L'AQUILA: DOCENTE CALANDRA OGGI IN AUDIZIONE IN COMMISSIONE GARANZIA COMUNE RIVELA CONTENUTI INTERVISTE NELLE MONTAGNE ABRUZZESI, ''SOCIETA' FANNO INCETTA TERRENI PER FONDI UE, ANIMALI LASCIATI AL LORO DESTINO''

”MAFIA PASCOLI” A RAGGI X UNIVERSITA’ALLEVATORI DENUNCIANO SPECULAZIONI

Autore dell'articolo: Filippo Tronca

5 Febbraio 2020 07:36

L'AQUILA – “Ci hanno raccontato di minacce più o meno velate e di furti di bestiame, della presenza sempre più massiccia, anche nelle montagne abruzzesi, di società arrivate da fuori regione, da Nord a da Sud, che affittano i pascoli a peso d'oro, dove poi vengono portati animali talvolta malati, quasi sempre abbandonati a se stessi. E ancora di 'strani' avvicinamenti da parte di compaesani, che da un giorno all'altro scoprono la passione per la zootecnia, e vogliono acquistare pecore e vitelli, il cui acquisto poi viene effettuato da misteriose spa”.

Un mondo torbido, altro che l'idillio delle Georgiche virgiliane, o l'epica della transumanza, ora patrimonio Unesco dell'Umanità, quello che illustra ad Abruzzoweb Lina Calandra, docente di Geografia del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila. Un quadro emerso dalle centinaia di interviste effettuate nell'ambito delle sue ricerche sociologiche nell'entroterra abruzzese. E che gettano luce sull'inquietante fenomeno, ai limiti della legge, o per molti favorito da leggi sbagliate, detto in gergo giornalistico “mafia dei pascoli”. Ovvero quello che ha come protagoniste società con sede un pò in tutta Italia, che anche qui in Abruzzo, fanno incetta di pascoli, affittandoli a costi proibitivi per i locali, oppure intestandoseli con prestanome e società di comodo, solo sulla carta. Non per allevarci davvero animali, produrre carne, latte e formaggi, questo è il punto, ma per intascare decine e decine di milioni di euro di aiuti comunitari dell'Agea. Alla faccia di chi l'allevatore eroicamente continua a farlo per davvero e non vede poi un becco di un quattrino.

Calandra illustrerà oggi quello che emerso nelle sue interviste davanti lala commissione Garanzia e Controllo del Comune dell'Aquila, il cui territorio è fortemente interessato dal fenomeno, convocato dal presidente Giustino Masciocco, con all'ordine del giorno la verifica della delibera di giunta 355 del 2 settembre 2019 con la quale vengono concessi, annualmente, i pascoli del demanio di uso civico. 

La questione è tornata prepotentemente d'attualità prima con il rinvenimento, il 27 dicembre scorso, di 138 carcasse di pecore, lasciate morire di fame e freddo, sulle montagne del comune di Lucoli, ad ovest dell'Aquila, su cui ora indagano i Carabinieri forestali. Poi ancor di più con la maxi-inchiesta della Procura di Messina che a metà gennaio ha portato a 94 arresti, 194 indagati e 151 aziende sequestrate. Vibrando un duro colpo alla clan mafioso dei Batanesi, che ha base dei Nebrodi in Sicilia. Dalle carte dell'inchiesta, emergerebbe che il clan con società di comodo ha fatto incetta di pascoli, in tutta Italia e anche in Abruzzo, intestandoseli falsamente, solo sulla carta, esattamente nei Comuni dell’Aquila, Barisciano, Ofena, Castel del Monte, Pettorano sul Gizio, Crognaleto, Cortino, Valle Castellana, Rocca Santa Maria, Isola del Gran Sasso, e Caramanico. 

“Le interviste – spiega innanzitutto Calandra – sono state effettuate nell'estate del 2017, nell'ambito del progetto 'Il territorio dei miei sogni',  per un totale di oltre 400. Poi nell'ambito di due ricerche sul campo nei 39 comuni del Parco nazionale della Majella, nell'estate 2018, altre 400 interviste, Infine una terza ricerca sul campo, con un centinaio di interviste, altre nell'inverno a cavallo tra 2018 e il 2019 nella valle dell'Aterno, nel territorio del Parco regionale Sirente Velino”.

Ricerche che avevano un altro scopo, quello di restituire un quadro sociale ed economico e della progettualità locale, in territori di frontiera, e in via di spopolamento. 

