NON STUDIANO E NON LAVORANO 2 UNDER 30 SU 10:
NEET IN ABRUZZO, GARANZIA GIOVANI FALLISCE

di Filippo Tronca

27 Novembre 2020 07:01

L’AQUILA – In Abruzzo  il 22,5% dei ragazzi e ragazze dai 15 ai 29 anni, ovvero 2 su 10, non studiano, non lavorano, non frequentano percorsi di formazione, non sono alla ricerca di occupazione.

Sono insomma “neet”, per utilizzare un famigerato acronimo inglese ((Not in Employment, Education, Training).

Un dato in linea con quello nazionale, che è del 22,2%, ma c’è poco da menarne vanto, visto che l’Italia detiene  il poco invidiabile primato europeo, con un distacco di quasi 10 punti percentuali dalla media continentale che è del 12,5%, il valore più basso degli ultimi dieci anni.

I dati aggiornati sono contenuti nell’undicesima edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio, rapporto realizzato da Save the children, in un anno si legge nell’introduzione che “resterà nella memoria di tutti, anche dei giovanissimi, per essere stato “quello della pandemia da Covid-19, del confinamento obbligato, della paura per un presente e (forse) un futuro impensato”.

Un dato in lieve calo, quello abruzzese come pure quello italiano,  rispetto agli anni scorsi. Segno che i 31,2 milioni di euro investiti solo in Abruzzo – i dati sono fermi a metà del 2019 – per il progetto varato dal governo di Matteo Renzi Garanzia giovani, qualche effetto ha sortito, ma molto al di sotto delle aspettative, dopo aver coinvolto in tutto il Paese 1,5 giovani i percorsi di formazione, progetti di autoimprenditorialità e soprattutto tirocini extracurriculari nelle aziende.

Si legge a chiare lettere nel rapporto: “In Italia Garanzia Giovani non sembra aver funzionato, soprattutto nelle regioni dove più grave è il fenomeno neet: le assunzioni effettuate tramite gli incentivi Garanzia Giovani, nel 2018 e 2019, sono state poco più di 10mila in totale su una platea di quasi 1,5 milioni di giovani iscritti al programma”.

“La quota di giovani neet rappresenta la misura principale di quanto una comunità dilapida il potenziale delle nuove generazioni, a scapito non solo dei giovani stessi ma anche delle proprie possibilità di sviluppo e benessere”, si legge nel rapporto.

Il timore è che ora, con un crollo del pil calcolato da Bankitalia per l’Abruzzo ad oltre l’8% nel 2020, e  con la conseguente esplodere della disoccupazione, le opportunità per i giovani di emanciparsi dalla condizione di neet si stringeranno ulteriormente.

A questo proposito la Regione Abruzzo, come annunciato dall’assessore a Lavoro e Formazione, Pietro Quaresimale, della Lega, dopo mesi di stop forzato causa pandemia, sta attivando nell’ambito di Garanzia giovani,200 nuovi corsi di formazione gratuiti per diventare pizzaiolo, panettiere, programmatore e social media manager.  E con meccanismi incentivanti per far si che le imprese possano attingere proprio ai “nuovi formati” per contratti di lavoro o rapporti di tirocinio.

Si parte però anche per l’Abruzzo da un quadro che resta sconfortante: per usare le parole di Save the children, permane “un limbo drammatico, accelerato dall’emergenza Covid, in cui rischiano di ritrovarsi circa 1,4 milioni di under 30 del nostro Paese”.

E ancora una volta la fotografia su scala nazionale, anche in tema di neet, è duale: con un Sud che registra i dati peggiori e con il Nord quelli migliori. L’Abruzzo da parte sua ha almeno la magra soddisfazione di essere la regione messa meno peggio nel Meridione.

“Nel 2019, la quota dei neet 15-29enni – si legge nel rapporto – nel nostro paese, era del 22,2%; pur in calo rispetto agli anni precedenti, il dato conferisce però all’Italia il poco invidiabile primato europeo, con un distacco di quasi 10 punti percentuali dalla media che è del 12,5%, e di 4,5 punti percentuali dalla seconda in classifica, la Grecia”.




E ancora “la quota di neet non è uniformemente distribuita sul territorio nazionale. Come era avvenuto negli anni precedenti, anche nel 2019 la concentrazione nel Mezzogiorno è sensibilmente superiore rispetto al resto della penisola. Se guardiamo alla presenza dei neet nelle ripartizioni geografiche, circa 1 su 7 risiede nelle regioni del Nord (il 15,5% nel Nord Ovest, il 13,1% nel Nord Est); meno di 1 su 5 (il 18,1%) in quelle del Centro; ben 1 su 3 nelle regioni del Mezzogiorno, più in dettaglio il 31,7% nel Sud e il 35,9% nelle Isole”.

Scendendo nel dettaglio il record di neet si registra in Sicilia ( 36,3% ragazzi e 39,9% ragazze), a seguire Calabria (34%-36,2%) e Campania (32,9%-e35,8%).

Troviamo poi Puglia, Sardegna, Basilicata e Molise, e quindi in ottava posizione per maggior numero di neet c’è l’Abruzzo.

All’opposto, le regioni che risentono meno di questo fenomeno che ha devastanti effetti sociali ed economici sono tutte al Nord, a cominciare Friuli Venezia Giulia (11,3% ragazzi e 16,3% ragazze), Veneto (9,5%-15,6%) e Trentino Alto Adige (7,7%-14,6%)

Va sottolineato che in Abruzzo ci sono meno “neet” tra le ragazze, 22,2% rispetto ai ragazzi, 22,8%, un dato in controtendenza rispetto a quelli nazionali, comprese le regioni più virtuose.

Conseguenza della condizione di neet è che oggi molte famiglie, con l’Abruzzo nella media nazionale, tengono con sé i figli sino ad età estremamente avanzate.

I dati confermano che quasi la metà, il 49,2%,  dei 25-34enni italiani nel 2018 viveva ancora con i genitori, rispetto ad una media europea  del 28,6%.

In altri paesi europei la lunga permanenza dei figli in famiglia è, infatti, un’eccezione: nella stessa fascia d’età, l’incidenza in Francia è del 14,7%, in Germania del 16,5% e in Gran Bretagna del 16,2%.

Ancora più siderale la distanza con i paesi del Nord Europa, dove i giovani adulti che vivono con i genitori sono delle vere rarità: il 6,4% in Svezia, il 5,4% in Finlandia, il 3,2% in Danimarca.

Uscendo dal solco del freddi numeri allarmata ed impietosa è l’analisi dei curatori del rapporto.

Il triste primato dei neet trae origine “dalla mancanza di un ‘progetto-paese’ per ripensare le nuove sfide e per includere i giovani puntando sulla valorizzazione del loro capitale umano, dall’impennarsi delle povertà economiche in seguito alla crisi globale del 2008 e la sottovalutazione delle povertà educative concentrate in territori abbandonati. Nel 2008, mentre la crisi economica lambiva già il Vecchio Continente, la Commissione europea dichiarava che il futuro dell’Europa dipende dai suoi giovani. Ma per molti giovani le possibilità di farsi strada nella vita sono scarse: non hanno opportunità e la possibilità di accedere all’istruzione e alla formazione per realizzare tutte le loro potenzialità. È uno scenario che l’Italia conosce bene con i suoi due milioni di persone sospese nel limbo del non-studio e del non-lavoro, lasciate invecchiare in inoperosa attesa. Anche perché, per i giovani, è difficile assicurarsi un impiego sicuro e sufficientemente retribuito che consenta l’indipendenza economica. Spesso anche il lavoro precario, con contratto a termine, è un sogno”.

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