NEL LIBRO SCRITTO INSIEME AL GIORNALISTA SCERESINI LE VERITA' E I COLPEVOLI: ''ALESSANDRINI FECE LUCE SU CELLULA NERA, ERA UN GRANDE INVESTIGATORE''

PIAZZA FONTANA ‘RICOSTRUITA’ DAL GIUDICE SALVINI, ”L’ABRUZZO ‘TAPPA’ VERSO LA STRAGE”

Autore dell'articolo: Roberto Santilli

1 Aprile 2020 06:32

L’AQUILA – “La storia di Piazza Fontana, strage di cui fa parte, nelle situazioni preparatorie, anche l’Abruzzo del giudice Emilio Alessandrini, mi ha accompagnato per tutta la vita, perché in quel dicembre del 1969, all’età di sedici anni, ero studente in un liceo di Milano, il ‘Manzoni’, una delle scuole in cui è nata la ‘contestazione’ studentesca e che si trovava a pochi passi dal luogo del dramma. Fu una svolta che portò molti di noi all’impegno civile. Fin dall’inizio la sensazione, netta ma in quel momento politica più che giudiziaria, era che si trattasse di una strage fascista e di Stato, non una strage anarchica”.

Il libro sulla strage di Piazza Fontana, il magistrato Guido Salvini ha cominciato inconsapevolmente a scrivere quando era adolescente.

E il titolo di quel libro, pubblicato lo scorso anno, cinquan'anni dopo la strade, da magistrato e uomo adulto, non poteva non essere La maledizione di piazza Fontana: L’indagine interrotta. I testimoni dimenticati. La guerra tra i magistrati (Chiarelettere), 

Scritto a quattro mani con il giornalista e scrittore Andrea Sceresini, mette in luce ogni dettaglio, compresi quelli all’apparenza insignificanti, rimasti nascosti sotto il mantello nero con cui si è cercato di coprire, spesso con successo, l’eversione di destra in Italia.

Perché su quel 12 dicembre 1969, su quell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che provocò 17 morti e 88 feriti, anche se fa male ammetterlo, “Gli esiti giudiziari sono stati, come si è capito sin dai primi giorni, quelli che qualcuno nello Stato ha voluto che fossero”.

“Questo percorso – dice Salvini al telefono, dal suo ufficio del Tribunale milanese, ad AbruzzoWeb, nei giorni difficili ma non ancora drammatici e surreali dell’emergenza Coronavirus e ancora lontani dall’incendio al Palazzo di Giustizia che ha distrutto una parte dell’ufficio Gip dove lavora – mi ha portato a riaprire un’istruttoria su fatti che appartenevano alla vita di tutta la mia generazione, quella dei miei amici e dei miei compagni di scuola”.

“Il libro – continua il giudice – è in sostanza una narrazione di vita che comincia nel periodo in cui ero al Liceo in classe con Michele Serra, poi diventato giornalista, scrittore e autore televisivo, di cui sono amico ancora oggi. È stato scritto in forma di racconto e non solo come l’indagine di un Giudice Istruttore. Così è più facile leggerlo anche per chi non conosce la storia di Piazza Fontana. E probabilmente interessa i lettori anche perché ho cercato di raffigurare, nelle loro caratteristiche psicologiche, anche i personaggi coinvolti, gli ordinovisti e gli uomini dei Servizi segreti. Ho provato, insomma, a fare di loro un ritratto calandoli in quell’epoca di tensioniesasperate”.

Chi sono quei personaggi?

Sono i personaggi di estrema destra antistorici, irrazionali, permeati da un vitalismo, da un furore ideologico. Uno di loro è Gianni Casalini, ex ordinovista padovano, persona però non violenta, quasi un ‘fascista per caso’, appassionato di libri. Proprio lui, alla fine della sua vita, mi ha raccontato la sua esperienza cercando di guardarla un po’ come dall’esterno per capire il senso che ha avuto. Casalini la racconta con estrema sincerità, portandoci alle soglie di piazza Fontana cui non prese parte all’ultimo momento. È lui che racconta dall’interno gli uomini che frequentavano la libreria Ezzelino di Padova di Franco Freda, in cui si agitavano  idee ultra-nazionaliste ed esoteriche, una cultura con tratti pagani e l’idea del superuomo e dell’essere diverso da tutti gli altri per poter imporre la propria volontà al mondo. Tutto questo ha reso quei fanatici utilizzabili da chi aveva in mente progetti più complessi nel mondo politico e istituzionale dell’epoca ancora dominato dalla Guerra fredda.

Piazza Fontana, però, era finita in una specie di limbo, quasi confinata per esigenze politiche.

Sì, ma sappiamo comunque abbastanza, nonostante le assoluzioni, su chi ha operato, a partire dai primi attentati della primavera fino a quelli sui treni dell’8 agosto 1969 e a quelli 12 dicembre. Non c’è dubbio sul fatto che la strage sia opera degli ordinovisti di Padova e di Mestre-Venezia, la paternità  è ormai indiscussa. Questi sono i personaggi operativi di cui qualcuno ha sfruttato, utilizzato, il fanatismo ideologico in un quadro di stabilizzazione in senso autoritario, conservatore, di una situazione che stava rompendo vecchi equilibri, in un momento storico di grande ‘movimento’; ma sono pure personaggi che, come accade all’apprendista stregone, all’improvviso sfuggono di mano e non si è più in grado di controllare.

