VIOLENZA DI GENERE: FENOMENO IN AUMENTO IN ITALIA: GIANNANGELI, ''NESSUN RAPTUS'', PEZZOPANE, ''SERVE RIVOLUZIONE CULTURALE''; PELLICCIONE, ''BISOGNA AVERE IL CORAGGIO DI DIRE 'IO MI OPPONGO'''

”NON CHIAMATELI MOSTRI, SONO UOMINI NORMALI”, L’ABRUZZO CHE DICE ”NO” ALLA VIOLENZA DI GENERE

di Alessia Centi Pizzutilli

10 Ottobre 2019 19:45

L’AQUILA  – Il dominio ad ogni costo della propria compagna, moglie, madre o figlia, attraverso l'esercizio sfrenato del potere, di quella supremazia, seppur effimera, che si acquisisce assoggettando chi si ha vicino attraverso la limitazione delle libertà.

“Questo non è amore”: Lo ripetono da anni le operatrici dei Centri antiviolenza, delle associazioni che difendono le donne e della stessa Polizia di Stato, che ne ha fatto lo slogan di una campagna di sensibilizzazione che interessa tutta l’Italia.

Tante le iniziative messe in campo per “una vera rivoluzione culturale”, eppure le donne uccise da chi diceva di amarle continuano a riempire le pagine della cronaca italiana.

L’ultima tragedia è avvenuta a Nereto, comune in provincia di Teramo, dove un autotrasportatore romeno di 36 anni, Cristian Daravoinea, ha ucciso con due coltellate la propria compagna 32enne Mihaela Roua, mamma della loro piccola di 6 anni.

L’uomo questa notte ha confessato di averla uccisa, “perché voleva lasciarmi”. Furiosi i commenti sulla pagina Facebook di Daravoinea, additato come “mostro” dal popolo del web.

“Non chiamiamoli mostri, sono uomini tutti uomini normali, che vanno a prendere i figli a scuola, o a giocare a calcetto, ed è per questo che è ancor più pericoloso. Chi uccide la propria moglie fa una vita regolare, la vita maschile si nutre di normalità”, ha spiegato ad AbruzzoWeb l'avvocato Simona Giannangeli, presidente dell'associazione Donatella Tellini – Centro antiviolenza per le donne dell’Aquila.

“Siamo di fronte, ancora una volta, all’ennesimo femminicidio, ad una  donna eliminata proprio nel momento in cui ha espresso la propria volontà a separarsi e la sua autodeterminazione, non è un caso. Andrebbe sottolineato che dentro ogni femminicidio si uccide la libertà”, ha aggiunto.

Dietro la violenza spesso si nascondono limitazioni, soprattutto a livello psicologico ed economico, difficili da capire per la stessa vittima, che fatica a riconoscersi come tale.

Fondamentale, secondo Giannageli, è che “non si parli di amore, di gelosia, di raptus e di momenti inconsulti, perché c’è una estrema lucidità nel momento in cui si uccide una donna. Quando in casi di cronaca come questo si ascoltano le parole ‘gelosia’ e ‘amore’, si uccide la vittima altre mille volte”, ha proseguito.

Il fenomeno della violenza sulle donne è in aumento in tutt’Italia: solo nel periodo compreso tra il primo gennaio del 2018 il 7 marzo del 2019, all’Aquila sono stati 48 gli ammonimenti emessi o in istruttoria, richiesti da cittadine che vanno dai 20 ai 55 anni. 




“Sono numeri che ci restituiscono una fotografia chiarissima del Paese in cui viviamo, una nazione segnata da maschilismo e arretratezza culturale – ha sottolineato Giannageli – Purtroppo la risposta dell’Italia è mettere mano alle leggi senza tener conto delle esperienze e delle indicazioni che i Centri antiviolenza danno. Dire che sono preoccupata e angosciata è poco, tutto questo non si arginerà se non si raggiunge un cambiamento profondo da parte di tutti”, ha concluso.

