PASCOLI GRAN SASSO: COOP. LUCOLI RESPINGE ACCUSE, “SOCI PUGLIESI HANNO DIRITTO A VENIRE QUI”

PRESIDENTE MARINELLI REPLICA A CENTRO TURISTICO GRAN SASSO CHE ACCUSA SODALIZIO DI AVER AFFITTATO IN MODO ILLEGITTIMO TERRENI DI CAMPO IMPERATORE A TERZI, "NON SIAMO SPECULATORI, FACCIAMO VERA ZOOTECNIA"

19 Giugno 2021 08:07

: Abruzzo

L’AQUILA – “Rivendichiamo il diritto a portare i nostri animali sui pascoli del Gran Sasso, come espressamente previsto dalle norme agrarie in materia, e siamo pronti a far valere le nostre ragioni  davanti al giudice”.

Questa la piccata replica della società cooperativa Gran Sasso di Lucoli (L’Aquila) in una nota inviata ad Abruzzoweb, a firma del presidente Antonio Bonifacio Marinelli.  Il riferimento è alla vicenda, messa nero su bianco nel ricorso presentato al Tribunale di L’Aquila, Sezione specializzata Agraria, da Dino Pignatelli, amministratore unico del Centro turistico del Gran Sasso (Ctgs) società comunale dell’Aquila che gestisce gli impianti sciistici, contro la società cooperativa Campo Imperatore, accusata di aver affittato in modo illegittimo pascoli di proprietà della Ctgs, a tre società pugliesi, nel 2018 e 2019. con conseguente invasione di bestiame per centinaia di capi “lasciato senza custodia” e che “ha provocato ingenti danni” alle strutture degli impianti Ma quello che più grave sostiene Ctgs, in forza di un contratto farlocco.

E’ accaduto infatti, si legge nel ricorso, che nel 2016 circa 110 ettari di pascolo sono stati affittati  dalla Ctgs proprio alla società Cooperativa Campo lmperatore. Nel 2018 la Ctgs ha però deciso di affittare tutti i suoi lotti all’Amministrazione separata degli usi civici di Paganica e San Gregorio, frazioni dell’Aquila per la durata di due stagioni, 2018 e 2019, a beneficio dei tanti allevatori locali, compresi i 110 ettari, e l’Asbuc li ha assegnati agli allevatori locali.

La società Cooperativa Campo Imperatore ha però contestato la decisione, intenzionata a mantenere l’utilizzo dei pascoli, e ha esibito un contratto agrario della durata di 15 anni, sottoscritto con la Ctgs, che aveva anche provveduto a registrare nel 2016. E negli stessi anni la cooperativa ha assegnato a tre aziende socie, con sede  del Gargano in Puglia, con un forte conflitto esploso con gli allevatori locali.

Una situazione di “illegittima”, si lamenta nel ricorso, perché al limite si trattava di un contratto è di semplice vendita di erbe o “pascipascolo”, e non, come sostenuto dalla società Cooperativa Gran Sasso, un contratto di “affitto di fondo pascolativo”, che consente una gestione produttiva del lotto e affitto a terzi.

Una vicenda che ha suscitato clamore, alla luce del fenomeno dell’invasione anche in Abruzzo di imprese di altre regioni che fanno incetta di pascoli, vantando per legge il diritto ad ottenere ricchi contributi ad ettaro in base al pregio delle colture o allevamenti posseduti altrove, garantiti dall’Agenzia generale delle erogazioni agricole (Agea). Senza nemmeno l’obbligo di fare vera produzione di carni latte e formaggi contribuendo così alla crescita dell’economia montana.

In alcuni casi facendo pascolare animali vecchi e malati, o che hanno un basso costo di mantenimento, come gli asini. Negli aspetti più deleteri del fenomeno si è parlato di vera e propria “mafia dei pascoli”, in quanto ad essere interessata a questo lucroso business è ovviamente anche la criminalità organizzata, e alla luce di intimidazioni, minacce, azioni di disturbo contro gli allevatori locali, per garantirsi che non vi siano competitor nell’accaparramento dei pascoli.

La società cooperativa Gran Sasso nella sua replica respinge tutte le accuse della Cgts, contestando più di un  passaggio del testo del ricorso.

Innanzitutto si ribadisce che “l’affitto a terzi è legittimo,  in quanto la società cooperativa ha in mano un contratto di affitto e non di pascipascolo, pertanto è perfettamente legittima l’assegnazione ai propri soci delle superfici. Un contratto, ribadiamo, della durata di 15 anni, valido fino al 2031”.

