UDIENZA RINVIATA AL 25 OTTOBRE; LA DONNA, ''HAI CONDANNATO MIO FIGLIO''; MARITO ACCUSATO DI AVER VIOLATO SIGILLI AREA RESORT SOTTO SEQUESTRO

PROCESSO RIGOPIANO: MADRE FENIELLO PRENDE A PUGNI EX SINDACO GIANCATERINO

27 Settembre 2019 11:47

PESCARA – Aggredito l'ex sindaco di Farindola (Pescara) Massimiliano Giancaterino, questa mattina nel bar del tribunale di Pescara, durante una pausa della seconda udienza preliminare sul disastro dell'Hotel Rigopiano di Farindola (Pescara). Proprio a causa dell'aggressione l'udienza  è stata rinviata al 25 ottobre.

Giancaterino, che è uno dei 25 imputati, è stato aggredito alle spalle, mentre stava prendendo un caffè, da Maria Perilli, madre di Stefano Feniello, una delle 29 vittime della tragedia. La donna ha preso a pugni l'uomo, che poi è caduto a terra, urlandogli: “Hai firmato la condanna a morte di mio figlio”. 

Ieri sempre a Pescara, c'è stata l'udienza, aggiornata al prossimo 16 aprile, che vede imputato proprio il marito della donna, Alessio Feniello, 57 anni, accusato di avere violato, il 21 maggio del 2018, i sigilli giudiziari apposti allo scopo di delimitare l'area nella quale si trovavano le macerie del resort. 

Immediatamente sono intervenute le forze dell'ordine e successivamente anche gli operatori del 118, che hanno assistito Giancaterino.

“Stavo prendendo un caffè con i miei avvocati, quando sono stato aggredito. Non so da chi, era una donna. Mi ha picchiato, mi ha riempito di botte. Segue querela”, ha commentato all'Ansa l'ex sindaco.

“Condanniamo questo gesto perché il nostro Comitato ricerca la giustizia nelle aule di tribunale e non fuori. Teniamo a precisare che nessun membro del Comitato ha posto in essere l'aggressione”, ha poi detto l'avvocato Niccolò Baldassare, a nome del Comitato vittime di Rigopiano.

“La disperazione – ha aggiunto l'avvocato, al termine dell'udienza rinviata proprio a causa dell'aggressione – è comune a tutti i familiari delle vittime, ma non ci può essere giustificazione per questi gesti. Cosi non si fa altro che ritardare quello che vogliono tutti – ha concluso – ossia l'accertamento della verità e la giustizia”. 

 

Per quanto riguarda il procedimento a carico di Alessio Feniello: l'uomo aveva inizialmente ricevuto un decreto penale di condanna al pagamento di una multa di 4.550 euro, ma tramite il proprio legale, Camillo Graziano, aveva presentato opposizione e la vicenda è approdata davanti al giudice Marina Valente





Feniello ha sempre contestato la sanzione, sostenendo di essersi semplicemente recato a Rigopiano “per portare dei fiori dove hanno ucciso mio figlio”.

Inoltre ha affermato di non avere violato alcun sigillo, poiché la zona era recintata ma aperta a tutti, e ha negato di essere stato più volte invitato, da parte delle autorità presenti, ad uscire dall'area delimitata. 

“Questa è una pagliacciata, se verrò condannato non tirerò fuori un euro e piuttosto mi farò il carcere. Vi sembra normale che nel 2020 si perdano tempo e soldi pubblici con queste stupidaggini?”, ha poi commentato Feniello.

All'ingresso del Palazzo di Giustizia ha anche animatamente discusso con gli operatori della vigilanza, che non volevano permettergli di entrare con un coltellino portachiavi di piccole dimensioni.

La moglie di Feniello aveva con sé delle manette che ha mostrato ai presenti, minacciando di incatenarsi.

“Mia moglie è stata prosciolta – ha protestato Feniello – e io per lo stesso motivo sono stato condannato”. Il procedimento penale, in effetti, era stato aperto per entrambi, ma la moglie è stata prosciolta per tenuità del fatto, essendo incensurata, a differenza di Feniello che, a causa dei precedenti, ha ricevuto il decreto penale di condanna.

Per quanto riguarda invece il procedimento sul disastro dell’Hotel Rigopiano di Farindola, che il 18 gennaio 2017 costò la vita a 29 persone: oggi si sarebbe dovuta celebrare la seconda udienza preliminare, davanti al gup del Tribunale di Pescara, Gianluca Sarandrea 

Sono 22 gli imputati, tra i quali l’ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo, l’ex presidente della Provincia, Antonio Di Marco ed il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta. Le accuse, formulate dal procuratore capo Serpi e dal sostituto Papalia, sono a vario titolo di disastro colposo, lesioni plurime colpose, omicidio plurimo colposo, falso ideologico, abuso  edilizio, omissione d’atti d’ufficio, abuso in atti d’ufficio. Sotto la lente dell’accusa le carenze evidenziate, nella gestione dell’emergenza e nell’attivazione dei soccorsi, dai vari livelli istituzionali, ma anche la mancata realizzazione della Carta valanghe da parte della Regione, l’iter che consentì di procedere alla realizzazione del resort e i permessi  rilasciati per fare alcuni lavori.

 

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