MOTI ’71, ANDREUCCI: “NON SERVIRONO A NULLA, POLITICA KANTIANA AVREBBE SCELTO L’AQUILA”

26 Febbraio 2021 09:39

L’AQUILA – I Moti che cinquant’anni fa sconvolsero dal 26 al 28 febbraio L’Aquila contro la decisione del Consiglio regionale di prevedere nello Statuto l’assegnazione di sei (poi diventati sette) assessorati a Pescara, “non servirono tecnicamente a nulla” perché la decisione non fu revocata e tutto rimase com’era. L’Aquila, ultima delle tre città italiane in cui si svolsero sommosse per il titolo di capoluogo di regione, non ottenne niente, a differenza di Pescara (giugno ’70) e di Reggio Calabria (luglio ’70-febbraio ’71).Il giudizio emerge da una interessante chiacchierata con Antonio Andreucci, insignito da poco del Premio giornalistico “Polidoro” alla carriera. Testimone del tempo ,Andreucci analizza sotto il profilo politico-sociale l’insieme delle proteste nelle tre città nel libro, in corso di stampa, I Moti del pennacchio – Barricate a Pescara, Reggio e L’Aquila per il capoluogo (One Group editore), applicando la sua lunga esperienza giornalistica per l’Ansa a una rigorosa ricostruzione che è anche inchiesta documentata.

Si disse che furono lotte per difendere il diritto ad avere il capoluogo di regione. “Nessuna città poteva rivendicare qualcosa sotto i profili giuridico o legislativo in quanto le Regioni erano state appena istituite e i capoluoghi erano solo quelli delle province risalenti al Regno delle Due Sicilie e poi d’Italia. L’Aquila ebbe la sommossa più breve, di un week end: furono in tutto una cinquantina le ore nelle quali il ‘popolo’ punì i politici ritenuti ‘traditori’. Non si andò oltre qualche gesto inconsulto dovuto a una rabbia spontanea”.

Scatto improvviso d’ira o premeditazione? “La rabbia divampò nonostante da mesi si parlasse dell’orientamento di conferire all’Aquila il titolo di capoluogo, e da almeno due settimane fosse ufficiale la scelta dell’Aquila come capoluogo e sede del Consigli, della Giunta e di tre assessorati mentre sei sarebbero andati a Pescara. La scintilla non fu causata dallo scambio di una ‘e’ letta al posto di una ‘o’: figuriamoci, in quella calca e con quella agitazione la folla era in grado di capire la sottigliezza? La scintilla scoppiò quando Mattucci pronunciò la parola ‘Pescara’. Era ciò che gli aquilani non avrebbero mai voluto sentire. La rivolta divampò perché doveva scoppiare, perché quel nome fece saltare il coperchio di una pentola in ebollizione”.

Furono solo due giorni di sommossa, ma intensi e violenti. “Certo. Ad esacerbare gli animi contribuì anche l’arrivo della Celere, chiesta e governata per di più da un aquilano, il sottosegretario Nello Mariani (Psi). La rabbia nei confronti del Pci – cui bruciarono la sede – era dovuta, oltre all’aver ‘brigato’ con la Dc per quella divisione, al fatto che rimproverava al ministro dell’Interno Restivo, di non essere stato abbastanza duro con i manifestanti”.

Una rivolta popolare e spontanea. Però, alcuni, come Berlinguer, la etichettarono come orchestrata dall’estrema destra: «Nulla di più falso. Intanto, se fosse stata organizzata, non sarebbe durata dalla sera del 26 a quella del 27. Eppoi, ragazzi di Lotta continua e del Fronte della Gioventù erano fianco a fianco nelle azioni di protesta. A dar fuoco alle sedi dei partiti c’erano anche iscritti a quegli stessi partiti. Chiaromonte lo disse chiaro e tondo in una riunione della direzione nazionale del Pci. Fu una rivolta popolare, nel senso che vi parteciparono persone di tutte le categorie sociali e professionali della città, di ogni convinzione politica”.

