OSPEDALE CHIETI: RISCHIO SISMICO DAL 2012, ALLARME IN 3 PERIZIE, MA ZERO INTERVENTI REGIONE

STORIA ALL’ITALIANA: “CALCESTRUZZO SCADENTE” DA CARTE INGEGNERE DE ACETIS CONSEGNATE DA QUASI UN DECENNIO A PROCURA TEATINA E ASL. “DIFETTI COSTRUTTIVI” IN CORPI C ED F SGOMBERATI. INTANTO CENTRODESTRA NON DECIDE SU PROJECT FINANCING ICM NOCIVELLI E ALTRE SOLUZIONI. RISCHIO RISARCIMENTO DANNI

di Filippo Tronca

20 Gennaio 2021 07:41

CHIETI – Tema di scottante attualità, e da far tremare i polsi, è se l’Italia sarà capace o meno di spendere e rendicontare in 5 anni oltre 220 miliardi di fondi europei del Recovery plan, raccolti tassando i Paesi membri e da restituire in buona parte con gli interessi, per le più svariate e ambiziose opere pubbliche, ritenuti l’ultima spiaggia per far uscire il Paese da una devastante crisi economica e sociale causata dalla pandemia del coronavirus.

Una cosa è certa: l’Italia non dovrà prendere a modello l’incredibile vicenda dell’ospedale “Santissima Annunziata” di Chieti, una vera e propria bad practice tutta abruzzese, una tipica storia all’italiana.

Questo perché da quasi due lustri, sono al palo “urgenti” interventi anti-sismici su una struttura altamente strategica ma a rischio crollo, in particolare in due importanti corpi di fabbrica, nonostante gli allarmi lanciati da dossier e perizie a partire dal 2003 con lo studio su strutture pubbliche non adeguate, di Abruzzo Engineering, diventato atto di accusa dopo il terremoto dell’Aquila del 2009. E soprattutto in un accertamento tecnico preventivo datato luglio 2012, di cui Abruzzoweb è venuto in possesso, chiesto dalla Asl provinciale al Tribunale di Chieti, in cui si parla di “calcestruzzo scadente”, tanto da non garantire “livelli di sicurezza minimi” e “l’incolumità delle persone”.

Un documento che fa seguito ad una relazione legata ad una inchiesta della Procura della Repubblica teatina innescata da esposti su rilievi su modalità di costruzioni e su materiali. In tutti e due i casi firmate dal perito nominato dai pm di Chieti, l’ingegnere Enrico De Acetis. Prima ancora, nel 2008, c’era stata una indagine tecnica della società di ingegneria Stin di Roma, incaricata dalla Regione Abruzzo.

Allarmi che hanno prodotto finora solo lo sgombero dei due corpi compromessi, che ospitavano 150 posti letto, con un depotenziamento dell’ospedale, nel mentre fazioni politiche e scuole tecniche di pensiero contrapposte continuano a discutere su due soluzioni alternative: la ricostruzione, con investimenti privati, dell’intero nosocomio con il project financing presentato nel lontano 2013 da Icm e Nocivelli, che ha avuto la pubblica utilità nel 2018 dalla Giunta di centrosinistra, oppure l’abbattimento e la ricostruzione dei soli due corpi compromessi, con finanziamenti pubblici.  Anche se secondo molti questa ultima soluzione non assicurerebbe una garanzia assoluta rispetto alla stabilità degli altri corpi di una struttura che non avrebbe il certificato antincendio.

Comunque, nessuna delle due opzioni è andata però finora in porto, con la maggioranza regionale di centrodestra guidata dal governatore, Marco Marsilio, di Fdi, profondamente divisa su questa annosa vicenda quindi incapace di decidere ed esposta al rischio salati risarcimenti danno da parte di Icm e Nocivelli che hanno, dopo ritardi e silenzio sulla indizione della gara di appalto, avviato un contenzioso legale.

Una struttura quella teatina, progettata nei lontani anni Sessanta e aperta solo nel 1999 dopo 27 anni di lavori ad un costo di 236 miliardi di vecchie lire, ben prima del  2003, allorché anche il territorio di Chieti fosse classificato per quanto riguarda il rischio sismico in “zona 2”,  un gradino più sotto della “zona 1”, quella con massimo pericolo, e prima dell’entrata in vigore di più efficaci tecniche costruttive nelle aree soggette a terremoto.

