MOTI AQUILANI: 50 ANNI DA RIVOLTA CAPOLUOGO. PETRUCCIOLI: “STATUTO RIMASTO QUELLO”

21 Febbraio 2021 11:18

L’AQUILA – Nella notte tra il 26 e il 27 febbraio 1971, al termine di una giornata piena di tensione, scandita nelle ore da uno sciopero generale della città in attesa della votazione del neo costituito Consiglio regionale, scoppiò, incontrollata, la rivolta degli aquilani a difesa delle prerogative del capoluogo di regione.

Oggetto del contendere fu l’articolo 2 dello Statuto della Regione Abruzzo che doveva essere approvato in quella sede dopo mesi di trattative segrete tra i partiti – con divisioni anche all’interno della Dc, compagine di maggioranza – per non scontentare nessuno e per sanare le rivendicazioni del giugno 1970, quando Pescara, città nata nel 1927 divenuta in pochi decenni il traino dell’economia regionale, protestò con disordini per la decisione di fissare il capoluogo di regione all’Aquila, città storica (come non ricordare il Papa del Gran Rifiuto Celestino V) e culla della cultura abruzzese.

Alla fine il compromesso tra Dc e Pci, rappresentati da 20 e 10 consiglieri sui 40 eletti, produsse una violenta reazione tra gli aquilani che si sentirono traditi da un machiavellico disegno di svuotamento dei privilegi di città capoluogo: fu annunciata la possibilità di tenere le riunioni di Giunta e Consiglio regionale anche a Pescara, e ci fu la spartizione degli assessorati, con il centro adriatico che ne ebbe sette, importanti a livello economico e amministrativo, mentre all’Aquila ne vennero affidati tre di minore importanza.

Quella del 26 febbraio fu la serata degli equivoci e degli inganni: il presidente del Consiglio regionale, Emilio Mattucci, atriano, nel dare lettura dell’articolo 2 davanti a stampa e pubblico, fu vittima di un refuso leggendo una congiunzione (‘e’) al posto di una disgiunzione (‘o’) – il testo corretto era “il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L’Aquila o a Pescara” – scatenando le proteste e un lancio di monetine da parte dei presenti. I consiglieri e i giornalisti furono costretti a rifugiarsi in una stanza attigua e a restarci per ore in attesa che gli animi si calmassero e che arrivassero i carabinieri a sgomberare il palazzo.

Per poter votare l’articolo in discussione e poi uscire in sicurezza dalla Prefettura – dove si teneva l’assemblea – fu comunicato che la votazione era stata rinviata, quando in realtà ottenne una maggioranza di 38 voti su 40, con un voto contrario del Msi, e un consigliere del Psi assente. Al termine della seduta, mentre i consiglieri uscivano da una porta secondaria scortati dalla polizia, all’Aquila si diffuse la notizia che il testo contestato era stato approvato. I cittadini diedero l’allarme, anche attraverso le campane delle chiese e i clacson delle auto che giravano per le strade principali, chiamando a raccolta una protesta che travalicò anche il Comitato d’azione locale.

Fu il caos: barricate costruite con auto rovesciate agli ingressi della città, assalto alle sedi dei partiti, con distruzione e incendi, danneggiamenti alle abitazioni di esponenti politici, sciopero generale, scuole chiuse, richiesta di dimissioni del Consiglio Comunale e Provinciale. Le forze dell’ordine, sorprese da tanta violenza, in numero nettamente inferiore e impreparate all’evento, attesero l’arrivo dei celerini da Roma, che portarono lacrimogeni, repressione, arresti e feriti. La città venne messa a ferro e fuoco per tre giorni: ci furono scontri e devastazioni; serpeggiava la paura e la delusione anche per migliaia di posti di lavoro persi.

