REPORT FONDAZIONE GIMBE: SI E' ALLA META' DEL TARGET FISSATO DA ESPERTI PER TEST DI MASSA UNICA ARMA PER PREVENIRE SECONDA ONDATA; OGNI 100MILA ABITANTI TESTATI IN REGIONE 3.982 AL GIORNO, MEDIA NAZIONALE 5.360, "ORA PAGANO CITTADINI CON RISCHIO NUOVI DEVASTANTI LOCK DOWN"; RABBIA VIROLOGO CRISANTI, "MIO STUDIO DI AGOSTO IGNORATO, MA ABBIAMO SPESO MILIARDI PER BONUS BICI E PER I BANCHI, INVECE DI INVESTIRE IN SISTEMA RILEVAZIONE E TRACCIAMENTO EFFICACE"

POCHI TAMPONI E COVID DILAGA, ABRUZZO TRA LE REGIONI FANALINO DI CODA IN ITALIA

Autore dell'articolo: Filippo Tronca

17 Ottobre 2020 08:13

L’AQUILA  – Tamponi di massa, oltre alla preparazione dei reparti di terapia intensiva, scorte e produzione di farmaci strategici e controlli severi sull’uso delle mascherine: sono alcuni dei 10 punti proposti da Lettera150, think tank che riunisce circa 250 accademici di diverse discipline, per evitare di ricorrere a nuovi lockdown.

Abruzzoweb ha già riferito come i posti di terapie intensive non sono ancora quelli previsti negli obiettivi governativi, con le Regioni inchiodate dai numeri alla loro inefficienza: come stiamo messi  invece a tamponi in Italia e in particolare in Abruzzo?

Male, molto male, a leggere un report elaborato dalla  fondazione Gimbe. A cominciare dall’Abruzzo dove si fanno meno tamponi che altrove, circa 3.982 ogni 100mila abitanti, rispetto ad una media italiana di 5.360, uno dei peggiori dati in Italia, quando nel vicino Lazio, primo in classifica se ne fanno oltre 8.000  al giorno ogni 100mila abitanti. Poco conta che in questi giorni il ritmo aumenta. Andava fatto prima.

Gimbe, senza mezzi termini afferma poi che in ogni caso, al d là delle discrepanze regionali, i tamponi vengono effettuati in tutta Italia in numero ancora del tutto insufficiente, rispetto al target indicato dagli esperti,  e questo ha permesso, a partire da agosto, una nuova crescita dei contagi, che negli ultimi  giorni da lineare è diventata esponenziale.

Sino alle riaperture del 3 giugno il numero medio dei casi testati si è mantenuto stabile intorno ai 35.000 al giorno, per poi scendere successivamente intorno ai 25.000.

Solo a partire dalla metà di agosto, a seguito della risalita dei casi, è stato incrementato sino a raggiungere i 67.000 dell’11 ottobre, e a quota 125mila se si computano anche i tamponi effettuati più volte sulle stesse persone, in buona parte ricoverati e in isolamento domiciliare. I tamponi per la cronaca,  ieri sono arrivati a 163 mila.

Il punto evidenziato però da Gimbe è che il numero è ancora molto lontano da quello fissato come obiettivo dal “Piano Crisanti”, elaborato dal comitato di esperiti guidato dal virologo Paolo Crisanti la scorsa estate e consegnato al governo, che prevedeva  a regime  un numero almeno doppio se non triplo dei tamponi attuali, per poter prevenire la seconda ondata, che fatalmente è arrivata.

Impennata non dovuta come spesso si sente dire proprio al fatto che rispetto a marzo e aprile si fanno molti più tamponi (ovvero “chi cerca trova”) ma perché se ne fanno ancora pochi e dunque non si riesce a isolare in tempo utile i positivi, tracciarne i contatti e circoscrivere la diffusione del contagio che seppure meno letale ieri ha segnato altri 10.004 contagi e fatto 55 morti che si aggiungono agli 83 dell’altro ieri. Effettuati 150.377 tamponi

Ma quello che è più grave è che il dato non è omogeneo in tutte le Regioni: nel periodo che va dal 12 agosto all’11 ottobre, rispetto ad una media nazionale di 5.360 casi testati per 100.000 abitanti, il range varia dai 3.232 della Sicilia agli 8.002 del Lazio. E l’Abruzzo  come detto è ben sotto la media, a quota 3.982.