Ed ora si ha certezza che due importanti corpi di fabbrica, sugli 11 complessivi, il C e F, sono a maggior ragione a rischio crollo, perché realizzati con “calcestruzzo scadente”, tanto da non garantire “livelli di sicurezza minimi” e “l’incolumità delle persone”, come scritto nero su bianco nell’accertamento tecnico preventivo del luglio 2012, nato dall’iniziativa dell’allora direttore generale della Asl Lanciano-Vasto-Chieti, Francesco Zavattaro, che ha chiesto a Geremia Spiniello, presidente del Tribunale di Chieti, di far luce sulla condizione strutturale dell’intero ospedale, a maggior ragione a seguito del sisma del 6 aprile 2009, incarico affidato al consulente della Procura, l’ingegnere De Acetis.

Perizia ancora drammaticamente attuale, che calcola in 37 milioni di euro un intervento di messa in sicurezza dei corpi C ed F,  precisando però che “in ogni caso non potranno mai raggiungere livelli di sicurezza congruenti per una struttura ospedaliera”.

Suggerendo anche l’evidenza che “per gli edifici strategici devono obbligatoriamente riguardare tutti gli elementi strutturali nel loro insieme e soprattutto tener conto della risposta globale degli edifici ad un evento sismico”. Ovvero non basta intervenire sui corpi C ed F.

Lo stesso ingegnere De Acetis aveva portato a termine in precedenza una perizia sempre per conto della Procura di Chieti, nell’ambito di una inchiesta del 2011 nata da una denuncia sul presunto utilizzo di cemento impoverito, il cui fascicolo è stato aperto dal sostituto procuratore Giuseppe Falasca, ipotizzando reati molto gravi, dalla frode in pubbliche forniture, ai falsi certificati di collaudo e la rovina di edifici pubblici, con indagati i costruttori e i progettisti dell’ospedale. Indagine che poi però è stata archiviata per la morte degli stessi costruttori indagati.

E ancor prima, a lanciare l’allarme sulla sicurezza dei corpi di fabbrica C ed F, era stata una perizia del 2008 della società di ingegneria Stin di Roma, incaricata dalla Regione Abruzzo. Perizia che ha anche scoperto che l’ospedale teatino non ha i requisiti per ottenere il certificato di prevenzione incendio.

C’è poi un dossier ancora antecedente, del 2003, che la Regione aveva commissionato a Collabora Engineering (poi divenuta Collabora-Abruzzo Engineering), dal costo di 5 milioni di euro, per valutare il grado di rischio sismico di migliaia di edifici strategici abruzzesi. Anche il nosocomio di Chieti è stato inserito tra quelli con preoccupanti criticità, sotto la soglia di sicurezza.

Davanti a queste evidenze e a questo rischio incombente, nulla è ancora stato fatto di davvero risolutivo, apparte sgomberare, nel 2016, i due corpi di fabbrica operazione che ha comportato notevoli problemi di reperimento di altri spazi all’interno dell’ospedale, e in altre strutture.

Nè la messa in sicurezza dell’esistente, con fondi pubblici, che pure per l’edilizia sanitaria si sono resi disponibili negli anni, né attraverso la partnership con il privato, visto che è ancora clamorosamente al palo il project financing per abbattere e ricostruire l’intero nosocomio, su progetto  presentato dalle imprese Icm, del gruppo veneto Maltauro, e Nocivelli di Brescia, ma operante da anni in Abruzzo.

Un iter avviato nel 2013 proprio alla luce del rischio sismico dei corpi C ed F e dell’obsolescenza e inadeguatezza funzionale dell’intero ospedale, da parte del presidente della Regione del centrodestra, Gianni Chiodi, Forza Italia, con lo stesso manager Zavattaro, e poi portato avanti ed accelerato, estromettendo la Asl che aveva temporeggiato a lungo, dal presidente del centrosinistra, Luciano D’Alfonso, ora senatore del Partito democratico e presidente della commissione Finanze e Tesoro e dell’assessore alla Sanità, Silvio Paolucci, attuale capogruppo del Pd in Regione. Project che prevede un nuovo nosocomio con 498 posti letto, a spese del privato, che finanzierà intervento con quasi 119 milioni di euro, incassando poi per 25 anni un canone di locazione da 12,2 milioni, e gestendo in proprio vari servizi.

Si attende però da oltre due anni la gara d’appalto europea, che pure avrebbe dovuto far seguito alla dichiarazione di pubblica utilità accordata al progetto di Icm e Nocivelli, arrivata dopo tante lungaggini solo nel luglio del 2018.

