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PROF BARBA, “STORIA EX POLO ELETTRONICO L’AQUILA EMBLEMATICA, DECLINO LEGATO A MONDIALIZZAZIONE”

IL DOCENTE DI POLITICA ECONOMICA ALL'UNIVERSITA' FEDERICO II DI NAPOLI, AUTORE, INSIEME AL COLLEGA PIVETTI, DEL LIBRO "MERCI SENZA FRONTIERE": "NON FU CERTO COLPA DEI LAVORATORI AQUILANI ACCUSATI SENZA MOTIVO DI ESSERE SFATICATI", "VA CAPITA CRISI APERTA NEGLI ANNI OTTANTA CON IL CAMBIO DI POLITICA ECONOMICA". "ATTENZIONE A STELLANTIS IN POLONIA, STABILIMENTO PIU' GRANDE DI QUELLO ABRUZZESE", "AMAZON ESISTE PER DISTRUGGERE L'OCCUPAZIONE". "IDEA CHE TURISMO POSSA SVOLGERE RUOLO DI SETTORE TRAINANTE È SEGNO PIÙ EVIDENTE DI SMARRIMENTO DI QUESTI DECENNI", "AVVERSIONE A MONETA UNICA È IMPORTANTE COME AVVERSIONE AD UN ORIENTAMENTO DI POLITICA ECONOMICA ANTISTATALISTA"

di Roberto Santilli

8 Dicembre 2022 08:33

Italia - Cronaca, Economia, Lavoro, Politica

L’AQUILA – Chi è aquilano ed anche chi non lo è ma sa bene L’Aquila, è perfettamente al corrente di una particolare capacità cittadina che porta spesso ad analizzare, anche seduti a tavoli di una certa rilevanza, i casi più complessi dell’universo-mondo applicando una impietosa sintesi da “Sant’Agnese”, quindi da pettegolezzo (pure involontario) o poco più, che semplifica tutto. Col rischio concreto di banalizzare e falsificare, e che quasi mai corrisponde minimamente ad una semplice realtà, figuriamoci ad una realtà molto più articolata.

A tale consolidata abitudine “culturale”, che purtroppo somiglia a quella presente in intere sacche del resto di un’Italia ex potenza mondiale, non si sottrae neppure la lunga e mal conclusa vicenda dell’ex polo elettronico del capoluogo abruzzese via via smantellato fino all’osso.

Un argomento che ancora oggi fa discutere sia al bar e in luoghi, almeno sulla carta, più “alti”, fino a condurre alla conclusione più ovvia secondo chi all’Aquila afferma di capirne per vissuto, memoria, studio, esperienza, eccetera: ai lavoratori – migliaia e migliaia – dell’allora polo elettronico dell’Aquila non interessava essere produttivi, quel polo elettronico a un certo punto era diventato troppo grande e, comunque, i già citati lavoratori, di lavori ne avevano anche in nero, quindi al polo elettronico passavano giusto per farsi un caffè alla macchinetta.

Tutto questo mentre infuria nella politica (e non solo nella politica) locale la voglia di turismo ad ogni costo per sostenere l’economia di una città ancora in ricostruzione post-sisma; o meglio, mentre infuria la necessità di turismo, perché il resto che un tempo era preponderante (chiedere, non solo all’Aquila, alle attività commerciali e artigianali del centro storico pieno zeppo di uffici pubblici e sedi dell’università, per non parlare, appunto, dell’ex polo elettronico) è svanito o sta svanendo e nessuno dei preposti, li definiamo così, sembra intenzionato ad opporsi ad un destino definito quasi unilateralmente ineluttabile, poiché preferisce cercare vie di sopravvivenza al capitalismo e al liberismo offerte, guarda caso, dal capitalismo e dal liberismo stessi.

Per uscire da un estremo provincialismo in grado di indossare gli abiti da tecnico esperto de “la qualunque” e comprendere l’argomento in una visione più ampia che inevitabilmente porta anche ad altri luoghi e capitoli cruciali dell’occupazione sia abruzzese che di fuori regione e nazione, AbruzzoWeb.it ha intervistato Aldo Barba, professore associato di Politica economica all’Università di Napoli Federico II.

Barba, insieme a Massimo Pivetti, già professore ordinario di Economia politica alla Sapienza Università di Roma (nonché relatore di diversi convegni organizzati da questo giornale), ha pubblicato più di un libro. L’ultimo in ordine di tempo si intitola “Merci senza frontiere: Come il libero scambio deprime occupazioni e salari” (Rogas Edizioni), uscito lo scorso 17 novembre (https://www.ibs.it/merci-senza-frontiere-ebook-aldo-barba-massimo-pivetti/e/9791222018423).

