NEGLI ANNI SETTANTA CON IL CAGLIARI SCUDETTATO, POI CALCIO DI PROVINCIA ''HO VISTO TUTTI I PORTIERI, DA ZOFF A BUFFON E LA LEGGENDA LEV YASHIN''

MAURO LAURI,”IO E GIGI RIVA” E QUELLA PANCHINA AD ALBERTOSI

di Alberto Orsini

26 Dicembre 2011 08:01

L'Aquila - Gallerie Fotografiche

L’AQUILA – “All’Aquila mi conoscono perché mi allenavo con Gigi Riva e ho fatto la panchina ad Albertosi, ma io ho anche giocato 500 partite!”.

Questa la frase che riassume meglio l’epopea di Mauro Lauri, 59 anni, storico allenatore dei portieri e delle formazioni giovanili dell’Aquila che, però, vanta anche un passato eccellente.

Nei primissimi anni Settanta, infatti, come talento emergente delle Acli, il portiere allora diciassettenne si conquistò la chance di andare a giocare nel Cagliari che di lì a poco avrebbe vinto lo Scudetto e disputato la Coppa dei Campioni.

Un Cagliari guidato dal suo cannoniere, Rombo di Tuono, come lo definì Gianni Brera, e protetto dal formidabile estremo difensore Enrico Albertosi.

In quei due anni, prima di tornare indietro accettando le lusinghe e i quattrini del calcio di casa sua, Lauri ebbe modo di parare le fucilate del primo e imparare i trucchi del mestiere dal secondo, a cui fece anche da “vice” in un match di Coppa Italia, anche se non giocò mai con la prima squadra rossoblù.

In quest’intervista natalizia ad AbruzzoWeb, Lauri, conosciuto anche per aver gestito per trent’anni il bar di palazzo dell’Emiciclo, pesca dal libro dei ricordi, che ha ancora in mente dettagliati e numerosi, da un lato parlando anche del panorama dei giovani portieri più promettenti, dall’altro ricordando anche quando ha incontrato il Pallone d’Oro e portiere del secolo, il russo Lev Yashin.

Come sei approdato in Sardegna?

Ho cominciato con l’Oratoriana, abitavo giusto sopra il campo sportivo. Nel 1965 sono passato alle Acli, con mio zio Vinicio Dionisi come allenatore. Dopo Allievi e Juniores sono passato in prima squadra, facendo l’esordio nell’attuale Eccellenza, che si chiamava Promozione, a neanche 15 anni, contro l’Avezzano. L’allenatore era l’ex bandiera dell’Aquila Calcio Aldo Di Bitonto, che mi ha fatto fare sette presenze. Si giocava e ci si allenava allo stadio “Fattori”, erano gare molto seguite. Nel 1967 ero nella Rappresentativa Allievi abruzzese che ha disputato le finali nazionali a Torino. Da lì mi hanno notato e ho fatto molti provini in giro. Tramite l’allenatore Angelo Becchetti è stato fatto il mio nome a Geza Boldizar, tecnico ungherese della Tevere Roma. Quando è andato ad allenare la Primavera del Cagliari, ha fatto di tutto per portarmi là.

Così comincia il sogno Cagliari. Il giovane Mauro scende dall’aereo e cosa si trova davanti?

Un altro mondo. Ricordo un caldo terribile nella foresteria dove alloggiavo. Ho passato i primi quattro giorni da solo. Dopo un mese il secondo portiere Adriano Reginato si era infortunato e così il tecnico Manlio Scopigno mi ha chiamato. Ho raggiunto la prima squadra a Roma per la partita di Coppa Italia, dovevano andare a Catanzaro. Mi sono allenato con loro, e poi ho fatto la mia prima e unica panchina a Enrico Albertosi. Una cosa fantastica per me che ero abituato a vederlo sull’album delle figurine Panini.

Il trascinatore di quel gruppo era anche Gigi Riva. Che ricordo hai di “Rombo di Tuono”?

Un signore. Quando ha compiuto 25 anni ha invitato alla festa tutta la squadra Primavera, anche se mangiavamo in una sala diversa da quella dei “grandi”. È una persona splendida. Quando è venuto all’Aquila con la Nazionale (a novembre 2009, ndr) ci siamo rivisti e si ricordava bene di me. Sono andato alla Scuola della Guardia di finanza, c’era una marea di gente. Alla guardia ho detto “Mi sta aspettando un certo Gigi Riva”, quando mi ha visto ha detto “Non vi preoccupate, lui è un amico mio” e mi ha fatto passare. C’è anche un altro episodio che mi lega a lui.

Quale?

