIE FALSE VIENE USATA CONTRO LA DEMOCRAZIA”, LA TESI “CONTRARIA” DEL PROF MAGNANI

PER IL RICERCATORE DI ISTITUZIONI DI DIRITTO PUBBLICO ALL'UNIVERSITÀ “CARLO BO” DI URBINO, AUTORE DEL LIBRO “FINCHE' CI SONO FAKE NEWS C'E' SPERANZA”, "BRUTTO CLIMA CONTRO LIBERTA' DI ESPRESSIONE SOPRATTUTTO SUL WEB", "'C'E' CHI RISCOPRE IL SUFFRAGIO RISTRETTO ED ESULTA QUANDO YOUTUBE CHIUDE I CANALI NON ALLINEATI", "PRIMA LE BUFALE DIFFUSE SOLO DA GRANDI GIORNALI CHE OGGI ACCUSANO I 'PICCOLI' DI ESSERE INAFFIDABILI", "DIBATTITO SOFFOCATO SUL NASCERE DA CLICK E ACCUSE DI POPULISMO, LA COLPA E' ANCHE DEGLI INTELLETTUALI PROGRESSISTI"

di Roberto Santilli

9 Giugno 2021 08:36

L’AQUILA – “C’è un clima di sostanziale diffidenza nei confronti della libertà di espressione attraverso il web, che è sotto osservazione stretta. Secondo molti, la disinformazione ‘corre’ su Internet, e gli ‘imbecilli’ popolerebbero i social: ma è una prospettiva che rifuggo, perché anticostituzionale. La Costituzione dà a tutti libertà di parola e il connesso diritto di voto. E fonda su questi pilastri l’ordinamento della democrazia. Quindi, prendersela con la presunta scarsa intelligenza dei lettori e degli elettori non mi pare un esercizio di democrazia. Anzi, la ritengo una cosa deprecabile, ma ormai tra intellettuali ed ordini professionali, si combatte la battaglia ideologica della disinformazione e non la battaglia per la libertà di informazione”.

L’ultimo libro del professor Carlo Magnani, ricercatore di Istituzioni di Diritto pubblico presso la facoltà di Sociologia della Università “Carlo Bo” di Urbino, si intitola “Finché ci sono fake news c’è speranza. Libertà d’espressione, democrazia, nuovi media” (Rubbettino), probabilmente ha creato più di qualche fastidio ai cosiddetti “studiati” della società.

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Quelli che, dall’alto delle loro “sudate carte”, delle loro esperienze professionali sicuramente pulite e meritate, brandiscono come fossero scimitarre le certezze dei vari Umberto Eco – la cui “eredità” è utilizzata in lungo e in largo per definire poco più che scimmie, anche per mano e per bocca di una ‘folla’ adorante, la stragrande maggioranza degli utenti sui social, cioè sempre “gli altri” – Roberto Saviano, Federico Fubini, Andrea Scanzi, Giovanni Floris, Corrado Formigli e molti altri; oltre ai tanti ‘sbufalatori’ di professione, i “debunker” che si scagliano facilmente contro i pochi dispensatori di bufale sul web, affibbiano patentini di voto e di parola, censurano, tagliano, accusano di diffondere odio chiunque la pensi diversamente da loro, ma, come per magia, lasciano in pace la gigantesca macchina propagandistica dei media mainstream.

Che, in tempi di Covid-19 e della gestione dell’emergenza del Covid-19, ha mostrato, a chi la mascherina non la mette sugli occhi, su scala planetaria, quanto siano imponenti i mezzi di chi l’informazione la gestisce ai piani alti e la fa ‘cadere’ ai piani inferiori, contribuendo a diffondere una narrazione (e a smantellare persino la pretesa di discuterla), i cui ‘gestori’, ad ogni livello, compreso quello scientifico, non tollerando le voci di dissenso autorevoli, colpiscono quelle facilmente smentibili e con carriere più o meno discutibili per “educare” quelle, appunto, autorevoli. Finendo, con la motivazione che “Io so’ io e voi non siete un cazzo”, per soffocare tutto, anche via click: dal dibattito politico, a quello scientifico fino alla chiacchierata tra ubriachi al bar.

“La mia posizione è abbastanza originale – dice il professor Magnani ad AbruzzoWeb – È difficile, oggi, trovare qualcuno che spezzi una lancia a favore della libertà di espressione. Ad esempio – continua Magnani – nel testo metto anche in relazione la critica dei nuovi media con la critica al populismo: in genere, chi se la prende con i social, poi finisce anche per sostenere che questi favoriscono il populismo. Addirittura, ci sono studiosi bravi che hanno scritto che i social sono intrinsecamente populisti. Ma il populismo non si può banalizzare, è una cosa seria. Né si può demonizzare, perché si tratta di un fenomeno storico complesso che andrebbe compreso. Invece da noi, oggi, il termine populista è diventato un insulto all’avversario politico ed ha in generale un’accezione esclusivamente negativa di delegittimazione morale”.

