MOTI 71: CARLA TIBONI, “ABRUZZO DEVE CAPIRE CHE CON CULTURA MANGIA”

16 Marzo 2021 11:56

PESCARA – “Flaiano ci direbbe: ‘fate scuola’, perché è vero che in Abruzzo manca da sempre una didattica della Cultura”. Carla Tiboni, avvocato, patron del Premio Flaiano, interviene nel dibattito sul regionalismo abruzzese giunto a 50 anni abbondanti dalla sua costituzione e a 50 anni esatti dai Moti che nel febbraio 1971 misero in discussione gli equilibri della neonata regione. Per la Tiboni c’è evidente un problema di ‘cultura’ non solo in senso specifico, ma in senso ‘logistico’, organizzativo.

“Ha ragione l’ex assessore Febbo quando dice che non è più tempo per i diportisti della cultura, e io aggiungo che quella dei salotti non va più bene, come si è visto con questa pandemia e con le nuove tecnologie: se una volta ad una presentazione dei libri dal MediaMuseum venivano 50 persone ora con internet se ne collegano 600: sarà un dato su cui riflettere?”.

Secondo l’avvocato Tiboni in questi decenni l’errore fatto è stato che “l’Abruzzo non ha capito che il prodotto c’è, l’Abruzzo esiste, ma non si può promuoverlo solo col marketing o con la pubblicità, ammesso che si stato fatto. Servono intellettuali, storici, perché è la cultura e il turismo che ti fanno conoscere al mondo: e servono professionisti a prescindere da chi vince le elezioni. Le regioni italiane che più hanno avuto successo in questo settore, penso all’Umbria, alla Toscana, lo hanno capito da tempo, perché con la cultura si mangia, da lavoro, soprattutto ora. In Umbria e in Toscana la prima domanda che ti fa il potere politico non è ‘quanto costa’?, ma ‘Sta in piedi? Parliamone con i tecnici’.  E’ una differenza abissale. Ma bisogna invertire i ruoli, da una cultura assistita da una cultura che porta idee, che si faccia impresa e che non disdegni il contributo dei privati”.

Non crede che però sul territorio manchino dei soggetti, alcune colonne portanti, pensiamo alle Università?

“Sono i grandi assenti di cui si sente la mancanza, è vero – ammette la Tiboni – quando studiavo a Bologna l’università in città si sentiva eccome, ma in Abruzzo penso dipenda anche da come sono state costruite. A Chieti c’è una visione scientifica, a Teramo più giuridica, non ci sono impianti veri di colloquio col territorio, mentre a Bologna interloquisce con la città tutti i giorni – prosegue – Noi col Premio Flaiano ci proviamo ad andare tutti i giorni verso la gente, anche con le giurie popolari, perché ci siamo resi conto anche che i problemi, gli altri, non te li risolvono”.

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