Sulla vicenda è intervenuta anche la deputata del Pd Stefania Pezzopane, da sempre attenta ai temi della violenza di genere: “L'ennesimo femminicidio perpetrato contro una giovane mamma di Nereto costringe tutte e tutti a due amare riflessioni: l'esigenza di un'applicazione intransigente delle nuove leggi di contrasto all'assassinio delle donne da parte degli uomini, a cominciare dal cosiddetto 'codice rosso', ma soprattutto l'urgenza di avviare una grande e impegnativa battaglia culturale affinché nel nostro Paese vengano recise per sempre le piante generatrici dell'odio e della violenza”. 

“Va sconfitto in ogni luogo quel presunto 'diritto di proprietà' che alcuni uomini sentono di avere su mogli e fidanzate, frutto di una perversa distorsione del concetto di coppia e della convivenza. Occorre coinvolgere tutte le istituzioni, a cominciare dal ministero dell'Istruzione, per giungere a uno scatto culturale, a partire dalle aule scolastiche, che sappia dire basta a questa infinita scia di sangue innocente”, ha concluso la deputata.

Anche la giornalista aquilana Monica Pelliccione, autrice insieme a Maria Elena Rotilio e Tiziana Iemmolo del libro “Storie di donne”, edito dalla Onlus Antonio Padovani, contattata da AbruzzoWeb, ha sottolineato che “bisogna avere il coraggio di dire ‘io mi oppongo a questo meccanismo di potere maschile’”, per riuscire a combattere ogni tipo di violenza.

Il testo, nato con lo scopo di sensibilizzare la comunità su un fenomeno tanto delicato quanto esteso, parla proprio di donne che raccontano il loro dolore, tra violenze psicologiche, abusi e ricatti.

“La difficoltà più grande, sia nelle mura domestiche che in quelle lavorative, è uscire allo scoperto, avere il coraggio e la forza di far capire che si stanno subendo pressioni, soprusi, delle azioni di violenza non solo fisiche”, ha spiegato.

Tra le vessazioni più frequenti, infatti, ma difficilmente riconoscibili dalle vittime stesse, c’è il ricatto economico e morale, “che è quello più subdolo, lì scatta il problema, perché ci si trova in una posizione di debolezza che non consente di far emergere la sofferenza che si ha dentro. Molte donne temono di perdere i figli, il lavoro, la relazione con la persona che si ama o di essere etichettate”, ha precisato la giornalista e scrittrice aquilana.

Anche la Polizia di Stato, attraverso una campagna di sensibilizzazione, ha scelto di varcare “i muri istituzionali” per uscire nelle piazze, con il “Camper Rosa”, per le strade, nei luoghi di aggregazione e nelle scuole, raggiungendo tutti i cittadini e gli studenti degli istituti superiori e delle medie. 

A bordo del mezzo, che ha fatto il giro d’Italia, raggiungendo frazioni, borghi e paesi più lontani, un'equipe di esperti della Polizia di Stato, tra cui un medico, un ufficiale della Squadra Mobile, un operatore della Divisione Anticrimine ed altre figure professionali del Centro Antiviolenza, hanno raccolto segnalazioni e denunce, ma anche spiegato ai ai giovani, che spesso la violenza non si limita esclusivamente a quella fisica.

Il Capo della Polizia di Stato, direttore generale della pubblica sicurezza, Franco Gabrielli, ex capo della Protezione Civile e già prefetto dell’Aquila e Roma, da sempre legato al capoluogo abruzzese, in occasione della giornata dedicata alla lotta alla violenza di genere ha precisato che “Sulla spinta delle convenzioni internazionali, da quella dell’Onu del 1979 all’ultima di Istanbul del 2011, il nostro ordinamento si è adeguato con un ampio spettro di strumenti e misure efficaci per il contrasto alla violenza di genere che, però, rimane una dolorosa attualità. E la Polizia di Stato vuole continuare ad essere in prima linea perché quel valore di uguaglianza diventi effettivamente autentico e perché ogni episodio di violenza contro una donna è una sconfitta per tutti”.

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