I moti aquilani finirono anche sul New York Times, con la lettura sbagliata che l’allora Governo Colombo decise di dare alla rivolta, una connotazione estremista di destra: a ribellarsi in realtà era stato il popolo aquilano, non c’erano elementi venuti da fuori a fomentare la protesta. Era il risultato della frustrazione di una città delusa da un accordo politico che significava una mezza sconfitta per L’Aquila e una mezza vittoria per Pescara.

PETRUCCIOLI, “STATUTO RIMASTO QUELLO”

“Ho vissuto il parto di quello Statuto e le giornate sia di Pescara che dell’Aquila: certo, fu una fiammata, ma non è paragonabile a quanto è accaduto a Reggio Calabria. Lì ci furono i morti, lì si sparava.

Nonostante tutto la parte delle sedi di Consiglio e Giunta a L’Aquila e Pescara è rimasta quella, segno che aveva una sua logica”. Claudio Petruccioli, ex presidente Rai, fu segretario del Pci in Abruzzo dal 1969 al 1971, proprio nei giorni della nascita della Regione Abruzzo, e tra i protagonisti delle vicende dei Moti Aquilani, la sommossa che a partire dal 26 febbraio 1971, vide il capoluogo messo a ferro e fuoco per un dualismo con Pescara sulle sedi istituzionali della Regione.

“E io fui molto più preoccupato per Pescara – chiarisce Petruccioli – perché l’epicentro degli scontri del giugno 1970 fu la zona della vecchia stazione, che insieme alla statale Adriatica tagliava in due non solo la città, ma l’Italia intera: se avessero ‘chiuso’ quel punto sarebbe stato grave”.

Lontani, ma vivissimi ricordi di un giovane dirigente politico che poi avrebbe fatto una importante carriera nel Pci fino a diventare direttore dell’Unità, che sono confluiti in un libro uscito nel 2011, per i 40 anni degli eventi aquilani e pescaresi. Un libro di memorie, ma anche una riflessione politica su quei momenti e sul regionalismo abruzzese.

“Le regioni entrarono a regime con la seconda legislatura, quella del 1975: l’impegno del Pci ne favorì il successo iniziale – prosegue Petruccioli – ma il periodo d’oro terminò con gli anni ’70. Già negli anni ’80 con l’aumento del debito pubblico iniziò un processo di degenerazione che non fece mantenere le premesse. La sanità assorbì l’80% delle risorse e le Regioni divennero il luogo di uno scontro di potere: infatti gran parte degli scandali che hanno sconvolto il regionalismo derivano da lì, vedi la vicenda di Del Turco in Abruzzo, o l’Umbria recente. E’ stato snaturato l’istituto: è il segno che il sistema regionale decentrato è fallito. E’ caduta insomma la capacità di Governo, distratta dai miliardi della sanità”.

La lotta per le sedi regionali in Abruzzo aveva un fondamento? La sommossa aquilana non era in certe premesse? “Non è detto – ribatte Petruccioli che fu tra i disegnatori della parte ‘incriminata’ dello Statuto – Dopo quei giorni l’Abruzzo ebbe un balzo in avanti, era vivace, ma il tema Pescara è rimasto, vedi la nascita ora della Grande Pescara: lì c’era già l’area urbana integrata con un quarto degli abitanti della regione. La verità è che l’Abruzzo è stato disegnato male dall’inizio, ecco perché ci sono due autostrade, con L’Aquila (e la Marsica) che guardano verso Roma, in mezzo le montagne a dividere: la geografia è importante”.

MOTI AQUILANI: GRAZIOSI, “LAPSUS DIABOLICO SCATENO’ FINIMONDO”

L’AQUILA – Fu una vocale, una ‘e’ al posto di una ‘o’, pronunciata erroneamente dal presidente del Consiglio Regionale abruzzese Emilio Mattucci nella seduta infuocata del 26 febbraio 1971, a scatenare la rabbia degli aquilani che diedero vita alla rivolta in difesa del capoluogo? A rispondere all’interrogativo è un testimone oculare e cronista dell’epoca, responsabile della prima pagina dell’inserto de ‘Il Tempo’ d’Abruzzo, poi fondatore e capo Ufficio Stampa della Regione, Silvio Graziosi, 91 anni, giornalista professionista dal 1963.