A frenare l’iter, arrivato ad un passo dall’esito, il centrodestra del presidente Marsilio, di Fratelli d’Italia, e dell’assessore alla Sanità, Nicoletta Verì, della Lega, e ancora l’attuale dg della Asl chietina Thomas Schael, del capodipartimento Salute della Regione, Claudio D’Amario. Tutti  sulla vicenda prendono tempo, anche perché forte è la contrarietà al project di parte di parti della coalizione a cominciare da quella dell’ex potente assessore e ora capogruppo di Forza Italia, il chietino Mauro Febbo, che a metà dicembre ha fatto approvare un emendamento al documento di Economia e finanza regionale (Defr), in cui garantisce lo stesso Febbo, è “stata messa una pietra tombale sopra al project”,  per procedere invece ad interventi strutturali sull’esistente, attraverso la demolizione e la ricostruzione delle sole  sulle palazzine C e F. Un documento che non determina vincoli concreti nel breve termine.

Ieri Febbo in visita all’ospedale accolto da Schael ha evidenziato che con il centrodestra in Regione sono stati già spesi più di 5 milioni di euro per nuovi letti (erano vecchi di almeno trent’anni), Tac, attrezzature radiologiche, ventilatori e pompe infusionali ma il grande salto sarà fatto con l’acquisto del nuovo acceleratore lineare, che entro l’anno sostituirà quello più datato”, e ha ribadito, riferendosi al project, la necessità di mettere “la parola fine all’inutile e carente progetto faraonico di D’Alfonso e Paolucci, senza danni economici a carico della sanità teatina e dei cittadini. A quel punto, si potrà finalmente ragionare su altri interventi da mettere in campo per il ‘Clinicizzato’ di Chieti a cominciare dalla realizzazione di un nuovo parcheggio che faccia cessare la vergogna, fatta di caos e soste indegne, alla quale assistiamo quotidianamente”.

Un cambio di programma che ha indotto, Icm e Nocivelli, a trascinare la Regione Abruzzo davanti al  Tribunale amministrativo regionale, che si esprimerà nel merito nell’attesa udienza del 27 gennaio prossimo, sulla richiesta delle due imprese di dichiarare illegittima “la perdurante inerzia della Regione Abruzzo e della Asl chietina nell’indire la gara pubblica europea”. Contestuale la minaccia di una richiesta di risarcimenti milionari alla Regione.

A complicare ulteriormente la partita anche l’estromissione del rup che segue l’iter del project e che dovrebbe indire la gara, Giulietta Capocasa, direttore amministrativo della Asl Lanciano Vasto Chieti, che è stata sospesa per 12 mesi dall’ufficio pubblico, da parte del Tribunale di Chieti, a seguito dell’inchiesta che a fine ottobre ha portato all’arresto per corruzione del primario della Cardiochirurgia di Chieti, Gabriele Di Giammarco, di due imprenditori e di un loro dipendente, in relazione all’acquisto, da parte dell’Asl, di valvole cardiache e altro materiale sanitario a un prezzo doppio di quello di mercato, senza bando pubblico. Capocasa, all’epoca dei fatti era direttore generale facente funzione dell’Asl, ed è accusata di abuso d’ufficio. E non è stato nominato ancora un rup in sua sostituzione.




Alla luce di questa prova di “indecisionismo”, al di là delle responsabilità, delle opinioni pro o contro la convenienza per l’erario del project, piuttosto di un intervento più circoscritto ed economico, resta un punto fermo: in un ospedale tra i più strategici del centro Italia, da otto anni si ha la certezza che due interi corpi di fabbrica sono a rischio crollo. Un pericolo che inoltre non può certo essere limitato, assicurano tanti addetti ai lavori, ad una singola parte del nosocomio, nella malaugurata ipotesi di un forte terremoto.

Un pericolo messo nero su bianco senza che poi si sia mossa foglia, appunto nella perizia affidata da Spiniello al consulente tecnico d’ufficio De Acetis.

Già nel 2008, va premesso, come ricordato dallo stesso De Acetis, la Regione Abruzzo nell’ambito di verifiche sismiche negli edifici a carattere strategico presenti su tutto il territorio regionale, aveva conferito l’incarico di occuparsi del nosocomio di Chieti, ad un raggruppamento temporaneo di professionisti con mandataria la società di ingegneria Stin di Roma.

Quasi scontato il responso: la non rispondenza del nosocomio ai requisiti sismici più aggiornati e puntuali stabiliti dall’ordinanza 3274 del presidente del Consiglio dei Ministri del 2003, essendo la progettazione dell’opera precedente alle nuove normative sismiche, e anche in ragion del fatto che all’epoca della realizzazione della struttura, Chieti non era ricompresa tra le zone a rischio sismico 2, di medio pericolo, classificazione arrivata solo nel 2003.

In quella perizia però erano già state evidenziate “gravi criticità” negli edifici C ed F.

