“PIANO PANDEMICO NON ERA PRIORITA’ MINISTERI”: LA VERITA’ DI D’AMARIO SU OMISSIONI POLITICA

28 Gennaio 2021 08:38

PESCARA- “Il piano pandemico non è scattato dopo le prime avvisaglie dell’epidemia, ma a farlo dovevano essere i vertici del ministero della Salute, ci vuole la condivisione della politica. Noi facciamo proposte, non è che siamo decisori”. Del resto, “già dal 2018 avevo sollecitato la necessità di aggiornare il piano”, ma “era evidente che non era una priorità da parte dei ministeri”.

Parole che di fatto inchiodano la politica alla sua responsabilità nella sottovalutazione della pandemia,  quelle in una intervista resa alla trasmissione Report di Raitre di lunedì scorso, da parte di Claudio D’Amario, direttore del dipartimento Salute della Regione Abruzzo, da febbraio 2018 e gennaio 2020 direttore generale della prevenzione del Ministero della Salute, uomo forte e di esperienza della sanità abruzzese, ex dg della Asl di Pescara.

Salito alla ribalta delle cronache assieme al suo predecessore a capo della prevenzione del Ministero Ranieri Guerra, ora vice direttore per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della Sanità, per la vicenda del piano pandemico nazionale datato al 2006 e mai aggiornato, se non con un copia-incolla del 2017, e che se operativo prima dell’epidemia di covid-19 esplosa nel febbraio 2020, avrebbe potuto salvare migliaia di vite umane.

Nell’ultima puntata della stagione della trasmissione condotta Sigfrido Ranucci,  è stato ricostruito l’“abbaglio” dei vertici della task force governativa, sulle valutazioni sui rischi per il Paese dell’epidemia di covid-19. Esibendo i verbali delle riunioni, con presente il ministro della Salute, Roberto Speranza, dove si sarebbe  minimizzato il rischio e dunque ritardando lo stato di emergenza, anche alla luce di un allarmato report dell’Organizzazione mondiale della sanità del 5 gennaio.

D’Amario è stato interrogato la settimana scorsa come persona informata dei fatti, dalla procura di Bergamo, nell’ambito di una inchiesta che intende fare luce proprio sul mancato aggiornamento del Piano pandemico nazionale, a seguito delle denunce promosse dal comitato “Noi denunceremo”, nella provincia più colpita dalla prima ondata dell’epidemia.

Report però questa volta aggiunge un altro tassello alla torbida vicenda, i verbali dei vertici della task force del ministro della Salute Roberto Speranza.

Evidenziando, carte alla mano, la sottovalutato per settimane i rischi del Coronavirus in arrivo.
ll 5 gennaio,  infatti l’Organizzazione mondiale della sanità manda in tutto il mondo il primo alert che chiede di attivare i piani pandemici per l’influenza, visto che in Cina è stata rintracciata una pericolosa polmonite di causa sconosciuta.

Il 7 gennaio dal ministero della Salute parte una circolare che estende l’allarme a tutte le autorità interessate. Ma solo il 22 gennaio, dunque 17 giorni dopo, si riunisce per la prima volta una task force istituita per valutare la situazione. Dell’organismo di emergenza fanno parte Giuseppe Ippolito dell’istituto Spallanzani, Agostino Miozzo della Protezione civile, Giovanni Rezza e Silvio Brusaferro dell’Istituto superiore di sanità, alla presenza del ministro Speranza.

Per Ippolito però  come si legge nel verbale, “È verosimile che il virus si attenui nelle prossime settimane. Attualmente ha una diffusione simile a quella dell’influenza”.

Sulla stessa linea l’Istituto superiore di sanità,  “I dati sono sovrapponibili a quelli dell’influenza: dal 1 gennaio abbiamo 3 milioni e mezzo di italiani a letto con l’influenza e diversi sono stati i morti ma questo dato non fa notizia. I sintomi dell’influenza e del Coronavirus sono simili, il virus dell’influenza ha un tasso di riproduzione più elevato rispetto al coronavirus ma il quadro radiologico in quest’ultimo è molto più importante. Sulla base delle esperienze pregresse ci sarà un picco e poi un rallentamento”.

Eppure proprio in sede di riunione di task force, la Protezione civile aveva invece fatto osservare che “hanno messo in quarantena Wenzhou, la città da cui viene il 90% di immigrato cinesi in Italia”. e dunque ci sarebbe stato ben poco da stare tranquilli.

Si è arrivati così al 20 febbraio, quando il paziente 1 italiano era già in terapia intensiva. Il ricercatore Stefano Merler, ha consegnato presenta al ministero la sua ricerca mostrando che il virus può causare 70 mila morti entro la fine dell’anno. E a fine febbraio è scattata finalmente l’emergenza in tutta Italia, ed è stato istituito il lockdown.