Questo sfalsa anche le classifiche dei nuovi casi di coronavirus regione per regione. Proprio perchè “se non cerchi non trovi”, ma questo significa peggiorare ancor di più le cose.





A fare più tamponi sono stati dopo il Lazio, 8.002 ogni 100 mila abitanti, la Provincia autonoma di Bolzano, 7.332, la Toscana, 7.070, la Lombardia, 6.157, l’Emilia Romagna, 6.157, l’Umbria 6.109, il Molise, 6.008, il Veneto 5.910, la Basilicata, 5.719, Provincia autonoma di Trento, 5.458, Friuli Venezia Giulia, 5.439.

Sotto la media la Sardegna, 4.991, Liguria. 4.829, Calabria, 4-742, Campania, 4.643, Valle D’Aosta, 4.128, l’Abruzzo 3.982, Puglia, 3.482, Piemonte 3.460, Marche, 3.342 e come detto, fanalino di coda è la Sicilia, con 3.232

“Osservando il progressivo incremento dei nuovi casi – si legge nel report – già da fine agosto la Fondazione Gimbe sollecitava le Regioni a potenziare le attività di testing & tracing, perché nella fase di lenta risalita della curva epidemica la battaglia con il virus si vince sul territorio. Purtroppo, i tamponi, per quanto modestamente potenziati, con l’impennata dei casi si sono rivelati un collo di bottiglia troppo stretto che ha favorito la crescita dei nuovi contagi che negli ultimi 10 giorni da lineare è diventata esponenziale”.

Duro anche il commento di Crisanti.

“Lo studio l’ho consegnato al ministro Federico D’Incà e al viceministro Pierpaolo Sileri che lo hanno sottoposto al Cts. Poi non ne ho saputo più nulla. Era evidente che la ripresa delle scuole e delle attività produttive avrebbe generato un notevole aumento delle richieste di tamponi. Suggerivo quindi la necessità di un investimento logistico importante che avremmo potuto realizzare in 2-3 mesi, la creazione di aree mobili di supporto sul territorio e tamponi low cost da 2 euro come quelli usati a Padova. Lo dico contro me stesso: forse ad agosto eravamo già in ritardo e ora ne paghiamo le conseguenze”.

E conclude amareggiato: “Abbiamo perso quattro mesi preziosi. L’aver pensato che era tutto finito perché avevamo 100 casi al giorno è stata un’illusione e nel frattempo non s’è fatto nulla. Abbiamo speso miliardi per il bonus bici e i banchi, invece di investirli per creare un sistema sanitario di sorveglianza che ci avrebbe messo in sicurezza”.

Le Regioni, si legge ancora nel report, “rispetto ai laboratori accreditati elencati nella circolare del Ministero della Salute del 3 aprile 2020, ne hanno quasi raddoppiato il numero (da 152 a 270), anche con l’accreditamento di laboratori privati. Tuttavia, non sono note né la quantità di tamponi che i singoli laboratori possono processare quotidianamente, né informazioni quantitative sul personale impegnato sul territorio nel prelievo dei campioni. Peraltro, le criticità organizzative osservate in questi giorni (es. inaccettabili code e assembramenti per eseguire il tampone o numeri telefonici dedicati a cui non risponde nessuno) oltre ai disagi possono generare ritardi diagnostici nei pazienti positivi con peggioramento degli esiti clinici”.

E ancora: “alcune difficoltà ostacolano l’utilizzo immediato dei tamponi rapidi, sia negli ambulatori di medici e pediatri di famiglia spesso strutturalmente inadeguati a garantire percorsi dedicati per sospetti casi covid, sia nelle scuole dove la figura del ‘medico/infermiere di plesso’ non risulta ancora sistematicamente implementata, sia più in generale per la necessità di un adeguato training dei professionisti destinati ad utilizzarli (medici di famiglia, pediatri, infermieri scolastici, etc.) perché la probabilità di risultati falsamente negativi al tampone rapido aumenta in mani non esperte”.

Da qui la debordante conclusione: “ l’entità delle restrizioni stride con il mancato potenziamento dei servizi territoriali deputati al tracciamento, nonostante le risorse già assegnate dal Decreto Rilancio. Ancora una volta, i ritardi burocratici e i conflitti tra Governo e Regioni scaricano sui cittadini la responsabilità del controllo epidemico attraverso restrizioni delle libertà personali”.

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