Avevano scritto i tecnici della Stin: “al di là delle carenze ai fini della normativa antisismica si evidenziavano carichi elevati, a fronte di resistenza del calcestruzzo non adeguata” e i due corpi “risultano non conformi ai requisiti di sicurezza previsti in relazione ai carichi verticali e quindi tali da richiedere interventi urgenti”.

Tanto che la Asl di Chieti aveva avviato tutte le procedure volte ad ottenere, da parte della Regione Abruzzo, i finanziamenti  per la messa in sicurezza.

La perizia di Acetis, arrivata quattro anni dopo, ha confermato e dettagliato l’esito della perizia della Stin.

Ecco alcuni passaggi significativi, relativi sempre ai corpi C ed F: “le resistenze cilindriche medie dei calcestruzzi risultano inferiori a quanto possibile attendersi, in relazione alle prescrizioni di progetto”.

E ancora: “gli edifici oggetto di indagini, allo stato attuale sono  caratterizzati da livelli di sicurezza certamente inferiori a quelli assunti dal progettista, conformemente alle previsioni delle norme vigenti all’epoca della progettazione dei corpi di fabbrica”.

Le indagini hanno evidenziato, “oltre alle criticità dovute alla ridotta resistenza del calcestruzzo, una grande disomogeneità, anche nello stesso ordine di pilastri, che rende ancora più critico il giudizio sulle prestazioni dei materiali e delle opere, soprattutto per quanto riguarda l’intero corpo di fabbrica “C”.

Dalle indagini eseguite, si rileva come “la resistenza dei materiali sia la criticità più rilevante, ai fini della sicurezza degli edifici e per la salvaguardia della vita delle persone”.

“E’ da evidenziare, inoltre, che esistono altre criticità importanti per la valutazione della sicurezza – scrive ancora De Acetis -, quali la geometria strutturale globale dell’edificio (regolarità in pianta ed in altezza); la geometria e le dimensione degli elementi strutturali (travi, pilastri, solai); i dettagli costruttivi riguardanti le armature, la quantità e disposizione. A tal riguardo è doveroso sottolineare che le strutture ospedaliere sono considerate edifici strategici e devono rispondere ai requisiti sismici”.

Soprattutto De Acetis sottolinea che “le criticità emerse sono dovute a patologie genetiche, ovvero le strutture in esame nascono con tali patologie dovute ad un utilizzo di materiali scadenti in fase esecutiva, e non sono dovute a fenomeni di degrado o decadimento della qualità, oppure da azioni ambientali o fenomeni degenerativi esterni”.

Su questo aspetto si sono per la cronaca registrate le contestazioni dei consulenti di parte, che hanno reso necessaria una integrazione alla perizia del luglio 2012, consegnata al Tribunale nell’ottobre dello stesso anno, in cui De Acetis ha confutato le contro argomentazioni secondo le quali le strutture erano state regolarmente collaudate, mentre i problemi sono sorti in seguito a causa di un degrado naturale avvenuto nel corso degli anni e a fenomeni carbonatazione nei pilastri, e non a causa dell’impiego di materiali scadenti.

De Acetis conclude dunque che “dalle risultanze delle indagini effettuate ed in base ai risultati delle prove,  gli edifici C ed F non sono in grado di assicurare la stabilità e la sicurezza strutturale e funzionale delle strutture nel loro complesso, di garantire i livelli di sicurezza minimi, previsti dalle vigenti norma tecniche sulle costruzioni, il mantenimento delle capacità prestazionali e di durabilità dell’opera, nel rispetto delle condizioni di esercizio previste. Non sono in grado “di prevenire ed evitare stati di danno a persone e beni e di mantenere, nei confronti della stabilità, una adeguata resistenza e rigidezze residue nei confronti delle azioni orizzontali ed una adeguata capacità portante nei confronti di carichi verticali”.

Nella perizia viene infine calcolato, su richiesta della Procura e della Asl, in 37 milioni di euro il costo di un eventuale intervento di messa in sicurezza che preveda di sgomberare l’edificio, effettuare interventi di demolizione parziali.

Precisando che “in ogni caso gli interventi ipotetici proposti, verosimilmente, non potranno mai raggiungere livelli di sicurezza congruenti per una struttura ospedaliera”.

In quanto “gli interventi per gli edifici strategici devono obbligatoriamente riguardare tutti gli elementi strutturali nel loro insieme e soprattutto tener conto della risposta globale degli edifici ad un evento sismico”.

Cifra rimasta su un pezzo di carta, come tutti quelle calcolate negli anni per garantire finalmente la piena sicurezza di un ospedale strategico per tutta la regione, e frequentato ogni giorno da migliaia di persone.

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