MELANIA: SESSO, DROGA E AFGHANISTAN ‘SAPEVA TROPPO E L’HANNO FATTA TACERE’

11 Agosto 2013 09:30

TERAMO – Oltre alle torbide storie di sesso e tradimenti, ci sarebbe anche l’ombra del clan camorristico dei Casalesi dietro l’omicidio di Carmela “Melania” Rea, che ha portato alla condanna all’ergastolo per omicidio del marito Salvatore Parolisi, che “potrebbe essere innocente, nonostante tutti i suoi trascorsi da marito infedele”, come afferma ad AbruzzoWeb il giornalista Antonio Parisi.




Una vicenda intricata di amanti, perversione e traffico di droga che potrebbe avere il suo filo conduttore nel collegamento tra la caserma ‘Emidio Clementi’ di Ascoli Piceno e l’Afghanistan, patria dei papaveri da oppio e mercato ghiotto per l’organizzazione criminale italiana.
 
Il racconto nel libro Il caso Parolisi, sesso droga e Afghanistan scritto da Parisi e dal collega Alessandro De Pascale: un’inchiesta che li ha portati fino a Kabul con un agente italiano infiltrato, per vederci più chiaro e che li ha visti rischiare la vita sotto il fuoco di un razzo, sparato proprio in direzione dell’auto sulla quale viaggiavano.
 
“Quest’agente ci ha spiegato che i Casalesi si sono già insediati lì da un pezzo e, anzi, hanno installato raffinerie e invaso il mercato russo con la loro droga”, racconta il giornalista.
 
Una ritorsione in piena regola contro Parolisi a opera di qualcuno che, forse, “voleva chiudere la bocca a Melania. La donna, infatti – prosegue – poteva essere a conoscenza di possibili collegamenti tra l’attività militare di suo marito, la camorra e il traffico internazionale di droga tra il Paese asiatico e l’Italia. Melania avrebbe potuto raccogliere confidenze dal marito ed essere diventata, quindi, un elemento scomodo nella vicenda”.
 
Una condanna che ha suscitato grande clamore, quella arrivata nel gennaio scorso.
 
Il corpo della donna era stato trovato nel bosco di Ripe di Civitella (Teramo), martoriato da sfregi che, secondo la sentenza, sarebbero stati inferti dal marito “per indirizzare le indagini verso una pista esoterica e decentrare così l’attenzione da sé – continua – Sfregi del tutto simili a quelli riscontrati in molti altri omicidi di camorra. Questo particolare venne fuori in una conversazione tra me, il mio collega e un magistrato di una procura antimafia che ci parlò dell’analogia di queste ferite con quelle di altri assassini precedenti a opera dell’organizzazione criminale”.
 
Proprio da questo punto è iniziata l’inchiesta che ha portato i due cronisti a studiare quintali di carte e a considerare una pista alternativa a quella che ha portato alla condanna di Parolisi con rito abbreviato.
 
“Nei giorni di ridosso all’omicidio era stata arrestata per fatti di camorra Laura Titta, una soldatessa di stanza nella caserma Clementi, la stessa di Parolisi. La donna, conosciuta anche per aver fatto pestare a sangue uno dei suoi amanti dai suoi scagnozzi, forse poteva essere un collegamento dell’organizzazione criminale per interessi più grandi all’interno della caserma stessa, come lo spaccio tra i militari, o ancora peggio, per utilizzo di questi ultimi come mezzi per l’acquisizione di droga dall’estero”, spiega ancora Parisi.
 
Ad avvalorare questa ipotesi continua ad affiorare una pioggia di indizi che, secondo il giornalista, condurrebbe in un’unica direzione, quella della pista del “traffico internazionale di stupefacenti: circostanze che, per un magistrato, possono non valere nulla, perché dovrebbero essere provate, ma che ci hanno aperto un mondo”.
 
Il lavoro dei due è proseguito fino a quello che, secondo loro, sarebbe il fatto chiave che consente di incastonare tutti i tasselli.
 
Parolisi infatti, nel 2008 aveva partecipato con il Reggimento degli alpini ‘Julia’ a una missione in Afghanistan, al rientro dalla quale “furono trovati alla dogana ingenti quantitativi di marijuana tra le armi – prosegue Parisi – Si parla di 5 chilogrammi, ma in realtà le indiscrezioni riferirebbero di 500. La cosa che fa riflettere è che gli avvisi di garanzia nei confronti dei militari coinvolti in questa storia sono partiti dalla procura militare di Roma solo nei giorni a ridosso dell’uscita del nostro libro”.
 
Tutto tornerebbe, secondo il giornalista, che conclude: “A quel punto abbiamo sospettato che Parolisi potrebbe essere stato al corrente dei traffici di stupefacenti, se non addirittura esserne coinvolto. La moglie sapeva e forse qualcuno ha deciso di chiuderle la bocca per sempre”. Marianna Galeota
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