ORSI NELLE AREE PROTETTE: COSPA, “FALLIMENTO PARCHI E PROGETTI LIFE, NUMERO DIMINUITO E FENOMENI DISPERSIONE”

30 Settembre 2020 09:52

L’AQUILA – “Il fallimento dei Parchi e dei molteplici progetti Life Arctos finalizzati alla tutela e conservazione del degli orsi con denari comunitari, dilapidati, e attestato dagli studi che dimostrano che l’unico effetto prodotto è la  diminuzione del numero degli esemplari accertata dalla fine degli anni ottanta ad oggi, e un grave fenomeno emigratorio e dispersivo”

La grave accusa arriva dal Cospa, l’associazione di allevatori e cinghialai, di cui è portavoce Dino Rossi, che fa riferimento ad uno studio di ranco Zunino, ranco Zunino, segretario generale dell’Associazione italiana wilderness (Aiw), sull’orso d’Abruzzo.

LA NOTA COMPLETA

Tralascerò la ricerca del citato Autore relativa al tentativo di stima della popolazione del plantigrado nel Parco Nazionale d’Abruzzo solo perché i dati relativi sono arcinoti a tutti coloro i quali si sono occupati e si occupano del suo studio.

Entrando nel vivo della materia riporto alcuni passi salienti contenuti nella ricerca dell’autore effettuato  nel 1985: “Sull’Appennino l’orso bruno vive principalmente su un’area estesa per ca 800 kmq, nel cui cuore è situato il Parco Nazionale d’Abruzzo( 420 kmq ca); per motivi geografico-morfologici ( continuità di catene montuose)l’animale si muove inoltre con una certa regolarità su una secondaria area maggiore ( estesa ca 1500 kmq: Mte Genzana , Mte Greco, Mte Arazzecca, monti posti a cavallo tra la Valle Roveto e la Conca del Fucino) originariamente sempre frequentata. I limiti geografici di quest’area maggiore non erano però mai stati superati da eccessivi spostamenti di individui, tali da poter parlare di casi emigrativi e quindi di allargamento dell’areale della popolazione”.

Prosegue Zunino: “Il fenomeno si è verificato improvvisamente negli anni settanta, accentuandosi negli ultimi anni, fino a che gli orsi sono giunti a muoversi su una regione vasta ben ca 4300 kmq… I primi sintomi di questo Fenomeno vennero registrati nel 1971… Fu solo negli anni seguenti (1976-1985) quando aumentarono le segnalazioni di orsi in luoghi mai abitati dalla specie a memoria d’uomo che il Fenomeno cominciò ad evidenziarsi per quello che era ed è effettivamente, cioè una dispersione della popolazione dalla sua area originaria.

E ancora sul  Fenomeno emigratorio e dispersivo-che il Fenomeno esista è palese sia dai dati sopra esposti che dell’esame dei grafici relativi e delle carte di distribuzione degli stessi. L’aumento delle segnalazioni è un dato evidentissimo , specie per quelle aree più estreme sicuramente mai frequentate dagli orsi a memoria d’uomo”.





Motivi della emigrazione e della dispersione: “due sono i motivi che vengono da più parti addotti a spiegazione di questo Fenomeno ormai accertato: l’aumento dell’uso turistico dell’area del Parco Nazionale  e la diminuzione dell’agricoltura, pastorizia e zootecnia( nda : tengo a far notare che……nel 1979/80 ho potuto avere la soddisfazione “amara!” Di sentire anche pastori, boscaioli, contadini, Guardie forestali e Guardie del Parco dare come certa l’avvenuta diminuzione di orsi. Io sono più propenso a ritenere la prima quale causa negativa più incidente, in quanto vi sono per essa degli argomenti più plausibili tra l’altro confermati dagli stessi dati concreti contenuti in questo mio rapporto”.

L’Autore a suffragio della sua fondata e provata ipotesi relativa allo sbandamento della popolazione del plantigrado asserisce che :”Ora si da il caso che l’unico evento che si sa essere negativo…che è nuovo… è solo ed esclusivamente il boom turistico, in modo particolare quello ricreativo di massa… mentre quello residenziale ha inciso in forma indiretta solo sull’ambiente e sul paesaggio che non per questo non vanno protetti !”

Infatti , com’è stato ormai accertato anche per altre esperienze, il disturbo arrecato da un turismo non regolamentato rappresenta un fatto negativo per la vita della specie orso bruno, dato scientifico ampiamente documentato anche per il Nord America.

Quanto ai “risultati ” ed alle “conclusioni” della citata ricerca scientifica, risalente come detto al 1985 , relativa al fenomeno migratorio dispersivo della specie, risulta oggi  evidente come le Autorità’ non abbiano considerato affatto l’elemento negativo rappresentato dalla drastica diminuzione della popolazione all’ epoca presente nel territorio del Parco Nazionale d Abruzzo  e la sua conseguente disgregazione e dispersione su un areale geografico che attualmente si estende dal Molise alle Marche passando per l’ alto Lazio.  Infatti questo ampliamento dell’ areale di distribuzione non è una conseguenza di un aumento numerico della popolazione ma al contrario si è verificato contemporaneamente alla sua drastica diminuzione nel corso degli ultimi venti/venticinque anni.

A corredo delle risultanze sin ora descritte va ricordato come negli ultimi dieci anni le aree sin qui oggetto di attenzione ed in particolare quella compresa nel SIC Parco Nazionale d’Abruzzo (codice sito IT 7110205) hanno visto la realizzazione di svariate infrastrutture viarie e non (addirittura gallerie!) che hanno provocato la ulteriore riduzione  e frammentazione degli habitat maggiormente vocati alla specie, con il relativo aumento dei flussi incontrollati del nomadismo turistico della domenica che coloro i quali gestiscono il nostro ambiente hanno favorito in maniera scriteriata anziché implementare le attività agro-silvo pastorali tradizionali.

Essi sono i medesimi soggetti ai quali addebitare il fallimento dei molteplici progetti Life Arctos finalizzati alla tutela e conservazione del plantigrado con denari comunitari, dilapidati: infatti, l’unico effetto prodotto è la  diminuzione del numero degli esemplari accertata dalla fine degli anni ottanta ad oggi.

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