MOTI AQUILANI: LA CRONACA DELLA RIVOLTA. BIONDI, “TERREMOTO CHIUSE STAGIONE DIVISIONI”

26 Febbraio 2021 18:06

L’AQUILA – Nella notte tra il 26 e il 27 febbraio 1971, scoppiò, incontrollata, la rivolta degli aquilani a difesa delle prerogative del capoluogo di regione.

Il capoluogo, contenuto nell’articolo 2 dello Statuto della neo costituita Regione Abruzzo, portò la città ad una vera a propria rivolta che risale a 50 anni fa: la folla in strada, alcune migliaia di persone secondo le cronache dell’epoca, si sfogò con assalti alle sedi dei partiti e alle abitazioni di alcuni esponenti politici. Particolarmente drammatici furono l’assedio alla sede del Pci e la devastazione dell’abitazione dell’allora segretario provinciale della Dc, Luciano Fabiani, visitata più volte dai rivoltosi.

A causare i moti fu il compromesso tra Dc e Pci sull’articolo 2 dello Statuto della Regione: fu annunciata la possibilità di tenere le riunioni di Giunta e Consiglio regionale anche a Pescara, e ci fu la spartizione degli assessorati, con il centro adriatico che ne ebbe sette, importanti a livello economico e amministrativo, mentre all’Aquila ne vennero affidati tre di minore importanza.

La cronaca di quelle giornate di scontri e proteste.

26 febbraio – L’Aquila accoglie l’assemblea del Consiglio regionale con uno sciopero generale organizzato dal Comitato cittadino d’azione a difesa dei privilegi del capoluogo di regione;

– ore 15 – si riunisce il gruppo consiliare della Dc per esplorare l’ipotesi di accordo sulla formulazione dell’art.2 dello Statuto raggiunto la sera prima tra i capigruppo, che prevedeva quattro assessorati all’Aquila e sei a Pescara, con il consiglio che si sarebbe svolto di norma all’Aquila e la Giunta a Pescara; l’accordo non viene ratificato per cui bisogna trovare una nuova ipotesi di accordo;

– ore 16 – torna a riunirsi il Consiglio regionale per la seduta pomeridiana, mentre riprende una trattativa tra i consiglieri nei corridoi, per un nuovo accordo ma senza risultati;

– ore 19 – Il Consiglio è sospeso e viene convocata una riunione dei capigruppo; Luciano Fabiani, segretario provinciale dell’Aquila della Dc, invita il pubblico presente a capire la delicatezza del momento, mantre ai capigruppo chiede una soluzione ‘abruzzese’; dopo un’ora di discussione si trova l’accordo che prevede sette assessorati a Pescara e tre all’Aquila, con riunioni di Consiglio da tenersi all’Aquila o Pescara;

– ore 20 – il presidente dell’assemblea Emilio Mattucci, nel leggere l’art.2 dello Statuto, sbaglia a pronunciare una vocale – legge ‘e’ invece della ‘o’ – scatenando la protesta della folla che lancia monetine all’indirizzo dei consiglieri e tenta di assalire i politici, trattenuta dalle forze dell’ordine; i consiglieri sono costretti a rifugiarsi nel Gabinetto del Prefetto;

– ore 21 – vanno a vuoto i tentativi di alcuni consiglieri per calmare la folla inferocita presente in Prefettura; a nulla vale anche l’appello del presidente del Comitato cittadino d’azione; si tenta di nuovo di assaltare gli scranni lasciati vuoti dai consiglieri, le forze dell’ordine respingono l’attacco;

– ore 22 – sul posto arriva il sindaco dell’Aquila, Tullio De Rubeis, tentando di convincere i suoi cittadini a desistere, ma senza fortuna; nuovo assalto al consiglio, ancora respinto;

– ore 23.30-24 – arrivano i rinforzi dei carabinieri con il Battaglione Allievi di Chieti che riesce a sgomberare l’aula spiegando alla folla che la votazione è stata rinviata; i consiglieri, scortati dalla polizia, vengono fatti uscire da una porta secondaria dopo avere approvato l’art.2 con 38 voti favorevoli su 40, unico contrario il consigliere del Msi.

L’assalto ai danni della sede del Pci durò alcune ore perché i militanti presenti si erano chiusi dentro e rifiutavano di uscire come invece avevano fatto i funzionari di partito delle altre sedi assalite e devastate. A partire dalle 9.40 cominciò un assedio che si divise in tre fasi secondo le testimonianze dell’epoca: prima un centinaio di persone tenta di entrare, ma trova la porta d’ingresso sbarrata e protetta da un’inferriata. Allora alcune persone tentano l’assalto dall’esterno, arrampicandosi sul balcone prospiciente Piazza Palazzo e spaccano i vetri di due finestre, distruggendo l’emblema ed una insegna del Pci.