“Populismo e fake news stanno assieme: servono a mettere fuori dal perimetro pubblico soggetti e idee. Fake news è diventato sinonimo di informazione che non mi piace – prosegue il professore – Quando si vuole screditare un’opinione, non si perde tanto tempo a confutarla. Si risponde semplicemente che è una fake news, mettendo una ‘croce’ sopra, una delegittimazione morale su una determinata idea. Non discutendola acriticamente, si bolla il tutto come una ‘bugia’ su cui non vale la pena di discutere, assecondando una tendenza alla moralizzazione del discorso pubblico che vive un forte condizionamento etico, con le persone che non si dividono più per ragioni politiche, poiché il conflitto politico è stato sostituito dalla scomunica etica e morale”.

“Fai una vignetta satirica su Greta Thunberg? Vuoi distruggere il mondo. Affermi che un politico donna è incompetente? Sei contro le donne e dunque non sei una persona degna di stare nel consesso pubblico. E non parliamo della moralizzazione che ‘parte’ dall’Europa, per cui se osi criticare le politiche di matrice europea non capisci nulla di economia e se professi certe dottrine economiche sei un pericoloso sovranista, nazionalista e, ci risiamo, populista”, incalza Magnani.

“Con la democrazia, però, le cose non funzionano così – vuole precisare però il professore – Per difendere la democrazia bisogna limitare la libertà di parola e le libertà politiche, magari riservandole a chi supera un test? A me sembra un’argomentazione molto poco efficace, perché a quel punto si riscopre il suffragio ristretto, il voto per censo, incamminandosi su una strada che porta alla destituzione della democrazia: peraltro già in atto, ‘grazie’ al fatto che ci sono poche scelte politiche realmente offerte al cittadino. Ormai siamo immersi completamente nel ‘pensiero unico’, cioè possiamo aderire o al lato ‘A’ oppure al lato ‘B’ della stessa ‘moneta’, non possiamo decidere di giocare un’altra partita. Ma la democrazia si difende con la democrazia, non con mezzi che la restringono”.

Sull’attacco al web, Magnani spiega che “In atto c’è un conflitto di poteri, con, da una parte, la ‘casta’ dei giornalisti cosiddetti mainstream che sta difendendo una posizione egemonica, dall’altra i nuovi media. Quindi, la battaglia dei conservatori viene fatta ‘comodamente’ accusando chi li ‘insidia’ di essere inaffidabili, ma se andiamo a ‘controllare’ quante fake news hanno diffuso i grandi giornali… Prima le balle le raccontavano solo loro, oggi le possono raccontare anche altri. Questa è la realtà. Eppure non si può ignorare che quello del giornalista sia diventato un mestiere più difficile di un tempo, che sta perdendo la propria specificità anche perché con un cellulare e un profilo social si può essere piccoli reporter. Quindi la crisi è oggettiva, c’è poco da fare”.

“Detto questo – precisa ancora – non è che i problemi si risolvono scagliandosi contro i social e censurando. È un momento di trasformazione, non si sa neanche quale futuro avrà la stampa, in quale forma e se continuerà ad esistere, ma è pur vero che ci hanno ‘spaccato l’anima’ con l’imprenditore che si fa da sé e poi se uno fa da sé non va bene, deve chiedere il permesso speciale alla corporazione. Come spesso accade, la liberalizzazione è sempre per gli altri”.

“Che ruolo hanno gli intellettuali in questo scenario? Menti critiche che spiccano per prese di posizione originali non ce ne sono. Penso ai vari esempi della deriva del pensiero progressista, che si è rifugiato nel politicamente corretto, nella moralizzazione della politica. Democratici che per difendere la democrazia riscoprono il pensiero anti-democratico, elitario, propongono anche la patente per il voto: idee che in genere maturano non nell’ambiente liberale e progressista, ma in quello tipico della destra reazionaria”, risponde sul punto il docente.

“E tra intellettuali ed ordini professionali, oggi si combatte la battaglia della disinformazione e non la battaglia per la libertà di informazione. Con la benedizione di più di qualcuno. Le grandi piattaforme come YouTube vengono elogiate quando chiudono, causa vere o presunte fake news, i canali di chi non è gradito. I grandi operatori della rete rischiano di sospendere le libertà costituzionali, organizzando un ordinamento di fatto parallelo. Ci aggrappiamo perciò a quelle poche voci, a quelle fiammelle del pensiero critico, che meritano di esistere e che vanno tutelate”, conclude Magnani.

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