Riva è stato il primo a soccorrermi nel giorno del mio grave infortunio. Un giovedì c’era la partitella, ma lui preferiva provare le punizioni da una zona che veniva chiamata il “triangolo”. Avevo un ginocchio che già mi dava un po’ di fastidio, ha tirato, mi sono gettato e ho sentito una botta forte. All’inizio non faceva malissimo, poi nella notte ho cominciato a sentire un dolore terribile. Mi hanno detto che si trattava del menisco, poi mi hanno risaldato i legamenti e ne porto ancora le conseguenze, ho le viti.

Com’erano i suoi tiri da parare?

I tiri erano forti. Impressionanti, li ricordo in allenamento. In particolare mi è rimasta impressa una cannonata di Riva contro Carlo Cudicini, il “Ragno Nero”, in un Cagliari-Milan 1-1 che ho visto da dentro il campo. Mi è sempre piaciuto vedere le partite da vicino.

Hai avuto la fortuna di lavorare con una squadra fortissima che infatti ha vinto lo Scudetto. Com’è stato quel giorno?

Ero in tribuna a vedere Cagliari-Bari, sull’1-0 sono dovuto uscire dallo stadio perché mi ero messo paura: tremava tutto, vedevo la gente che mi veniva sopra. Quando Bobo Gori ha segnato il secondo gol l’ho capito dal boato. C’erano 25 mila persone dentro l’Amsicora, ma ce n’erano 25 mila anche fuori! Il festeggiamento fu molto movimentato, quasi paesano, Cagliari era vestita a festa. Restavano due partite, 0-0 con il Milan e 0-4 a Torino. Quell’anno Albertosi ha preso solo undici gol, ancora oggi è un record.

Difficile pensare di insidiare la sua maglia da titolare!

Albertosi non ha fatto mai giocare nessun altro in prima squadra. Perfino un portiere molto forte come Franco Tancredi gli ha fatto da secondo per un anno senza mai scendere in campo. In quegli anni si facevano meno partite rispetto a oggi e c’era solo una sostituzione, quella del portiere, anche se proprio nel 1969 è stata introdotta quella di un giocatore di movimento. Ma non dipende solo da questo. Portieri come Dino Zoff o lo stesso Albertosi quando mai ti avrebbero fatto giocare!

L’anno dopo, la Coppa dei Campioni.

Il primo turno è stato con il Saint Etienne e il Cagliari passò il turno. La partita successiva è stata con l’Atletico Madrid: abbiamo vinto 2-1 in casa, poi si è fatto male Riva e da lì è arrivata l’eliminazione e sono cominciati i guai del Cagliari. Basti pensare che contro il Foggia, senza Riva, c’erano solo 6 mila spettatori, mentre quando lui era in campo ce n’erano sempre 25 mila fissi, in tutte le partite che ho visto. Tanto che contro la Juventus lo hanno fatto rientrare anche se non stava ancora benissimo, perché si doveva fare l’incasso.

A proposito di Juventus, la Vecchia Signora voleva acquistare Riva ma non ci è mai riuscita. Che si diceva nell’ambiente?

Dopo l’infortunio si parlava molto della trattativa, la Juve offriva cinque-sei giocatori e si vociferava perfino che avrebbe garantito la costruzione di un ospedale! L’Avvocato Agnelli sveniva per Riva, però Gigi aveva deciso che sarebbe rimasto in Sardegna a ogni costo e non c’era nulla da fare.

E tu invece che strade hai preso?

Dopo l’infortunio di settembre 1969 ho seguitato a stare nel giro della prima squadra. C’erano bravi portieri a parte me: il mio amico Renato Copparoni e Moriano Tampucci, oltre che Reginato e Albertosi. Calciatori come Nenè, Angelo Domenghini e lo stesso Riva restavano a fine partita a provare i tiri e noi paravamo a seconda di quello che decideva Boldizar. Sono rimasto due stagioni a Cagliari, fino al 1971, poi sono andato in prestito all’Aquila Calcio, in serie D.

Una scelta che ha cambiato la tua carriera.

Non giocavo. Durante un allenamento, nel corso della partitella presi un calcio in testa da un ragazzo in prova, mi ricordo ancora il nome, Rizzelli di Maglie. Mi usciva il sangue da vicino a un occhio, ma furono due del pubblico che scesero in campo e mi accompagnarono all’ospedale San Salvatore. Nell’attesa cominciammo a parlare e mi fecero conoscere Roberto Tozzi, presidente del Montereale. Mi fece un’offerta per l’acquisto definitivo, l’ingaggio era molto molto più alto di quello che già prendevo e decisi di accettare. Una scelta di vita che, però, mi ha fatto tagliare i ponti con il calcio di alto livello.