Si legge poi nella nota che “le imprese pugliesi nostre socie non sono state motivate a venire in Abruzzo solo dalla possibilità di accedere ai fondi comunitari, ma per fare vera attività zootecnica  e secondo i crismi, come antica tradizione, testimoniata dal tratturo magno e dalla civiltà dei tratturi”.

La Cooperativa Campo Imperatore precisa infatti “di aver avuto in concessione i pascoli dal Ctgs fin dal 2009, con contratti annuali, di cui l’ultimo e l’ultimo 2016 e i nostri soci dal 2017 non hanno mai chiesto premi comunitari e regionali sulle superfici di proprietà del Ctgs, circostanza questa appurata dai numerosi controlli avuti per conto di Agea, dei nucleo anti frodi comunitari della Guardia di finanza e del Corpo Forestale dei Carabinieri”.

La società cooperativa ribalta dunque le accuse sugli allevatori locali, che “ sono stati assegnatari degli stessi terreni oggetto del presente contenzioso, e a differenza della cooperativa e dei propri soci, sugli stessi terreni hanno chiesto  dal 2017 al 2020, contributi comunitari e regionali del Psr. Eppure i contributi regionali Psr, prevedono la continuità nella conduzione dei fondi per l’intero anno, per cui i contratti stagionali come la vendita d’erbe sostenuta dal Ctgs, non autorizzerebbero tali domande”.

Conclude nella nota la società cooperativa: “Gli esiti di questa vicenda possono essere solo due, la prima è che il Tribunale riconosca che trattasi di contratto di affitto, e quindi dia ragione alla cooperativa, la seconda è che il Tribunale riconosca che trattasi di contratto di vendita d’erbe ed allora darà ragione al Ctgs. In entrambi i casi si produrranno degli effetti sui concessionari allevatori locali”.

Se infatti “il Tribunale darà ragione alla cooperativa,  tutti i premi richiesti e percepiti dagli agricoltori locali sui terreni oggetto della causa devono considerarsi illeciti, e come tali perseguiti penalmente, per essere restituiti, con aggravio di sanzioni amministrative, che possono essere calcolati in 400 euro per  300 ettaro ogni anno, il che determinerebbe un recupero complessivo di circa 2.800.000 euro, con rischio di sequestro civile e confisca penale in caso di mancato pagamento”.

Se invece il Tribunale darà ragione al ricorso del Ctgs, prosegue la nota: “significa che il tipo di concessione non è idonea per richiedere i premi regionali, essendo appunto di pasci-pascolo, quindi tutti i premi regionali richiesti e percepiti sui tutti i terreni di proprietà del Ctgs devono considerarsi illeciti. Ipotizzando 1.000 ettari di pascoli, per un valore di premi regionali annui di 100 euro ettaro, possiamo determinare i recuperi complessivi per indebita percezione, sanzioni amministrative, sanzioni penali e sanzioni fiscali, di circa 600.000 euro annui, che per gli anni di concessione, determinerebbero un recupero complessivo di circa 6.6 milioni di euro, con rischio di sequestro civile e confisca penale in caso di mancato pagamento”.

Una nota che suona insomma come una vera e propria dichiarazione di guerra agli allevatori locali, in un clima già tesissimo.

Come si ricorda nel ricorso del Ctgs, nel luglio del 2018 improvvisamente, in uno dei lotti a ridosso degli impianti da sci, “venivano scaricati circa 200 cavi bovini di proprietà di aziende agricole sconosciute e non assegnatarie, impedendo l’esercizio del pascolo al bestiame dei legittimi assegnatari”.

Fatto noto alle cronache, in quanto l’Asbuc di Paganica e San Gregorio, legittima titolare dell’utilizzo dei pascoli ha subito provveduto a sporgere denuncia.

“Come se ciò non bastasse -, si legge nel ricorso – il bestiame abusivamente introdotto, lasciato senza controllo, arrecava danni agli impianti ed alle strutture del Centro Turistico del Gran Sasso; danni per il cui ristoro ci si riserva di agire in separata sede”.

Nel 2019 lo schema si è ripetuto, il lotto delle Fontari è stato assegnato agli allevatori locali e ancora una volta però la società cooperativa Gran Sasso lo ha a sua volta assegnato alle stesse tre aziende pugliesi, che hanno portato in Abruzzo circa 250 capi più vitelli al seguito.

E ancora una volta si evidenzia nel ricorso, “i capi bovini, lasciati senza controllo, come risulta dai verbali periodici dei Carabinieri Forestali, provocavano ulteriori danni alle strutture e impianti del Centro turistico del Gran Sasso”. (f.t.)

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