Segue un periodo di pausa durante la quale si devastano le altre sedi dei partiti: poi i rivoltosi tornano più numerosi ad assediare la sede del Pci, cercando anche di convincere i militanti – in contatto telefonico con l’allora segretario regionale Claudio Petruccioli che si era a Pescara – ad abbandonare la sede garantendo l’incolumità a tutti. L’ultima fase di assedio porta alla minaccia di appiccare il fuoco nel locale caldaie, che ormai era accessibile ai manifestanti, provocandone l’esplosione: a quel punto il questore Introna fa da intermediario tra i manifestanti e gli assediati, trattando con il deputato Cicerone e il consigliere regionale Brini, ottenendo l’uscita dei militanti – senza che fossero toccati dai rivoltosi – e dando il via libera alla devastazione e incendio della sede.

L’abitazione di Luciano Fabiani, segretario provinciale dell’Aquila della Dc, venne visitata più volte dai manifestanti, che scrissero anche sui muri della città un lugubre ‘Morte e Fabiani’, che fa capire la rabbia e la tensione di quelle ore convulse. Fabiani fu salvato dalla sua seconda grande passione, il teatro, che lo portò fuori città per una prima rappresentazione del Tsa a Tolentino: la moglie e i figli erano invece fortuitamente a Firenze da uno zio; uniche ad assistere allo scempio, scappate dopo la prima visita con sassaiola, la madre e la sorella di Fabiani.

“Nel salone di ingresso c’era la porta a vetri spaccata, la grande libreria bruciata con la benzina e il pianoforte squassato”, racconta così Federico Fiorenza – andato a controllare casa Fabiani per conto di Luciano, nascosto a Lucoli perché bersaglio dei manifestanti – : c’erano poliziotti e carabinieri che presidiavano la casa, poiché il vicepresidente del Consiglio regionale veniva accusato di aver svenduto il capoluogo. Passava per il traditore pubblico, attirando l’attenzione di tutti i giornali nazionali e locali”.

FIGLIA FABIANI: “GESTO INFAME MA NESSUN RISENTIMENTO”

“Mio padre non ha mai avuto risentimento nei confronti di quel gesto così infame. Ne parlava poco, ma non ha mai speso parole di condanna, piuttosto di pacificazione verso i suoi concittadini”, commenta così Leila Fabiani, figlia di Luciano, raccontando dell’assalto alla casa di famiglia e dell’incendio della biblioteca nei giorni dei moti aquilani.

“Mio padre da subito cercò di rileggere il problema come una manifestazione di ignoranza collettiva e cercò di capire chi fosse stato il manovratore. Non è stato facile, nell’immediato, capire questa posizione, ma grazie al suo atteggiamento di pacificazione abbiamo superato la paura dell’aggressore, un rischio concreto per un adolescente come me. Non furono mai usate parole di vendetta da parte di mio padre”.

Leila Fabiani al tempo dei moti aveva sedici anni, ma la memoria è rimasta sempre viva, metabolizzata grazie all’esempio pacificatore di Luciano “che mai”, come sottolinea Leila “ebbe parole di risentimento e vendetta verso quella violenza”. Dopo la fine dell’allarme sicurezza, era chiaro che lo scontro politico a cui ci si appellava per le violenze, era campato in aria e non basato sui fatti.

“Mio padre si sforzò sempre, per il resto della sua vita, a capire chi fosse stato il manovratore dell’ignoranza della gente. A distanza di tempo non c’è stata né rabbia, né rivendicazione, né astio nei confronti di chi aveva dato fuoco a casa. I discorsi di mio padre erano orientati a capire chi avesse manovrato”, dice analizzando i fatti a distanza di cinquant’anni.

Grazie all’equilibrio dell’atteggiamento di Luciano Fabiani verso gli assalitori, i giovani figli non caddero nella trappola della sindrome da accerchiamento e continuarono a vivere da adolescenti la propria città.