Professor Barba, partiamo da una domanda che qui all’Aquila produce quasi sempre le stesse risposte: davvero il polo elettronico, qualcosa che dava lavoro a migliaia di persone, è andato perduto perché gli operai che vi lavoravano erano sfaticati, con doppi lavori, pagati troppo, e perché, questa è una ricostruzione da giacca e cravatta, era talmente sovradimensionato da diventare ingestibile e con l’aggravante di essere legato comunque ad un luogo senza grandi vie di comunicazione? Oppure, il discorso è più difficile?

La vicenda dell’ex polo elettronico dell’Aquila è emblematica. Intenso sviluppo dimensionale e tecnologico guidato dalla grande impresa pubblica negli anni Sessanta e Settanta (Stet e poi Italtel); crisi e primi prepensionamenti negli anni Ottanta; privatizzazione e cessione di parte del capitale azionario ad investitori esteri (Siemens) negli anni Novanta; esternalizzazioni; fallimento del nuovo piano industriale; ancora prepensionamenti e cassa integrazione; secondo passaggio di mano (gli americani della Flextronics), anch’esso fallimentare, con ulteriori perdite occupazionali; tentativo velleitario dei capitalisti italiani (la Finmek di Tronchetti Provera), bancarotta, liquidazione finale e cassa integrazione per cessata attività. Il tutto con cospicue iniezioni di denaro pubblico nel vano tentativo di incentivare e rilanciare.





E i lavoratori?

Ovviamente i lavoratori dell’Aquila non hanno nessuna responsabilità in tutto ciò, così come non hanno alcuna responsabilità gli operai del polo industriale di Gela, di Taranto, di Termini Imerese, di Rieti, di Terni, di Piombino, di Savona, di Livorno, di Trieste. È vero, oggi all’Aquila c’è la Thales Alenia Space (impresa pubblica italiana e francese) e questo è un fatto di importanza enorme. Ma non si dimentichi che in tutti e quattro i siti italiani (con L’Aquila, Torino, Roma e Milano), gli addetti di Thales Alenia Space sono 2.300; all’inizio degli anni Ottanta solo all’Aquila gli addetti Italtel erano 5mila.

Nel 2022, lei e il professor Massimo Pivetti, sembrate quasi “costretti” a pubblicare opere nelle quali si spiegano cose che dovrebbero essere di pubblico dominio. L’ultimo libro si intitola “Merci senza frontiere. Come il libero scambio deprime occupazioni e salari”. Titolo chiarissimo. Eppure…

Lo sforzo che abbiamo compiuto nei nostri lavori è quello di comprendere il significato della crisi che si è aperta negli anni Ottanta, sforzo che ci ha portati a concentrare l’attenzione sulla grande svolta di politica economica allora adottata e sul modo in cui quella svolta e la mondializzazione, vale a dire la libera circolazione di lavoratori, merci e capitali, hanno determinato la fine di un modello di sviluppo che, pieno di difetti quanto si vuole, aveva pur sempre assicurato un trentennio di crescita economica e sociale.

A questo punto è lei che si fa due domande…

Sì. Che cosa è accaduto dopo? Perché l’indiscriminata apertura nei rapporti con l’estero e il “superamento” del capitalismo di Stato hanno di fatto coinciso con il declino industriale del Paese? Noi riteniamo sia possibile dare una risposta unitaria a questo interrogativo. La mondializzazione, in tutte e tre le sue dimensioni, ha esposto i lavoratori italiani alla concorrenza di lavoratori con una più arretrata convenzione salariale, disposti a lavorare di più per meno. Essa ha al contempo privato i pubblici poteri dei principali strumenti di controllo e di indirizzo dell’economia, subordinando lo Stato al mercato e impedendogli così di stabilire l’indispensabile nesso tra la ricerca del profitto ed il suo fine sociale, vale a dire il raggiungimento di più elevati livelli di benessere per la popolazione nel suo complesso. In “Merci senza frontiere” ci occupiamo del ruolo svolto in tal senso dal libero scambio, discutendo sia il modo in cui le merci provenienti dai paesi a basso costo del lavoro muovono concorrenza ai salariati italiani, sia gli ostacoli derivanti dall’assenza di interventi vincolistici negli scambi commerciali con l’estero alla conduzione di una politica economica in grado di riattivare un percorso di sviluppo industriale e crescita occupazionale e salariale.

Tornando all’Abruzzo. Prima abbiamo citato il caso dell’Aquila, ora puntiamo verso l’Abruzzo della Sevel di Atessa (Chieti), cioè Stellantis, o di Amazon che sta arrivando in pompa magna con tutti i suoi pro e tutti i suoi contro. Viviamo in un’epoca in cui si deve ringraziare il cielo per avere ancora qualcosa di grosso a livello industriale?