Alla luce di questa concatenazione dei fatti, preziosa la testimonianza di D’Amario che, da tecnico, ribadisce che sarebbe spettato alla politica far scattare l’emergenza. Con o senza piano, anche perché quello datato al 2006 dava comunque precise indicazioni.

“Quel piano – ha spiegato il capodipartimento della Sanità – non è scattato dopo le prime avvisaglie. Doveva essere fatto attivare dai vertici del ministero, ci vuole la condivisione della politica. Noi facciamo proposte, non è che siamo decisori. Il piano pandemico scatta quando viene dichiarata la pandemia, non prima”.

Incalza dunque il cronista, chiedendo a D’Amario perché dopo l’alert dell’Oms non è scattato il massimo livello di emergenza, in codice  “fase 3- livello 1”.




D’Amario ha risposto: “non era un obbligo far scattare la fase 3. Fu discusso all’interno della task force se il modello da seguire fosse quello dell’influenza o dell’andamento clinico della Cina”.

E ha rivelato: “fu proposto dall’Iss di fare un nuovo piano Covid dedicato a questa nuova pandemia”, e che ovviamente le scelte della task force sono state “verbalizzate condivise”, “anche dal ministro Speranza”.

D’Amario è tornato poi sul piano pandemico, ribadendo che “quello del 2006 e tutt’ora il piano pandemico nazionale e l’aggiornamento del 2017 era del sito, e non del piano”.

Questo secondo Report potrebbe essere compromettente per il predecessore di D’Amario: Ranieri Guerra, già ascoltato dai pm di Bergamo e che avrebbe detto di averlo aggiornato il piano nel 2016.

Ma il punto vero che ha evidenziato D’Amario è che a mancare è stata la volontà politica, per prepararsi al meglio ad affrontare un’ipotetica pandemia. Troppo facile insomma poi prendersela con i tecnici e alti dirigenti, e con chi ha solo un ruolo di consulenza.

Anche perché D’Amario ha ribadito, come fatto in altre interviste: che “il piano andava aggiornato io l’ho saputo nell’estate 2018”.

E il cronista ha preso atto, esibendo una sua lettera del settembre 2018, che D’Amario aveva evidenziato all’allora ministro della Salute, Giulia Grillo, del primo governo Conte, sostenuto da  Movimento 5 stelle e Lega, la necessità di aggiornare il Piano.

Ma ci sono voluti cinque mesi per convocare la prima riunione, ad aprile 2019, ha incalzato il cronista.

“Ogni ministero – ha dunque spiegato D’Amario – doveva individuare un referente per la commissione per il gruppo di lavoro, e i primi nominativi sono arrivati dopo quattro mesi”.

Questo perché ha affermato D’Amario, evidentemente l’aggiornamento del piano pandemico “non era considerata una priorità da nessun ministero”.

La trasmissione del 12 gennaio di Rete4 Fuori dal coro, condotta dal giornalista Mario Giordano, a questo proposito aveva rivelato che ad elaborare ad aprile 2019 la bozza del nuovo piano pandemico è stato il Comitato scientifico del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm), di cui fa parte anche un protagonista della sanità abruzzese, Angelo Muraglia da aprile direttore sanitario della Asl Lanciano-Vasto-Chieti. ex commissario straordinario dell’Agenzia sanitaria regionale Abruzzo, con il centrodestra di Gianni Chiodi, e poi  capo-dipartimento della sanità regionale, con il centrosinistra di Luciano D’Alfonso.

Manco a dirlo, il nuovo piano messo a punto dagli esperti è rimasto però sulla carta, mai approvato e tradotto in pratica dal comitato strategico del fantomatico Ccm, presieduto dal ministro Speranza, organismo che avrebbe un costo annuo di 8 milioni di euro.

Rivela un componente del comitato scientifico, che ha mantenuto l’anonimato: “Noi il piano lo abbiamo preparato, abbiamo mandato il nostro contributo, a maggio 2019, poi c’è stato questo salto di un anno, stiamo facendo una figura di basso livello”.

Silenzio di tomba dai vertici del comitato strategico, a cominciare da Silvio Brusaferro e Franco Locatelli.  mentre addirittura il vice presidente Antonio Saitta, ex assessore alla Sanità della Regione Piemonte, raggiunto telefonicamente ha negato addirittura di essere vice-presidente, “deve essere un caso di omonimia”, prontamente smentito dalle carte mostrate dal cronista, ma quando oramai Saitta aveva riattaccato.

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