“Trascorsero circa due anni – ricorda – per mettere a punto il testo dello Statuto della Regione Abruzzo. I passi più difficili riguardarono gli articoli 1 e 2: ‘L’Abruzzo è una Regione autonoma nell’unità politica della Repubblica italiana ed esercita i propri poteri e funzioni secondo i principi e nei limiti della Costituzione e secondo il presente Statuto.

Capoluogo e sede degli organi della Regione è la città dell’Aquila. Il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L’Aquila o a Pescara’. Una ‘o’ disgiuntiva che fu foriera di guai”.

“Lo spazio riservato al pubblico nella sala delle riunioni – prosegue – era, come in tutte le precedenti riunioni, stracolma di pubblico e di ‘campanilismo’: il presidente Mattucci annunciò che nella riunione dei capigruppo era stato approvato il testo dei tanto attesi articoli 1 e 2 dello Statuto regionale già predisposti per essere approvati dal Consiglio. Mattucci cominciò il più breve e celebre suo discorso nella storia della neonata Regione Abruzzo”.

“Io ero lì, seduto davanti al tavolo riservato ai giornalisti, da dove udivo persino il respiro affannoso dei consiglieri regionali – sottolinea Graziosi – consapevoli che di lì a poco, come in effetti avvenne, si sarebbe innescata quella miccia che per una notte e due giorni mise a ferro e fuoco L’Aquila con disordini che provocarono danni, feriti, arresti; le sedi della Dc e del Pci furono date alle fiamme, come pure le case di esponenti politici”.

“Grazie alla mia frequentazione assidua degli ambienti di Palazzo Centi, sede della Presidenza del Consiglio regionale – spiega -, ero venuto a conoscenza, da una indiscrezione che il presidente Mattucci aveva trascorso l’ultima settimana a preparare il discorso di circostanza. Lo aveva riletto cinque volte, rimarcando il punto dolente del capoluogo – l’articolo 2 – che era stato risolto dalle forze politiche con un compromesso che premiava L’Aquila, ma non scontentava Pescara, riservando alla città adriatica una sorta di ‘pari dignità'”.

“Quella sera del 26 febbraio 1971 – ricorda ancora Graziosi – Mattucci, nonostante le prove di lettura, incappò in un lapsus diabolico quanto nefasto. Al passaggio più atteso sbagliò una congiunzione fondamentale. Lesse: ‘Il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L’Aquila e a Pescara’ invece di leggere, come concordato dai capigruppo, ‘a L’Aquila o a Pescara’. Quel lapsus azzerava il primato dell’Aquila. Un cerino gettato sopra una montagna di polvere da sparo. Ad accenderlo, ci pensò ‘una correzione’: il lapsus del professore Mattucci (insegnante di lettere e filosofia, ndr) fu corretto dal consigliere e, anche lui professore, Francesco Benucci, noto ‘purista’ della lingua italiana. Nel tentativo di rimettere grammaticalmente le cose a posto, Benucci gridò, alla volta del presidente Mattucci, per tre volte: ‘o!’, ‘o!’, ‘o!’, che per una platea già nervosamente carica suonò come un incitamento alla ribellione. E nell’aula gremita da una folla mai vista, successe il finimondo con urla e lanci di monetine verso gli spazi occupati dai consiglieri. Fu il consigliere Federico Brini, comunista, a scagliare, con atto di rabbia, una bottiglia (contenente vino o acqua?) verso l’artistico lampadario centrale del salone. Come far uscire i consiglieri regionali dal Palazzo, quella notte, fu un’avventura. Finalmente la polizia scoprì la seconda e più sicura uscita in fondo a Via S. Michele”.

 

 

 

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