Stellantis ha in Abruzzo un importante centro di produzione di veicoli commerciali leggeri, ma la stessa Stellantis ha potenziato la sua capacità produttiva di questo tipo di veicoli non in Abruzzo, ma nello stabilimento polacco di Gliwice. Viene cioè installata capacità produttiva in contesti a più basso costo del lavoro, che nel più lungo periodo non potranno non costituire una minaccia per i lavoratori dei centri produttivi collocati in contesti con salari relativamente più elevati. È un chiaro esempio di quella concorrenza tra lavoratori mossa ‘attraverso le merci’ cui facevo cenno in precedenza e i cui effetti abbiamo discusso nel nostro  “Merci senza frontiere”. Amazon è il grande distributore dei prodotti dei paesi a basso costo del lavoro ed è quindi l’impresa simbolo di quella globalizzazione che distrugge posti di lavoro attraverso le delocalizzazioni. Guardare con favore alle possibilità occupazionali da essa create significa confondere la soluzione con il problema.





Allargando ulteriormente il discorso, non possiamo non citare il fatto che l’Italia fosse una potenza mondiale anche dal punto di vista industriale. E anche in questo caso, c’è chi la butta sull’operaio italiano sfaticato e su altre motivazioni del genere. Parliamo di un operaio che, però, fino alla seconda metà degli anni ’90 dell’ormai secolo scorso, non pareva così sfaticato.

Ripeto, tutto ciò non ha nulla a che vedere con la produttività del lavoratore italiano o con i suoi troppo alti salari. Ed in fondo, che i salari dei lavoratori italiani si siano ridotti in termini reali nel corso dell’ultimo trentennio e siano di molto inferiori a quelli, ad esempio, dei lavoratori francesi o tedeschi, nemmeno i propugnatori della mondializzazione si sentono ormai di negarlo. Ciò che essi vanno affermando è infatti leggermente diverso, in quanto puntano il dito sui troppo alti costi del lavoro non salariali, suggerendo che riducendo le pensioni e la spesa sociale diverrebbe possibile pagare di più i lavoratori senza perdere “competitività”. Si tratta di un volgare inganno. Il salario diretto è un tutt’uno con quello indiretto (spesa sociale) e quello differito (pensioni). Incrementare il primo riducendo gli altri due significa dare con una mano quanto si toglie con l’altra. Si noti che se il problema fosse quello di ridurre il rapporto tra le imposte pagate dal lavoratore e il costo totale sostenuto dal datore di lavoro, ebbene il taglio del cuneo fiscale potrebbe avvenire incrementando il salario diretto a parità di imposte, allineandolo il costo totale del lavoro a quello dei paesi più civili. Naturalmente questa scelta comporterebbe enormi problemi in termini di disavanzo commerciale, la quale ci riporta alla questione delle merci che si muovono “senza frontiere”.

C’è un pezzo consistente della politica italiana che si aggrappa al turismo per sopperire all’assenza di industrie diverse. I bed and breakfast aumentano ogni giorno, i numeri del settore fanno ben sperare nonostante la recente emergenza Covid-19, interi settori che stanno dentro il turismo vanno alla grande. Eppure, dall’Italia – Abruzzo compreso – si continua ad emigrare.

L’idea che il settore turistico possa svolgere il ruolo di settore trainante è il segno più evidente dello smarrimento di questi decenni. Nell’ipertrofia di questo settore non vi è nulla di trainante e sciagurata è l’idea di far dipendere significativamente i livelli di attività interna e l’equilibrio dei conti con l’estero da flussi crescenti di turisti internazionali. Oltre che causa di instabilità economica, questi flussi sono altamente inquinanti, e numerosi sono ormai i contesti territoriali, in particolar modo i fragili e complessi centri storici delle città italiane, sfigurati da un uso scellerato del patrimonio paesaggistico e culturale. Questo sfruttamento intensivo, di concerto con il progressivo indebolimento dell’azione di tutela statale causato dalle politiche di austerità, ha fatto del turismo un settore di rendita parassitaria che sta depauperando il nostro patrimonio.

Quanto ha inciso, ammesso che secondo lei abbia inciso, l’adesione alla moneta unica in questa situazione? E quanto influirebbe abbandonare l’Euro ed i Trattati europei?

Ha inciso molto, ma non tanto perché la moneta unica ha privato il paese della possibilità di ricorrere alla manovra del tasso di cambio. La questione riguarda una più generale perdita da parte dei pubblici poteri delle leve di controllo dell’economia. L’avversione alla moneta unica è importante in quanto avversione ad un orientamento di politica economica antistatalista basato proprio sulla libera circolazione di uomini, merci e capitali, orientamento che di fatto impedisce l’uso di quasi tutti gli strumenti di politica economica (politiche industriali, vincoli alle transazioni con l’estero, controllo del tasso di interesse, orientamento permanentemente espansionistico della politica di bilancio, eccetera), indispensabili per sostenere una duratura ripresa dell’occupazione e dei salari.

 

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