A posteriori, ne sei pentito?

O decidi di fare carriera o lasci perdere, e io ho deciso di lasciar perdere, tutto qua. Ho scelto di guadagnare molto di più, ma forse avrei potuto giocare qualche anno in più ad alti livelli.

Com’è andata a Montereale?

Sono arrivato a febbraio 1972 e sono rimasto quattro anni. Il presidente era una persona squisita. Mi portava in giro per cene con la sua Dino Ferrari, per lui era motivo di vanto poter dire che nella sua squadra giocava Lauri. In campo le cose andavano bene, del resto c’era una mentalità professionistica. Abbiamo vinto la Terza categoria, poi la Seconda, la Prima e la Promozione con Antonio Prosperini e soprattutto Guido Attardi in panchina.

Dopo Montereale?

Dopo quest’esperienza ho cominciato a girovagare per molte squadre del circondario, vincendo campionati a Scoppito, Fontesecco, Tornimparte, Ocre, finché nel 1980 sono diventato per la prima volta allenatore-giocatore a Bazzano. Da allenatore ho vinto il campionato a Pettino, imbattuto, così come a Santanza, sei pareggi e tutte vittorie, entrambi in Terza, Collebrincioni. Nel 1986 la scelta di allenare solo i giovani e spesso solo i portieri, che mi ha portato all’Aquila Calcio, con Valdo Cherubini. Ho fatto da preparatore dei portieri giovani con Aldo Ammazzalorso e Augusto Gentilini. Poi Fedelibertas, Oratoriana, Amiternina e infine Real L’Aquila, dove sono al terzo anno.

Quali sono i più grandi portieri che hai visto giocare?

Li ho visti tutti, e tutti dal vivo. Da Zoff a Cudicini, ma anche Pier Luigi Pizzaballa e perfino Lev Yashin.

L’unico che ha vinto il Pallone d’Oro. Quando?

Era un’amichevole tra il Cagliari e una squadra russa, non ricordo se una rappresentativa oppure la Dinamo Mosca. Fisicamente era molto grosso, ma non mi ha fatto una grandissima impressione, aveva 40 anni e si era un po’ ingobbito.

E Gianluigi Buffon?

La prima volta l’ho visto durante l’allenamento prepartita a Roma. Da subito mi è parso impressionante. Quella partita giocava Luca Bucci, ma lui aveva già debuttato contro il Milan, lo hanno fatto entrare nel secondo tempo. Mi ero portato un binocolo, l’ho seguito così per tutto il secondo tempo. Negli ultimi anni aveva avuto un calo, ora si è ripreso alla grande.

Nella tua carriera da tecnico hai lanciato molti talenti?

Tanti ragazzi pensavo potessero sfondare, ma non basta essere bravi. Senza la testa non si può giocare, e poi ci vuole anche tanta fortuna. Tra quelli che ho visto crescere c’è il terzino del Pescara Damiano Zanon. Ha preso il treno giusto, speriamo vada a giocare in serie A perché è un bravo ragazzo, lo conosco da tempo perché abitava vicino a me. C’è Simone Pettinari, oggi all’Avellino. Era con me all’Aquila Calcio, ha fatto nove panchine con Gentilini ma senza giocare neanche un minuto. Peccato, perché quella squadra era già retrocessa e si poteva lanciare qualche giovane. Ma ce ne sono tanti altri, Nicola Di Francia, che l’anno scorso è stato anche capitano dell’Aquila Calcio in C2, e Lino Petronio.

Chiudiamo parlando un po’ di portieri abruzzesi e delle squadre abruzzesi. Che ne pensi di Davide Di Fabio, aquilano ex Primavera Milan, oggi al Sassuolo?

Fisicamente è molto forte, ma non l’ho mai allenato. Ho visto le partite della Primavera rossonera, speriamo bene per lui. D’altronde viene da una scuola tosta con il preparatore William Vecchi e Valerio Fiori, si è allenato con Christian Abbiati.

Andrea Testa, dell’Aquila Calcio, cercato dal Torino?

Uno dei più forti che ho visto di recente, una chance a grandi livelli se la merita. Ma anche il portiere di riserva dei rossoblù, Andrea Modesti, secondo me è molto forte.

E quelli del Pescara?

Davide Pinsoglio sarà della Juve ma non mi convince più di tanto, mentre Luca Anania è un portiere che esce molto e gioca con i piedi, è un portiere buono per il gioco di Zeman. Giocare in una squadra del boemo è complicato, ti si presentano sempre gli attaccanti soli, rischi sempre l’uno contro uno, ci rimetti sempre. Per un portiere è una disgrazia!

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