RAPPORTO ETICAECONOMIA: DAL 2000 A REGIONI SETTENTRIONALI 27,4 MILIARDI A QUELLE MERIDIONALI 10,5; PER CITTADINI ABRUZZESI APPENA 33 EURO PRO-CAPITE CONTRO 183 DI BOLZANO E 94 VAL D'AOSTA

POCHI FONDI SANITA’ AL SUD E ALL’ABRUZZO
ECCO PERCHE’ CI SI VA A CURARE AL NORD

4 Agosto 2020 07:07

L'AQUILA – L’Italia a due velocità” e a “due sanità”, unite però dal dover  affrontare le medesime emergenze, come quella del coronavirus: grazie ai pazienti che arrivano dal Sud ogni anno le regioni del Nord incassano 1,4 miliardi di euro. Di riflesso quelle del Sud ne perdono altrettanti.

L’Abruzzo, in base agli ultimi dati è sotto di 120 milioni di euro l’anno. Soldi che le quattro Asl devono pagare alle altre regioni, dove gli abruzzesi sono andati a curarsi. 

 Al Nord sono più bravi ad organizzare la sanità, e ad offrire un servizio migliore?  

La risposta è affermativa, ma questo perché attesta una recente ricerca di Eticaeconomia dei 47 miliardi totali dal 2000 al 2018 relativi ai dati di cassa sulla spesa per investimenti pubblici in sanità, in massima parte erogati dallo stato centrale, lo squilibrio è clamoroso.

Oltre 27,4 sono stati spesi nelle regioni del Nord, 11,5 in quelle del Centro e 10,5 nel Mezzogiorno; in particolare in quest’ultima area, che nella media del periodo pesa per il 35% della popolazione italiana, gli investimenti sono stati pari al 17,9% del totale.  

L’Abruzzo  è stato beneficiario di investimenti pari ad appena 33 euro pro capite, contro una media italiana di 44 euro.

Numero lontanissimo dai 183 euro della Provincia autonoma di Bolzano, dai 116 di quella di Trento, dai 90 euro della Val d’Aosta, dagli 84 dell'Emilia Romagna, dai 77 della Toscana, i 61 euro del Veneto.





Se può consolare stanno messe peggio dell'Abruzzo, Sicilia (32 euro pro capite) Puglia (26), Molise (24), Campania e Lazio,(22) e infine la Calabria con appena 15 euro pro capite.

“L’emergenza coronavirus – si legge nel rapporto – sta mettendo in luce le conseguenze del grave sotto-finanziamento del sistema sanitario nazionale documentato da molte fonti, che si concentrano particolarmente sull’analisi della spesa corrente, che in sanità è della massima rilevanza sia per il personale sia per gli acquisti di beni (farmaci) e servizi. Convergono nel sottolineare il progressivo definanziamento del Ssn; ricordano i meccanismi di riparto territoriale delle risorse e i bilanci sanitari regionali, sottolineando la più difficile situazione delle regioni del Sud, in termini finanziari e di esiti delle cure. In molti casi esse comprendono anche analisi sulle dotazioni strutturali del SSN e delle sue articolazioni regionali, in particolare in termini di posti-letto; anche da questo punto di vista vengono sottolineate crescenti differenze territoriali, soprattutto per gli effetti di riduzione della spesa indotti dai Piani di Rientro”.

“Colpiscono i valori straordinariamente alti del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta, i cui cittadini hanno una disponibilità di strutture e servizi sanitari molto maggiore di quello degli altri italiani. Molto più alti della media nazionale sono anche i valori degli investimenti in Emilia-Romagna, Toscana e Veneto”, prosegue il rapporto. 

Ecco spiegata dunque una, se non la principale causa della mobilità passiva: si è creato un effetto moltiplicatore, a causa dei tagli delle risorse al Sud, in virtù del quale negli ultimi due decenni si è investito di meno in sanità, molti dei cittadini sono stati costretti, per prestazioni di eccellenza, ad andare a curarsi al Nord. Le Regioni del Settentrione hanno così visto moltiplicarsi le risorse, hanno potuto investire e il divario è aumentato.

Il saldo della mobilità è negativo infatti per 210 milioni di euro per la Puglia, 236,9 per la Sicilia, 281 per la Calabria, 318 per la Campania e 239,4 per il Lazio. E come detto per l’Abruzzo di 120 milioni.

Veneto e Toscana registrano al contrario un saldo attivo simile, attorno ai 140 milioni di euro, l'Emilia-Romagna è a 307 milioni di euro, ma il grosso finisce il Lombardia, con 784,1 milioni di euro. FT

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