Ma rivela la docente, “un numero altissimo di persone contattate ci ha parlato proprio di questi fenomeni, non solo allevatori, ma anche amministratori locali e personale amministrativo dei vari enti. E questo ci ha davvero allarmato. L'idea che ci siamo fatti è che non ci si trova di fronte a casi episodici, ma ad un vero e proprio sistema organizzato, che ha come obiettivo quello di accaparrarsi, in ogni modo, i finanziamenti europei, destinati all'attività zootecnica”.

Ed eccoli i contenuti di alcune interviste. 

“Più di un allevatore ci ha raccontato di essere stato avvicinato, negli anni passati, da 'forestieri' che gli dicevano che i pascoli li avrebbero affittati loro, ma che poi li avrebbero messi a disposizione per poterci pascolare. Una tipologia di approccio legata alla vecchia normativa, poi modificata, che garantiva i contributi europei, anche senza l'obbligo di pascolarci animali di proprietà del beneficiario dell'aiuto”.

E ancora: “Ci hanno raccontato di camion pieni di pecore e vitelli, arrivati chissà da dove, scaricati sui pascoli, e poi lasciati al loro destino. Per di più in molti ci hanno spiegato che queste bestie erano malate, e dunque gli allevatori locali non potevano portare al pascolo i loro animali, per evitare contaminazioni”. 





“Ci hanno raccontato anche di minacce subite – prosegue Calandra – da parte di chi con le buone o con le cattive voleva mettere mano sui loro pascoli. Ma ci sono forse metodi ancora più sottili. Un allevatore ci ha rivelato che le sue particelle di pascolo sono state inserite in altre domande di contributo, e così la sua pratica si è bloccata. Lui sosteneva che lo avevano fatto apposta per boicottare la sua attività, per farlo desistere e lasciare il campo, o meglio il pascolo libero. Accade infatti che davanti ad incongruità e presunte irregolarità, le domanda di finanziamento rischiano di bloccarsi per anni, con effetti devastati per una piccola azienda zootecnica. E non si stringono i tempi denunciando alle Procure chi si è intestato particelle in modo ritenuto illegittimo”. 

Assai significativo un altro caso emerso dalle interviste: “E' accaduto che un allevatore è stato contattato da un compaesano, che voleva acquistare un tot di animali, anche se non si era mai occupato di zootecnia. E poi l'acquisto è avvenuto tramite una misteriosa società. Il sospetto che quel compaesano agisse come prestanome, a questo punto è legittimo”.

Calandra conferma anche che molte denunce si sono risolte con un nulla di fatto. Perchè il problema è che ad essere sbagliata è forse la normativa vigente, che regola i contributi Agea, come oramai sostiene un nutrito numero di parlamentari e addetti ai lavori, visto che di fatto consente “regolarmente”, di assegnare copiosi finanziamenti pubblici, a chi di fatto non fa l'allevatore, non produce carni, latte formaggi, e altri prodotti. Ma semplicemente ha la bravura, e anche le risorse economiche per fare incetta di pascoli, arrivando ad offrire anche 10 mila euro ad ettaro, per loti che rima erano affittati a 1.000 euro, sbaragliando la concorrenza locale.

Talvolta però, e questo lo si può affermare alla luce dell'inchiesta di Messina, scatta la condotta fraudolenta, ed anche “metodo mafioso”.

Sembrerebbe infatti dalle carte della Procura, che gli esponenti del clan finiti agli arresti, effettuavano attestazioni false dei terreni, grazie “alla connivenza di operatori dei Centri di assistenza agricola siciliani, che individuavano telematicamente i terreni non attivi, in tutt'Italia, e li indicavano agli indagati che se ne attestavano la titolarità anche grazie a presta-nomi per poi richiedere i contributi pubblici”.

Tra i terreni al centro delle truffe addirittura quelli dove sorge la base americana Muos di Niscemi, ma anche quelli dove da anni c’è l’aeroporto di Boccadifalco, a Palermo: anche questo era stato dichiarato come terreno agricolo in possesso dell’organizzazione.

E ancora terre demaniali, intestata anche a soggetti deceduti da 8 o 10 anni. Un sistema “messo in atto con plurime connivenze, con “diffusa omertà”, ma anche con estorsioni e intimidazioni”.

C'è il caso ad esempio di un contadino siciliano che ha concesso i suoi 15 ettari a prestanome del clan, senza alcun pagamento, sotto minaccia.

“C'è poi il resto della storia da raccontare, emersa dalle interviste – conclude Calandra -: quella che ha come protagonisti allevatori veri, che portano avanti la loro attività con crescente difficoltà, a causa dei costi di gestione sempre più alti, e del crollo dei prezzi di vendita dei loro prodotti. E intanto i soldi per gli aiuti comunitari, di cui dovrebbero essere loro i primi beneficiari, troppo spesso prendono altre vie”.

 

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