A conferma della eterogeneità dei manifestati, è illuminante leggere due passi del libro: “La rivolta dell’Aquila non è una ‘sommossa fascista’, ma una ribellione popolare contro il sistema delle clientele e dei partiti parlamentari, contro i notabili locali e contro la polizia fatta affluire per ristabilire l’ordine costituzionale”. L’altro passo è: «Gli incidenti che ne seguirono, tanto all’Aquila, tanto a Pescara; gli edifici presi d’assalto; gli slogan gridati durante le manifestazioni; le scritte sui muri delle due città; i temi dibattuti durante le ‘adunanze’ dei rivoltosi, le strutture pubbliche occupate, il bilancio complessivo di quelle vicende, insomma, lo dimostrano chiaramente: in discussione non erano il capoluogo di regione, la sede del nuovo ente o la dislocazione degli assessorati, ma il sistema oppure il regime”.

Difficile capire chi ha scritto cosa. “Il primo è l’incipit di un reportage intitolato La rivolta dell’Aquila, apparso sul primo numero di marzo ’71 del quindicinale Lotta continua; il secondo è un commento, a vent’anni dai Moti, del deputato e leader abruzzese prima del Msi e poi di An, Nino Sospiri“.

Il Comune dell’Aquila si comportò signorilmente: dopo l’approvazione dello Statuto mise a disposizione i terreni attigui al Palazzo dell’Emiciclo. “Don Tullio de Rubeis – come gli aquilani chiamavano affettuosamente il loro sindaco -, nonostante la sua avversione corretta e civile alla ‘spartizione’ , offrì la massima collaborazione non solo istituzionale. Mise a disposizione i terreni a fianco di Palazzo dell’Emiciclo per la costruzione di un palazzo dedicato agli uffici consiliari. La condizione era che la Regione acquistasse un palazzo da donare al Comune. Patto rispettato a metà: la Regione – riferirà più tardi Fabiani – comprò Palazzo Dragonetti, ma il passaggio successivo non fu mai compiuto”. Quindi, oltre al danno, la beffa. “Beh, certo”.

A cinquant’anni dai Moti si possono indicare un vinto e un vincitore? “Intanto, è bene ricordare, cosa che nessuno fa, che sono anche 50 anni dall’approvazione degli Statuti delle due Regioni. Quanto a vincitori e vinti, c’è da dire che, a mio avviso, delle tre città L’Aquila è quella che, per la sua minore potenza, ha ottenuto più di tutte. È vero che le sono venuti a mancare sette assessorati, ma ha il resto. Se all’epoca Dc e Pci non avessero raggiunto un silenzioso compromesso e si fosse andati a un voto o a un referendum, L’Aquila non avrebbe ottenuto nulla perché non avrebbe potuto contare neppure su tutti i consiglieri della sua provincia”.

In conclusione, la politica, almeno in Abruzzo, si comportò bene? “Diciamo che la politica, con la ‘p’ volutamente minuscola, in Abruzzo sbagliò meno che altrove, ma non ebbe una visione kantiana. La Politica, con la P maiuscola, è una scienza che ha come oggetto il governo della vita di una comunità. Kant sosteneva che ‘il diritto non deve mai adeguarsi alla politica, ma è la politica che in ogni tempo deve adeguarsi al diritto”. Nel caso dei Moti, la politica adeguò il diritto agli interessi territoriali. Una classe politica assennata si sarebbe comportata come un buon padre di famiglia il quale aiuta i figli secondo le loro peculiarità e non secondo i propri desideri. Perciò, la Politica avrebbe esaminato le vocazioni dei territori e poi scelto, a prescindere dagli interessi di parte. Nel nostro caso, non v’è dubbio che Pescara e Reggio fossero, e siano, città che hanno dimostrato di sapersi “reinventare’, sviluppare in virtù di una diversa natura rispetto all’Aquila e Catanzaro. Nei secoli passati queste furono importanti centri commerciali, ma poi le cose sono cambiate. Perciò sarebbe stato ‘giusto” assegnare a loro il ruolo di capoluogo, con tutto quel che ne consegue”.

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