A chi facevano comodo?

Io sono convinto che certi apparati dello Stato vedessero di buon occhio tutta la catena dei primi attentati dimostrativi che puntavano a creare timore, un bisogno di ordine, il contenimento delle manifestazioni sindacali e in generale una riduzione dei diritti costituzionali. Gli attentati, di cui qualcuno ha beneficiato tollerando una certa “strategia”, hanno sicuramente coinvolto livelli molto alti, fino ai Servizi di informazione statunitensi che sapevano tutto delle attività di Ordine Nuovo. Quegli apparati pensavano, ne sono sicuro, che gli attentati dimostrativi continuassero in quel modo , ma ad un certo punto si è verificata una accelerazione, gli esecutori materiali  sono andati oltre ciò che era previsto e accettato. E si arriva a Piazza Fontana, tanto che, come ha raccontato il senatore Paolo Emilio Taviani prima di morire, c’è la storia dell’avvocato Matteo Fusco di Ravello, uomo del Sid, che all’ultimo momento parte da Roma verso a Milano per cercare di bloccare la strage.





Ma ormai è troppo tardi. Dopo cosa accade?

Dopo piazza Fontana, gli uni e gli altri, chi ha agito e chi nello Stato  ha coperto gli autori, si sono trovati legati in modo sempre più stretto. Così si spiegano le fughe all’estero di Marco Pozzan e di Guido Giannettini, uomini vicini a Freda e  che avrebbero potuto cedere, organizzate dal Sid e si spiega l’azione dei capi del Sid nei confronti di Gianni Casalini che già a metà degli anni ‘70 intendeva confessare e “scaricarsi la coscienza”. Scatta così l’azione di ‘contenimento’ dell’azione della magistratura. Si sarebbe infatti finito altrimenti per far venire alla luce i livelli più alti, come la ‘regia’ a Roma della campagna di attentati.

Anche in Abruzzo ci si ‘allenò’ in vista degli attentati? 

La vostra regione fu un crocevia, insieme alle zone circostanti. C’è stato il campo di addestramento al monte Treconfini dove si sono preparati militarmente Delfo Zorzi e gli altri mestrini, campo diretto dagli ordinovisti romani. Un ‘momento’ di aggregazione cameratesca, che serviva al gruppo per cementarsi. Una piccola ‘scheggia’, quindi, che nelle mie indagini porta alla vostra regione, la stessa regione dei due attentati ai treni del 1969 nella zona di Pescara, in cui è coinvolto il molisano Ivan Biondo, che, dopo essere stato per anni latitante, è divenuto addirittura magistrato e ha continuato indisturbato a lavorare in quel Veneto da cui sono erano partiti gli attentati. Ricordiamo poi la mancata strage nel gennaio 1974 sulla linea ferroviaria a Silvi Marina, in provincia di Teramo, quando una bomba di Ordine Nero stava per far saltare i binari ma fortunatamente il treno riuscì a passare.

È anche l’Abruzzo di Emilio Alessandrini, papà del futuro sindaco di Pescara, Marco. 

Sì, è così. Alessandrini ebbe il grandissimo merito di aver portato alla luce, insieme ai colleghi veneti, l’operatività della cellula nera. Un contributo che reputo indimenticabile. Perché Alessandrini aveva davvero capito tutto, da grandissimo investigatore quale era.

Il libro è venuto fuori, inevitabilmente, particolarmente corposo.

Vero, ma quell’epoca, a cinquant’anni di distanza, andava ricostruita forse per l’ultima volta non dimenticando che gli anni ‘70 sono stati anche anni di grandi conquiste pur in mezzo a tante tragedie, dalle stragi alle Brigate Rosse all’omicidio dell’onoreovole Aldo Moro.

Leggendolo si ‘sente’ ciò che ha provato nella stesura. Si ‘sentono’, tra l’altro, le sue emozioni e il suo dispiacere  per come sono andate le cose. 

Sì. Negli anni ’90 si poteva raggiungere la completa verità anche sul piano giudiziario, ma nella magistratura ci sono stati anche personalismi e invidie che hanno ridotto di molto la potenzialità delle indagini. Io lo racconto nella seconda parte del libro in quanto questa è una storia sconosciuta e avevo il dovere nei confronti della società, dei testimoni e dei familiari delle vittime, di spiegarla.

Qual è l’eredità di quella strage sul nostro Paese?

Il progetto di Piazza Fontana, quello di un golpe o comunque di una svolta autoritaria, è fallito, politicamente è fallito. Eppure, ha avuto degli effetti perversi a lungo termine che hanno contaminato il rapporto tra lo Stato e i cittadini. La sfiducia verso le istituzioni, certo in qualche modo giustificato, si è allungata per decenni ed ha finito per inquinare la vita della nostra società. 

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