STORICA SENTENZA TRIBUNALE DI ROMA, CONTAMINAZIONE ACQUA POTABILE RISALENTE A 2015, SOCIETA' ACQUEDOTTISTICA DEL PESCARESE DOVRA' PAGARE OLTRE 146MILA EURO DI RISARCIMENTI

MERCURIO DAI RUBINETTI: ACA CONDANNATA, CITTADINI ROCCAMORICE, VINTA CLASS ACTION

6 Agosto 2020 08:08

PESCARA – L’Aca è responsabile di aver fatto arrivare nel 2015 nei rubinetti dei cittadini di Roccamorice, in provincia di Pescara, acqua contaminata con il mercurio, e dovrà pagare a 446 di loro 330 euro di risarcimento ciascuno, per un totale dunque, 146.800 mila euro, a cui si aggiungono oltre 23mila euro di spese legali. 

Lo ha stabilito 3 agosto il Tribunale civile di Roma, presieduto dal giudice Alfredo Matteo Sacco: una sentenza epocale, perché l’esito di una delle prime class action in Italia, e la prima in Abruzzo, che riguarda la contaminazione di sostanze alimentari. 

Sentenza che a cinque anni dopo dai fatti contestati, rappresenta una doccia fredda per l'azienda comprensoriale acquedottistica che gestisce il ciclo idrico integrato in 65 Comuni tra le province di Pescara, Chieti e Teramo, nel passato al centro di polemiche per episodi di malagestione, buchi di bilancio, e per la pesante ingerenza della politica nelle nomine dei cda. 

La battaglia legale è stata condotta e vinta dagli avvocati Claudio Matteo Di Tonno. A difendere l'Aca l'avvocato Sergio Della Rocca

Al tempo dei fatti contestati l'Aca era commissariata, affidata all'avvocato Vincenzo Di Baldassarre.  La società è oggi guidata da Giovanna Brandelli. 

La vicenda ha dato origine anche ad un'altra azione giudiziaria, da parte il tribunale di Pescara questa volta per inquinamento ambientale che si è chiuso per ora una condanna in primo grado ad un anno e quattro mesi per il direttore tecnico Lorenzo Livello per adulterazione e contraffazione di sostanza alimentari in riferimento all'acqua, e con un'assoluzione per il tecnico dell'Aca, Lelio Ferrari, che rispondeva soltanto di danneggiamento. 

La class action è partita invece da una citazione in giudizio al Tribunale civile di Roma, competente per il centro Italia per le class action, da parte di 19 cittadini residenti a Roccamorice, sostenendo che l'acqua attinta dall'Aca dalla sorgente “La Morgia” e convogliata nei serbatoi di accumulo “Bosco” e “Pagliari”, a beneficio di oltre 950 utenti, nell'anno 2015 è risultata contaminata da mercurio, con valori dieci volte superiori ai limiti di legge con responsabilità da attribuire alla società consortile. Alla class action hanno subito aderito altri 426 cittadini. 

I legali hanno chiesto 3mila euro di risarcimento per ciascuno dei denuncianti, introducendo la figura del risarcimento del danno probabilistico, ovvero del potenziale rischio di vedere compromesso il diritto alla salute. Anche questa una innovazione giurisprudenziale. 

Centrale nelle carte dell'accusa una nota della Asl di Pescara del 15 aprile di quell'anno, in cui si comunicava, sulla base delle analisi dell'Arta, che l'acqua prelevata dal serbatoio “Pagliari”, aveva dato esito di “non conformità” per accertata presenza di mercurio, per valori dieci volte superiori ai limiti di legge.





Il giorno seguente il Comune ha del 16 aprile 2015 disposta dal Comune, che ha vietato l'uso consumo dell'acqua) L'Asl di Pescara, ha dunque chiesto all’Aca informazioni sulle modalità di funzionamento dei “venturimetri”, ovvero dei misuratori della pressione differenziale dei serbatoi. 

L'Aca ha risposto ammettendo che la causa della contaminazione era effettivamente da individuarsi nella presenza di impurità all'interno del “venturimetro”, che si erano poi riversate nella condotta idrica, poiché l'apparecchio in questione non risultava dotato di “valvole di sovrappressione”. 

Il il giorno seguente il comune di Roccamorice ha provato un'ordinanza sindacale vietato la distribuzione dell'acqua. I cittadini nella denuncia hanno affermato di aver dovuto sostenere i costi per l'acquisto di acqua minerale, non potendo far uso dell'acqua corrente, per un periodo tre mesi, corrispondente all'intervallo fra l'ordinanza sindacale del 16 aprile e la successiva del 15 luglio 2015, che ha revocato il divieto, e soprattutto contestando la lesione della salute subita, “per avere inconsapevolmente e incolpevolmente utilizzato l'acqua contaminata per un significativo periodo precedente l'ordinanza sindacale di divieto”, e potenzialmente successivamente alla verifica dell'aprile 2014. Incorrendo nel rischio, “più o meno grave, di contrarre patologie connesse alla presenza della sostanza inquinante”. 

Da qui la richiesta di un risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, complessivamente quantificabile in 3.000 euro per ognuno degli attori. Da parte sua l’Aca si è difesa sostenendo di non avere natura di impresa, eccependo dunque l'incompetenza funzionale del tribunale civile, visto che la causa doveva essere assegnata al Tribunale Regionale delle Acque Pubbliche. 

Ha poi nel merito sostenuto che il mercurio, seppur presente oltre i limiti di legge, per l'oggettiva quantità, non avrebbe in ogni caso comportato danni alla salute, esibendo una relazione dell’Istituto superiore della Sanità. 

Argomenti contestati punto su punti dai legali dei cittadini, tanto che il Tribunale è arrivato alla conclusione che l'Aca, si legge nella sentenza “è una società in house providing e ancorché costituisca, per definizione, un'articolazione interna di una pubblica amministrazione, in ragione della sua natura giuridica, risulta, comunque, riconducibile al paradigma imprenditoriale”. 

Dunque per essa è competente il tribunale ordinario, e non il Tribunale delle acque. Per quanto riguarda la pericolosità del mercurio, il Tribunale ha ribatto che il principio di precauzione non consente in nessun caso di superare i limiti di concentrazione di sostanze pericolose stabiliti dalla legge. 

Il Tribunale ha dunque condannato l'Aca a pagare “a titolo di danno patrimoniale e di danno non patrimoniale”, in favore di ciascuno degli stessi attori e intervenuti in adesione la somma di 330 euro ciascuno. Che moltiplicato per 446 fa appunto 146.800 euro, a cui si sommano ingenti spese processuali quantificate in 23.800 euro, oltre gli oneri previdenziali e tributari previsti per legge. 

 

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