OCSE, COVID AUMENTA “NEET”: IL 34 PER CENTO TRA 25-29ENNI, PIU’ DONNE

SEMPRE PIU' GIOVANI ADULTI SENZA LAVORO O PERCORSO FORMAZIONE, PANDEMIA HA PEGGIORATO SITUAZIONE; PROGRESSO NEL BAGAGLIO DELLE COMPETENZE MA IN ITALIA RITMO PIU' LENTO RISPETTO AD ALTRI PAESI

3 Ottobre 2022 19:52

Italia - Scuola e Università

ROMA – Istruzione e conoscenza aumentano, c’è un progresso nel bagaglio di competenze ma il ritmo è lento e l’Italia non riesce a portarsi ai livelli dei Paesi più moderni.

In venti anni – come spiega il report dell’Ocse ‘Education at a Glance – Uno sguardo sull’istruzione’ – il livello è aumentato più lentamente rispetto alla media dei Paesi dell’Organizzazione.

Tra il 2000 e il 2021, la percentuale di giovani tra i 25 e i 34 anni con un’istruzione accademica è cresciuta in media di 21 punti percentuali, in Italia di 18, dal 10% nel 2000 al 28% nel 2021. L’Italia resta inoltre uno dei 12 Paesi in cui la laurea non è il titolo di studio più diffuso tra i gli under 34.

Il Covid, poi, ha avuto un impatto pesante sulla formazione: è aumentata la quota dei Neet, i giovani adulti che non hanno un lavoro né studiano.

Nella fascia 25 e 29 anni era al 31,7% nel 2020 e ha continuato ad aumentare fino al 34,6% del 2021, più giovani donne (il 39%) che uomini.

Il ritardo dell’Italia viene da lontano: la quota di persone tra i 25 e i 64 anni è del 20%, meno della metà della media dei Paesi dell’Ocse. Eppure studiare conviene: “Il livello di istruzione – sottolinea il rapporto, che fotografa il grado di salute della scuola e dell’università in 38 Paesi membri dell’Ocse e in alcuni Paesi partner – influisce non solo sulle prospettive di occupazione, ma anche sui livelli salariali”.

I laureati, in media, guadagno il doppio di quelli che non hanno un titoli di studio, in Italia poco meno, il 76% in più.

Un discorso che sembra non valere tanto proprio per chi lavora nel mondo della scuola, perché le retribuzioni dei docenti si confermano più basse degli altri laureati (circa il 27% in meno in Italia, e un dato simile anche considerano il valore medio). Non è solo e non è tanto una questione di spesa, perché se è vero che investiamo il 3,8% del Pil – oltre un punto in meno rispetto alla media dei Paesi (4,9%) – in numeri assoluti per studente la spesa è pienamente nella media.

L’importo totale del finanziamento per studente da 6 a 15 anni è 105.754 dollari, la media di 105.502. È ampio, invece, il divario nella spesa per l’istruzione universitaria, in Italia di 12.177 dollari, contro 17.559. I dati “sono lo scenario che ci siamo trovati di fronte quando è iniziata l’esperienza di governo, che va vista nella sua interezza, compreso il fatto che è stata troncata”, dice il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, che rivendica la riforma degli Its e la scelta di aver investito per l’infanzia 4,9 miliardi del Pnrr, ma si congeda con il rammarico di non aver potuto lavorare sulle scuole medie: “Non ci sono arrivato, avevo bisogno di sei mesi”.

“Sarebbe necessario – sottolinea Andrea Govosto, direttore della Fondazione Agnelli – ripensare cosa si insegna e come. E c’è l’esigenza di attrarre i migliori laureati”.

Secondo Save the Children, che ha ospitato la presentazione del report, “l’analisi individua nodi critici che devono essere messi al centro dell’agenda del nuovo Parlamento e Governo”.

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