MOTI AQUILANI, GRAZIOSI: “BRINDISI PER OK STATUTO FINI IN PROCURA”; DANTE, “SCHEMA SENZA RISCONTRO”

14 Aprile 2021 13:05

L’AQUILA – “Era il 31 marzo 1971: dopo i moti dell’Aquila, il consiglio regionale si riunì per sicurezza nei saloni del Forte Spagnolo, nella sala dell’Auditorium della Società aquilana dei Concerti, per approvare lo Statuto regionale nel suo testo intero: il presidente del Consiglio Emilio Mattucci pensò che valeva la pena fare un brindisi che però costò a lui e a tutto l’ufficio di presidenza una denuncia per distrazione di fondi pubblici”.

A ricordare l’epilogo beffardo dei moti aquilani è il testimone oculare e cronista dell’epoca, responsabile della prima pagina dell’inserto de ‘Il Tempo’ d’Abruzzo, poi fondatore e capo Ufficio Stampa della Regione, Silvio Graziosi, 91 anni, giornalista professionista dal 1963.

“Dopo la seduta consiliare – racconta Graziosi – c’era soddisfazione tra i politici presenti quella sera, ma l’espressione di Tullio De Rubeis, sindaco dell’Aquila, come testimonia una eloquente foto che conservo da qualche parte, diceva ben altra cosa.

Per altri personaggi, invece, il momento fu ritenuto importante. Il presidente Mattucci pensò che valeva la pena fare un brindisi. Riunì alcuni suoi colleghi in una saletta e stappò qualche bottiglia di spumante. Era presente anche il Commissario del Governo, Luigi Petriccione. Per ‘captare’ il fatto di cronaca mi inserii tra gli ospiti della saletta. In quella occasione molti dei consiglieri regionali presenti oltre a Mattucci e al Presidente della Giunta regionale Ugo Crescenzi e, tra gli altri, Lanciaprima (Psi) e Massarotti (Pci), vollero apporre il loro autografo, accompagnandolo con simpatiche espressioni nei miei confronti, scrivendole sulla copertina di una copia fotostatica dello Statuto appena approvato. Ma quelle bollicine del brindisi costarono a Mattucci, e a tutto l’ufficio di presidenza del Consiglio, una denuncia alla Procura della Repubblica, da parte del Prefetto dell’Aquila, Luigi Petriccione, che pure aveva gustato quelle bollicine, per distrazione di fondi pubblici. Finirono tutti sotto inchiesta, ma furono poi prosciolti”.

“Per molto tempo mi sono fatto condizionare dai giornalisti alla ‘Paese sera’, comunisti ispirati allo schema “L’Aquila-Reggio”. Schema che non ebbe nessuno riscontro nella vicenda politica amministrativa. La vicenda aquilana è stata contrassegnata più da esperienze democratiche persino sperimentali che da rigurgiti di destra”.

Così il docente di Storia moderna della università dell’Aquila Umberto Dante, 73 anni di origini romane ma aquilano di adozione, arrivato all’Aquila poco dopo i moti del ’71, anno in cui si stava laureando a Cagliari in Lettere moderne.

Il presidente dell’Istituto abruzzese si Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea fa una rilettura da storico. “Mi sembra indiscutibile questo dato: dall’amministrazione Lopardi alle candidature di Pannella e di Cecchini, alla stessa amministrazione Tempesta, sino alla maggioranza attuale, niente di eversivo è apparso nella gestione della vita pubblica. Lo stesso terrorismo comunista ha avuto una dinamica mediocre e marginale. Anche ‘tangentopoli’ rientra in tendenze nazionali. Gli episodi più rilevanti investono la Regione Abruzzo e personaggi non aquilani -chiarisce lo studioso per il quale “il ’71 andrebbe completamente riconsiderato, addirittura riproposto”.

“Ritengo sia una chiave interpretativa da considerare. Soprattutto in questi tempi recenti di crisi della politica e dei partiti. Quelle sedi devastate e quella piazza autonoma e carica di soggettività – aggiunge – mi sembrano realtà attuali. Situazioni tutte da verificare, ma in ogni caso degne di una valutazione ponderata. Certo, non dentro un ragionamento grossolanamente marxista, come si fece negli anni ’70. Ma alla luce di un recupero delle identità, dei rapporti tra le popolazioni e i poteri. E dentro una crescente crisi dei principi basilari della democrazia”.

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