“L’esempio di mio padre ci diede una via d’uscita dal livore, con quel disorientamento in cui si devono riprendere le misure per avere rapporti con il prossimo. Una buona palestra per capire il senso all’impegno politico: mettersi in gioco per le proprie idee, come fece papà. Mio padre parlava poco dei moti. Era rimasto male per l’accaduto, soprattutto per il senso di colpa di aver messo a rischio la propria famiglia e l’unico che bene che avevamo, la casa. Ha speso, nel tempo, questo brutto episodio come esempio emblematico di rischio dell’impegno politico. Personalmente, a distanza di cinquant’anni, penso che la crescita della città sia stata permeata da ambiguità. La scelta politica di mediazione fatta, di cui mio padre fu ispiratore, è stata compresa come strada per non perdere il capoluogo, data l’inferiorità numerica nell’assemblea regionale dei rappresentanti dell’aquilano. Tutti gli aquilani ricordano che cosa stessero facendo in quei giorni dei moti e sanno dove si trovassero durante gli scontri. Ma nessuno ha mai detto, con onestà, che cosa sia successo nella testa della gente. Non sono stati fatti i conti con le proprie azioni. Non ho conosciuto una sola persona che abbia rivendicato, giustificandoli, quegli atti di violenza. Ma qualcuno li ha commessi. Quindi i conti non tornano”, conclude Leila Fabiani.

BIONDI: “SISMA 2009 CHIUSE STAGIONE DIVISIONI”

“Il sisma del 6 aprile 2009 ha segnato lo spartiacque nei confronti di un antagonismo di maniera tra la montagna e la costa, che per mesi e anche anni è diventata la terra di approdo degli aquilani dispersi dal terremoto. I cittadini del nostro mare hanno condiviso l’angoscia, la paura, lo smarrimento, la nostalgia degli aquilani. Hanno operato con la compassione che si ha per i fratelli in difficoltà, hanno imparato a leggere i nostri sguardi che non sapevano più guardare, a curare silenziosamente le ferite della nostra anima”, dice Pierluigi Biondi, sindaco dell’Aquila.

Biondi però è anche consapevole che “a livello istituzionale, la contrapposizione iniziò nel 1948, quando l’Ufficio legale del Ministero degli Interni, ebbe l’incarico di predisporre la bozza preliminare del disegno di legge per la definizione dei capoluoghi di regione in vista della riforma regionalista. Bozza, dalla quale scomparve l’indicazione dell’Aquila, presumibilmente per le pressioni dei giovani politici pescaresi. Fu quello l’inizio dell’annosa polemica che portò l’allora deputato aquilano Vincenzo Rivera a parlare di battaglia tra montagna e mare”, e anche se non si può dimenticare che “La storia dell’Abruzzo è caratterizzata da controversie e tensioni, siamo nel terzo millennio, e sarebbe fine a se stesso disquisire sui torti e le ragioni”.

Voltare pagina, chiede il sindaco, ma “le cronache hanno spesso raccontato di un Abruzzo in guerra: per le università, per le autostrade, per il capoluogo. Di un Abruzzo del localismo contro l’unità della regione. Eppure, oggi, con lo sguardo della storia, possiamo raccontare che L’Aquila ha ottenuto la sua università e centri di studio e di ricerca scientifici di livello internazionale. Che il prestigioso ateneo D’Annunzio conta ben 13 dipartimenti e 2 scuole di specializzazione. Che Teramo è un polo giuridico universitario di riferimento e che conta una Facoltà di veterinaria tra le più attrezzate e all’avanguardia del Paese. Inoltre, L’Aquila è capoluogo di regione con un compromesso sugli assessorati e alcuni uffici situati a Pescara e la trama autostradale tocca ormai tutti i principali centri urbani. E, poi, il policentrismo urbano, costituito dalla città lineare della costa e dalla città diffusa dei parchi, ha portato ad uno sviluppo articolato. È questo l’Abruzzo che amiamo, e che possiamo riassumere così: arrivando in cima al Corno Grande si può ammirare la magnificenza della nostra terra. Lassù, nelle giornate limpide, si gode della bellezza della costa teramana e pescarese, perché la natura del nostro Abruzzo è unica”.

C’è un sentimento che spesso riaffiora nella pubblica opinione aquilana, a torto o a ragione, che è quello di chiedersi se L’Aquila città si sente rappresentata dalla Regione, di quale peso politico ritiene di avere: “Parlare oggi di ‘peso’ dell’Aquila è un ritorno al secolo scorso – chiarisce Biondi – L’Abruzzo può continuare a crescere se resta unito, se i municipalismi attraverso le rispettive identità storiche, culturali e economiche continueranno, con sempre maggiore consapevolezza, a dare forza e contenuto alla regione, disegnandone lo sviluppo possibile”.

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